«Giù le mani dallo Stato Sociale»

26/07/2004






lunedì 26 luglio 2004

«Giù le mani dallo Stato Sociale»
Dopo Epifani, Pezzotta: il sindacato avverte il governo.
Billè: senza risposte sarà guerra totale

di Felicia Masocco


Questa sera a Palazzo Chigi imprese e sindacati apprenderanno direttamente dal governo le cifre che sono alla base del Dpef, il documento di programmazione economica e finanziaria. Saranno dati ufficiali, finalmente, dopo la ridda di anticipazioni che ha già tratteggiato una stangata da 24 miliardi di euro per il 2005 in aggiunta alla manovra correttiva approvata neanche una settimana fa. L’attesa è di quelle nervose, i sindacati sanno che non c’è spazio per aperture di credito, sia la Cgil che la Cisl accusano l’esecutivo di avere troppo a lungo ignorato la crisi, «mi pare che l’esecutivo mantenga ancora qualche tratto di ottimismo e di fiducia, che sarebbe invece meglio fugare. Sarebbe meglio che si dicesse la nuda e cruda verità», ha detto ieri Pezzotta, avvertendo il governo di «non toccare lo Stato sociale».

I sindacati temono che la scure sui trasferimenti agli enti locali si traduca a stretto giro di posta in tagli al Welfare e che quest’ultimi vadano ad amplificare la compressione subita dai salari. Cruciale in proposito diventa il tasso di inflazione programmata, l’indicatore su cui finora sono stati rinnovati i contratti e, da che questo governo è in carica, è stato sempre calcolato al ribasso rispetto al costo reale della vita. La rincorsa dell’inflazione e la moderazione salariale, il calo dei consumi e quello della produzione industriale: sono tanti i segnali concreti di quel che non va e che finora non è stato affrontato da Berlusconi e la sua squadra. Il caro vita in giugno ha segnato un +2,4; le vendite sono tornate al livello del 1996 con un crollo del 3,2% in un anno; la produzione industriale ha segnato a maggio lo stallo rispetto al mese precedente, e il miglioramento tendenziale (+2,4%) nasce da un confronto con il maggio 2003 in cui si ebbe un tracollo. Le retribuzioni nel 2003 sono cresciute meno dell’inflazione. In tutto questo, «sviluppo» è una parola che il vocabolario della Casa delle Libertà disconosce e la crisi dell’industria nazionale continua a non figurare nell’agenda del governo. Il quadro è tale che sono molti gli economisti a ritenere fortissimo il rischio che la ripresa non venga afferrata dal nostro Paese.

E i sindacati affilano le armi. Dopo Guglielmo Epifani, ieri anche Savino Pezzotta ha mandato il suo messaggio al governo. «Quello che deve essere chiaro – ha detto – è che il Dpef non deve intaccare il Welfare, piuttosto deve riuscire a salvaguardare il potere d’acquisto dei salari». Quanto al metodo, il nuovo ministro dell’Economia, Domenico Siniscalco, pare intenda tener conto delle osservazioni e del ruolo delle parti sociali, più e meglio di quanto non abbia fatto il suo predecessore Tremonti. Pezzotta gli chiede meno audizioni e «più tempo per gli approfondimenti».

In una stagione in cui ci si affanna a tessere le lodi della concertazione, cioè della condivisione di responsabilità e obiettivi tra parti sociali e amministrazioni centrali o locali che siano, va posto un freno alle convocazioni di decine di sigle tutte insieme in cui tutti dicono la loro e il governo decide come gli pare. Così non va. Quanto ai contenuti dei provvedimenti allo studio, Pezzotta denuncia una grave lacuna: «Non si parla mai di politica dei redditi per salvaguardare il potere di acquisto dei salari». Sarà lo scontro, dice in sostanza il leader della Cisl, se il governo intende definire «un tasso di inflazione programmata irrealistico, senza una politica dei prezzi e delle tariffe», «non ci pensi neanche». Perché – afferma il sindacalista che certo non può essere iscritto nell’elenco dei radicali o massimalisti – il sindacato «si atterrà ad un tasso di inflazione realistico ed obiettivo». In sintonia, Luigi Angeletti leader della Uil, afferma che non gli interessa «l’inflazione che metteranno nel Dpef», «noi terremo conto di quella prevedibile». Altra condizione posta dai sindacati è che i contratti aperti, pubblico impiego, scuola e trasporto locale, vengano chiusi «è meglio che il governo si dia una mossa», incalza Savino Pezzotta. Oggi ascolteranno la linea di Palazzo Chigi, una valutazione complessiva Cgil, Cisl e Uil la faranno in settembre con l’assemblea unitaria dei delegati. E Anche la Cisl, come la Cgil, non esclude di «iniziative di mobilitazione che saranno necessarie».

Nei giorni scorsi da Boston Cgil Guglielmo Epifani aveva detto di «non escludere una risposta ferma» se la Finanziaria colpirà ancora una volta i lavoratori dipendenti e i pensionati. «Siamo molto preoccupati per l’entità della manovra – ha aggiunto ieri la segretaria confederale della Cgil Marigia Maulucci -. È caratterizzata da 17 miliardi di tagli strutturali e 7 di una tantum sui quali il ministro dell’Economia non si è finora pronunciato». Tamburi di guerra rullano anche in Confcommercio, il presidente Sergio Billè continua a chiedere «risorse per i consumi» e afferma: «Siamo contenti che si sia chiusa la stagione delle “bubbole” mediatiche. Ma ora niente cambiali in bianco. Se non saremo soddisfatti sarà guerra frontale con Palazzo Chigi con mobilitazione dei commercianti da settembre».