Giusta causa senza indennità

02/08/2002

                ItaliaOggi (Lavoro e Previdenza)
                Numero
                182, pag. 35 del 2/8/2002
                di Francesco De Dominicis



                Cassazione: conta il comportamento del lavoratore. La prova spetta al datore.
                Giusta causa senza indennità

                Al dirigente può essere negato il ristoro aggiuntivo

                Ai dirigenti licenziati non sempre spetta l’indennità supplementare prevista per l’assenza di giusta causa o giustificato motivo. Questa, prevista in misura diversa dai contratti, può infatti esser negata se i comportamenti del lavoratore costituiscono, comunque, una valida ragione della cessazione del rapporto di lavoro.

                In ragione, cioè, della concreta posizione assunta nell’organizzazione aziendale dal dirigente stesso e del carattere spiccatamente fiduciario del relativo rapporto. Lo ha affermato la Corte di cassazione con la sentenza 11118/2002.

                In quest’ottica, secondo la sezione lavoro della cassazione, il parametro per la legittimità del licenziamento del dirigente è il rispetto del datore di lavoro dei principi di correttezza e buona fede nell’esecuzione del contratto (art. 1375 codice civile) e il divieto di licenziamento discriminatorio o per motivo illecito, sancito, questo, dall’articolo 3 della legge 108/1990.

                È peraltro valutabile la gravità dell’inadempimento secondo un criterio di proporzionalità: tenendo conto del venir meno della fiducia da parte del datore di lavoro in relazione alla corretta esecuzione del contratto.

                Onere della prova a carico del datore. In ogni caso, l’onere della prova, in merito alla veridicità, fondatezza e idoneità dei motivi addotti a giustificazione del recesso, è sempre a carico del datore di lavoro. Questo, infatti, non può ritenersi assolto da tale onere sostenendo che il licenziamento, in sostanza, sarebbe valido e legittimo per il sol fatto che il lavoratore da licenziare appartiene alla categoria dei dirigenti. È necessario, cioè, dimostrare l’esistenza della concreta posizione assunta nell’organizzazione aziendale dal dirigente stesso e del carattere spiccatamente fiduciario del relativo rapporto.

                Il caso. Il principio affermato dalla Corte di cassazione è sfavorevole a chi ricopre incarichi dirigenziali. Ma allo stesso tempo introduce un onere, quello della prova, non indifferente per i datori che intendono licenziare in assenza di giustificato motivo o giusta causa. Proprio nel caso della sentenza in rassegna, infatti, è stato respinto il ricorso di una società fiorentina, che lo aveva proposto contro una decisione della Corte d’appello. Questa aveva riconosciuto al dirigente licenziato senza giustificato motivo il diritto a percepire l’indennità supplementare. Al datore di lavoro era stata contestata proprio l’assenza di una prova relativa all’esistenza del carattere fiduciario del rapporto. La stessa società non aveva nemmeno dimostrato la concreta posizione in azienda del dirigente licenziato. E sulla stessa linea della Corte d’appello, nonché del Pretore del lavoro, anche i giudici di legittimità.

                Il punto sul licenziamento dei dirigenti. Con la sentenza 11118/2002 la Cassazione ha fatto riepilogo delle interpretazioni sul licenziamento dei dirigenti e sui presupposti per il riconoscimento della cosiddetta ´indennità supplementare’. Quando la clausola contrattuale relativa proprio a questa indennità è indeterminata, dice la Cassazione, spetta al giudice di merito, nell’ambito dei suoi poteri, accertare quale sia il contenuto della clausola contrattuale. Non solo. Sempre il giudice dovrà verificare l’ambito della garanzia prevista per il dirigente in caso di licenziamento.

                In passato c’è stato, però, un orientamento giurisprudenziale diverso da questo. Secondo cui il licenziamento ingiustificato del dirigente si verifica tutte le volte in cui il datore di lavoro eserciti il proprio diritto di recesso, violando il principio fondamentale di buona fede che presiede all’esecuzione dei contratti. E quindi mette in atto un comportamento puramente pretestuoso o del tutto irrispettoso delle regole che assicurano la correttezza del diritto.

                Secondo questa interpretazione, dunque, il giudice dovrebbe far riferimento anche a elementi e circostanze idonei a privare di giustificazione il recesso del datore di lavoro nei confronti del lavoratore che riveste la carica di dirigente.