Giovani, precari, sfruttati e senza previdenza

07/10/2003




martedì 7 ottobre 2003
Le conseguenze per le nuove generazioni della riforma voluta dalla Casa delle libertà. Strada aperta alle assicurazioni private
Giovani, precari, sfruttati e senza previdenza
di 
Raul Wittenberg

ROMA Prima che si conoscesse il testo dell’emendamento varato dal governo sulle pensioni, sembrava che non si volesse infierire sulle giovani generazioni, già stroncate dal taglio dei contributi. Invece no. Per loro si cancella il pensionamento flessibile (uno dei cardini della riforma del 1995) e si ritorna alla superata distinzione fra pensione di vecchiaia e pensione di anzianità, funzionale al sistema retributivo,
fissando un’età pensionabile (65 anni gli uomini, 60 le donne) o un
requisito contributivo (40 anni) per ritirarsi prima.
L’innovazione introdotta dalla riforma Dini consisteva proprio nel voltare pagina e permettere alla gente di lasciare il lavoro in un arco di tempo abbastanza ampio scegliendo fra diversi redditi pensionistici, crescenti man mano che diminuiva la speranza di vita attesa, senza alcuna influenza sugli equilibri del sistema perché l’assegno era calcolato rigorosamente sui contributi versati in rapporto alla vita
media (coerenza attuariale). Ogni anno il lavoratore grazie all’estratto conto contributivo dell’Inps, conoscendo in anticipo l’importo della sua pensione alle varie età di pensionamento ammesse (da 57 a 65 anni), decideva in base alle sue necessità.
Adesso resta ovviamente il calcolo contributivo, ma si abolisce la flessibilità dell’uscita immaginata per far fronte ad esigenze eccezionali del soggetto come l’assistenza ai familiari o il conseguimento di una laurea, ma anche per lo svolgimento di altre attività non necessariamente retribuite, oppure per un trasferimento all’estero e così via.
Tutto questo gli viene negato dal centro destra. Si mantiene poi in vita la pensione di anzianità che però sarà solo virtuale, nessuno potrà conseguirla dopo 40 anni di servizio con l’attuale mercato del lavoro, in cui si comincia a lavorare a trent’anni. Insomma, fra qualche decennio i lavoratori potranno realmente collocarsi a riposo solo a 65 anni di età (60 anni le donne), quando l’anzianità contributiva
minima richiesta è di cinque anni. Ma quale pensione prenderanno?
Poverissima, anzi nessuna se i contributi accumulati (montante contributivo) daranno un importo mensile inferiore all’assegno sociale più il 20% oggi sarebbero 431 euro al mese. Entreranno nel regime dell’assistenza finanziata dalla collettività, con l’assegno sociale saranno una generazione di poveri. E la sciagurata legge delega
del governo ha creato tutte le condizioni perché ciò avvenga. La decontribuzione fino al 5% comporterà già un taglio del 15%. La legge delega promette che al taglio dell’aliquota non corrisponderà
il taglio della prestazione.
Ma è improbabile che fra mezzo secolo la finanza pubblica sarà in grado di sostenere l’onere della contribuzione figurativa per milioni di lavoratori accumulata per svariati decenni.
Inoltre la massima parte della nuova occupazione recente è fatta di lavori precari e discontinui, che versano contributi inferiori agli altri (l’aliquota sarà del 19%). E quindi avranno una pensione del 31% inferiore a quel la dei pochi colleghi a tempo indeterminato.
In sostanza, rispetto al sistema riformato nel 1995 che già riduceva
dal 70 al 60% la copertura pensionistica dell’ultima retribuzione, chi negli anni trenta avrà un salario finale pari agli attuali 1.500 euro, dal sistema pubblico invece di 900 euro al mese rischia seriamente di prenderne 750 nel migliore dei casi, 630 nel peggiore.
Con una copertura che cala tra il 50 e il 42 per cento. Ammesso che ci riesca, ad averla.
Se il lavoratore ideale della Destra, polverizzato in mille diverse occasioni di lavoro esercita mille attività, e nessuna di queste dura per almeno cinque anni sotto una stessa gestione pensionistica (lavoro dipendente privato, autonomo, statale eccetera), non ha diritto ad alcuna pensione, avrà solo all’assegno assistenziale. Lavori per quarant’anni, versi un sacco di soldi, ti rimane un pugno di mosche. Per questo l’Ulivo ha proposto un emendamento (ignorato dalla maggioranza) che permetta di cumulare i contributi versati
nelle varie gestioni previdenziali, la totalizzazione per ottenere un’unica prestazione assicurativa.
E allora per avere un reddito decente ci vuole la pensione integrativa.
Per compensare gli effetti della Dini il centro sinistra aveva rilanciato i Fondi complementari, da finanziare con il Tfr purché si tratti di una libera scelta del lavoratore e non di un prelievo forzoso su tutti come prevede la legge delega. Al centro del sistema integrativo
ci sono i Fondi negoziali di categoria, chiusi o aperti. E per chi ha soldi da spendere per le Assicurazioni, i Piani pensionistici individuali.
Ma i lavoratori precari e discontinui, scarsamente sindacalizzati, difficilmente potranno costituirsi un Fondo negoziale. L’unica possibilità che rimane è quella dei Piani individuali. Le compagnie di assicurazione hanno già spiccato il volo come avvoltoi.
A cominciare da Mediolanum, la compagnia del presidente del Consiglio, che venerdì scorso subito dopo il varo dell’emendamento ha guadagnato in un colpo quasi il 4% contro l’1,95% del Mib30.