Gli allibratori inglesi conquistano l’Italia

28/02/2005

    domenica 27 febbraio 2005

      NEL BELPAESE UN GIRO DI SCOMMESSE DA 28 MILIARDI DI EURO ALL’ANNO
      Gli allibratori inglesi conquistano l’Italia
      Cause per milioni contro il monopolio
      Stanley: nel Belpaese i più grandi scommettitori d’Europa

      Federico Monga
      inviato a LIVERPOOL

        Gli allibratori di Queen Elisabeth vogliono il mercato italiano. A tutti i costi. E che costi. Alcune società arrivano a puntare su avvocati e tribunali anche due milioni di sterline all’anno pur di scardinare il monopolio made in Italy delle scommesse. Tra i bookmaker inglesi e il Belpaese è in atto una partita senza esclusioni di colpi che si gioca tra Corte di Giustizia di Bruxelles, Consigli di Stato e Corte Cassazione a Roma. In palio una martingala da 28 miliardi di euro annuali. Numeri, corse di cavalli, partite di calcio, fino al 1998 erano una affare a due. A far da concorrenti ai Monopoli di Stato c’erano le scommesse clandestine. Sisal e Totocalcio contro il «Tavolone del nero» di Montecatini, la cupola delle puntate illegali.

        A metà degli anni ‘90, forti dell’abbattimento delle frontiere europee, Eurobet, Ladbrokes cominciarono ad affacciarsi nel Belpaese. Qualche pubblicità, pochi negozi, tanto per tastare il terreno senza dare troppo nell’occhio. I trenta milioni di giocatori però fanno troppo gola a chi da sempre scommette su tutto anche su quante volte andranno al gabinetto Carlo e Camilla prima del matrimonio. La partita allora si sposta nelle aule dei tribunali e nel 2003 StanleyBet International, quotata al listino della City, schiera i suoi agguerriti uffici legali.

        Gli inglesi oltre che del calcio e delle scommesse sono anche i padri della concorrenza. Le barriere sul gioco d’azzardo devono essere abbattute e così inizia un’offensiva che ora sembra giunta alle battute finali. Con pazienza e tanti soldi, Stanley sta smontando tutte le resistenze, facendo riaprire di Tar in Consiglio di Stato le sue 700 ricevitorie chiuse dalle questure di mezz’Italia. Stanley punta dritta a scardinare il monopolio.

        L’Italia rappresenta già poco meno del 10 per cento del fatturato globale che l’anno passato si è chiuso a 1,6 miliardi di sterline, circa 2,5 miliardi di euro. «La nostra strategia – spiega Adrian Morris, direttore finanziario della compagnia – non si ferma, vogliamo entrare in tutti i mercati europei, Italia compresa, o diventiamo partner legali, come è già avvenuto in Croazia, Romania e Belgio, oppure la battaglia legale continuerà».

          Quanto i giocatori nostrani siano desiderati da Stanleybet lo si capisce girando per i quattro piani della palazzina in stile impero nel centro di Liverpool, dove la compagnia ha il suo quartier generale. Italiani dappertutto. Nel customer service per dare assistenza agli agenti alle prese con i guai legali o a chi vuole iniziare un nuovo business. Nel piccolo ufficio dove si fanno le quote. «The Italian are the best» dicono nell’ambiente. Cani e cavalli agli inglesi, ma sul calcio, in quanto a competenza e preveggenza, non c’è partita. E ancora nelle sale di controllo, dove un sofisticato software marca a uomo tutte le giocate alla ricerca di combine e puntate anomale. Le scommesse, tanto per fare l’esempio più recente, sul famoso cinque a due che ha dato il là allo scandalo della Bundesliga non vennero più accettate già mezza giornata prima del fischio di inizio. L’obiettivo di Stanley è ottenere piena libertà nella trasmissione dei dati. Gli agenti italiani raccolgono solo le scommesse a fronte di una provvigione del 9 per cento sull’ammontare e le spediscono tutto ai cervelloni di Liverpool. Niente società in Italia ma solo semplici ricevitorie collegate con l’Inghilterra dove le tasse si fermano al 15 per cento. Morris allarga le braccia: «Controlliamo i nostri agenti tutti i giorni. E’ tutto ok, ma lo Stato italiano non vuole dividere con altri il Tesoro». Chi vincerà? Bookmaker favoriti. Si accettano scommesse.