Girotondi sindacali: la frontiera di Bertinotti

02/12/2003



2 dicembre 2003

LA NOTA
Girotondi sindacali
La frontiera di Bertinotti

di MASSIMO FRANCO
      L’equazione di Rifondazione comunista non promette niente di buono. Dicendo che «a Milano come a Scanzano (il paese che ha rifiutato le scorie nucleari, ndr ) la gente non è più disponibile a vedere calpestati i propri diritti», il partito di Fausto Bertinotti accarezza altri scioperi e blocchi nei trasporti pubblici. Arriva a minacciare una paralisi della città a tempo indeterminato. Ripropone una spaccatura nella sinistra, e accarezza una protesta ingovernabile in primo luogo per i sindacati. Rc non vuole sentir parlare di effetto-boomerang. Teorizza uno scontro ancora più aspro dopo l’apertura di un’inchiesta della Procura di Milano. E’ il segno di un’esasperazione delle relazioni sindacali, cavalcata dall’estrema sinistra: un rabbioso «girotondo» extrasindacale, speculare a quello extraparlamentare che mette in mora l’opposizione; ma più insidioso, perché avvelena le tensioni sociali. Non basta che il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, sottolinei lo sbaglio degli scioperanti. Sembra insufficiente anche la ragionevolezza di Piero Fassino, segretario del Ds, quando spiega che se gli scioperi non conciliano esigenze diverse, «i cittadini soffrono ingiustamente disagi gravi; e i lavoratori non vengono compresi».
      Le parole planano su una situazione che rischia di sfuggire di mano a tutti. Quando il numero due di Fi, Fabrizio Cicchitto, parla di una Milano dominata dalla «legge della giungla», non fotografa soltanto il caos di ieri. Finisce invece per trasmettere la sensazione di un’impotenza generalizzata; e la prevalenza di pulsioni che scontano l’impossibilità del dialogo. Il leghista Roberto Calderoli si scaglia contro quello che considera un «esercizio di pura arroganza, inciviltà e anarchia». Chiede che «chi ha sbagliato paghi». Ma la sua indignazione si scontra con una determinazione opposta, priva di qualsiasi remora.
      I sindacati appaiono responsabili e insieme vittime politiche della paralisi cittadina di ieri. Sono stati loro a concordare le norme antisciopero. Adesso, si ritrovano nella scomoda situazione di criticare e insieme giustificare l’«esasperazione» degli scioperanti, senza contratto da due anni. Temono un’ulteriore delegittimazione. Il senatore Luigi Malabarba li avverte brutalmente per conto di Bertinotti: i confederali riflettano «quando i lavoratori li scavalcano in massa, …giustamente stanchi di scioperare senza efficacia nelle ore centrali».
      Ma lo scontro è alimentato anche dai «no» dei ministri di Silvio Berlusconi. «Si stanno distruggendo le relazioni sindacali» accusa Savino Pezzotta, leader della Cisl. «Per tutti gli Anni 90 abbiamo avuto una conflittualità bassa: ora non più, ed è un brutto sintomo. Se il sindacato non può fare il proprio lavoro, non si governa più la protesta». Detto da un esponente fischiato per mesi dalla Cgil per eccessiva moderazione, suona come un grido di disperazione. Sebbene non sufficiente, c’è da giurarci, a placare la rabbia di Milano.


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