Giovani e disoccupati, un destino comune

02/02/2011

La realtà che non riesce a trovar posto nei telegiornali emerge invece durissima dai numeri. Specie per un paese come l’Italia, in cui tutti – a cominciare dal governo – dicono di voler favorire «i giovani». Poi arrivano le statistiche dell’Istat, a cadenza regolare, a dirci che il 29% di chi ha tra i 15 e i 24 anni (senza contare ovviamente chi va a scuola o all’università, o i 2 milioni di «né-né») è senza lavoro. In un anno sono aumentati del 2,4%. Una fascia sociale senza alcun sostegno al reddito o all’abitare, e per cui l’unico «sostegno» restano i genitori o addirittura i nonni. E dire che, qualche tempo fa, qualcuno si è permesso persino – tra gli applausi – di definirli «bamboccioni ».
È la risposta alla domanda: chi paga la crisi? Chi lavora, in termini generali. I precari, soprattutto. I dati resi noti ieri da Eurostat – l’ufficio centrale europeo, in contemporanea con quello italiano – non lasciano molti dubbi. Il tasso di disoccupazione cresce, anche se di poco (0,1% in un anno), in tutto il continente. Nella zona euro è arrivato così al 10% tondo, mentre in Italia sembra restare stabile intorno all’8,6. Ma i numeri, come sempre, non dicono tutto. La prima cosa da capire è che queste percentuali fotografano chi il lavoro lo va cercando, senza comprendere gli «scoraggiati» che hanno smesso anche di farlo. Se si guarda infatti al tasso di occupazione si evidenzia una grande differenza tra i vari paesi, con l’Italia che può vantare appena il 57% di lavoratori attivi (quasi 23 milioni) rispetto alla massa di popolazione in età da lavoro. Il calo qui èminimo (0,2%) perché attutito da un ricorso massiccio alla cassa integrazione da parte delle aziende (ricordiamo che finché dura la cig, formalmente, il posto di lavoro viene conservato). A restar fuori sono soprattutto le donne, da sempre (appena il 46,5%). Eppure, stavolta, sono proprio oro ad aver alzato la media (+1,6% su base annua), mentre quella maschile è scesa dell’1. Ma, nell’arco dei 12 mesi del 2010, i giovani hanno stavolta pagato un prezzo altissimo: 29 su 100, nella fascia d’età tra i 15 e i 24 anni, sono rimasti a spasso. Il 2,4% in più rispetto all’anno precedente. Poiché è dimostrato che i rapporti di lavoro precari (quando non addirittura in nero) sono appannaggio maggioritario delle giovani generazioni, ne discende che la crisi ha colpito per primi quelli posizionati – nel processo produttivo – come «occupazione flessibile». I precari, appunto, che non si sono visti rinnovare i contratti a tempo o le collaborazioni. E che, naturalmente, non possono godere di alcun ammortizzatore sociale. Ma non si può dire, come qualche buontempone ripete sui giornali padronali, che questi dati dipendano dall’eccessiva «protezione » del lavoro in Italia. Paesi all’avanguardia del liberismo in materia di lavoro – come le tre repubbliche baltiche ex Urss – se la passano assai peggio, con tassi di disoccupazione oscillanti tra il 16,1 e il 18,3% (addirittura il 35,3 quella giovanile in Lituania). Così come l’ex bimba prodigio – la Spagna – che «vanta» un 20,2% di disoccupati, che schizza a un catastrofico 42,8 per i giovani. Anche l’ex «tigre centica», travolta dal crack delle sue banche nonostante un debito pubblico – nel 2007 – di appena il 12% (un decimo dell’Italia), in soli dodici mesei ha visto crescere gli irlandesi senza lavoro di quasi un punto percentuale. Al contrario, paesi tradizionalmente,
«welfaristi» come gli scandinavi o i mitteleuropei (Germania e Austria), viaggiano nella fascia alta dell’occupazione continentale. L’Olanda resta un paradiso, con appena il 4,3% di senza lavoro (8,2 tra i giovani), mentre Svezia, Germania, Finlandia e addirittura Malta migliorano l’occupazione in un anno comunque critico per tutti gli altri. Da segnalare che in quasi tutti questi paesi esiste addirittura un congruo sussidio di disoccupazione che – secondo le teorie in voga in ambienti confindustriali nostrani – r in qualche modo «disincentivare» dalla ricerca di occupazione stabile. Fuor di ideologia, dunque, il caso italiano – collocabile nella media europea, tranne che per quanto riguarda la disoccupazione giovanile – non dipende affatto da una legislazione «lassista», ma da una pessima performance delle imprese. Oltre dall’inestenza di politiche incentivanti l’autonomizzazione dei giovani rispetto alle famiglie.
In Italia non esiste per esempio un’edilizia pubblica né per le famiglie né – tantomeno – per i giovani; incentivando così la permanenza in casa fino ai 30 anno e oltre; con evidente rinvio dell’assunzione individuale di responsabilità rispetto alla propria vita (che parte naturalmente dalla ricerca di un lavoro). Quanto alle imprese, perseguono scopi schizofrenici: accolgono con favore l’innalzamento dell’età pensionabile e cercano di prepensionare gli «over 50» per sostituirli con giovani dai contratti precari e pagati la metà; si lamentano della difficoltà di trovare manodopera qualificata e plaudono alla desertificazione dell’istruzione pubblica. Respiro e visione corta, che conducono a cercare di competere nella fascia bassa della produzione: quella dominata dagli emergenti. Un paese guidato al suicidio.