Giugni: arbitrati più rapidi Ma i giuristi restano scettici

03/04/2002





Giugni: arbitrati più rapidi Ma i giuristi restano scettici

Emilia Patta

ROMA – Uscire dalla trappola dell’articolo 18 puntando sulla riduzione dei tempi dei procedimenti giudiziari. Questa, in sostanza, la proposta avanzata ieri dal padre dello Statuto dei lavoratori Gino Giugni. Che avverte: l’articolo 18 dovrà e potrà essere "ritoccato" ma assolutamente non cancellato. Ma come ridurre i tempi del giudizio? Giugni indica due strade: da una parte adottare un sistema processuale «ultra rapido anticipatorio della causa e del suo esito», dall’altra ridurre il ricorso davanti al giudice sostituendolo con l’arbitrato volontario. Una proposta che fa discutere, quella di Giugni. La necessità di ridurre i tempi, infatti, è condivisa da molti giuristi del lavoro. Ma sulle concrete vie indicate dal padre dello Statuto prevale lo scetticismo. «Certamente il problema dell’articolo 18 può essere sdrammatizzato con una riforma processuale che acceleri i tempi del giudizio in materia di licenziamento – ammette Piero Ichino -. L’esperienza forense, però, insegna che nella maggior parte dei casi il giudizio sommario (del tipo previsto dall’articolo 28 dello Statuto per la repressione della condotta antisindacale) si adatta male alle esigenze di una controversia sul licenziamento, che richiede il più delle volte una istruttoria documentale e testimoniale complessa». Tanto più, avverte il docente dell’Università di Milano, che spesso sono gli stessi giudici del lavoro a respingere la domanda d’urgenza in materia di licenziamento, preferendo che la controversia sia trattata nelle forme ordinarie. Quanto all’arbitrato, per Ichino non basta a risolvere il problema. «Se il ricorso all’arbitrato è facoltativo, il lavoratore tende per lo più a scegliere la sede giudiziale – spiega – perché il giudice ha poteri istruttori e penetranti e perché al lavoratore è sufficiente ottenere una sentenza favorevole anche in un solo grado del giudizio per conseguire un risultato economico assai cospicuo e sostanzialmente irreversibile. Del resto l’arbitrato volontario in materia di licenziamento – prosegue Ichino – è già previsto dall’articolo 7 della legge 604/1966; e nessuno lo utilizza». Un eventuale arbitrato obbligatorio – conclude Ichino – sarebbe poi inconciliabile con l’articolo 24 della Costituzione, che attribuisce appunto a tutti i cittadini la possibilità di far valere i propri diritti davanti al giudice ordinario. Non dissimile il giudizio di Roberto Pessi. «O si fa una riforma strutturale – avverte – oppure, se resta l’arbitrato volontario, la tendenza naturale è quella di andare comunque di fronte al giudice ordinario». Quanto alla velocizzazione dei processi, Pessi approva la proposta di una corsia preferenziale, ma in tutti i gradi del giudizio. «Più importante sarebbe – conclude il giuslavorista romano – prevedere una graduazione dell’effetto: reintegro o risarcimento decisi caso per caso dal giudice all’interno di un processo comunque rapido». Pienamente d’accordo con la proposta Giugni si dice invece Massimo Roccella: sì all’arbitrato volontario, dunque, e all’accorciamento dei tempi del giudizio. D’altra parte – avverte Roccella – già oggi i processi non sono lunghi dappertutto, ma solo in alcune parti d’Italia. Si tratta in sostanza di rendere più omogeneo il «servizio» giustizia.

Mercoledí 03 Aprile 2002