Giacomelli: Rassegna mercoledì 4

04/06/2003

        Mercoledí 04 Giugno 2003

        Giacomelli resta in bilico

        Titolo ancora sospeso a Piazza Affari
        MORYA LONGO


        MILANO – La partita di Giacomelli è ancora sul filo del rasoio. In attesa che scenda in campo un "cavaliere bianco" (Decathlon , Cisalfa e la francese Go Sport , secondo indiscrezioni, avrebbero in mano il dossier) a giocarla rimangono due squadre. Da un lato Giacomelli, che venerdì scorso ha dichiarato l’intenzione di chiedere al Tribunale di Rimini l’amministrazione controllata per alcune società del gruppo con la collaborazione dello studio Gnudi di Bologna. Dall’altro i creditori e i fornitori: dopo aver depositato presso lo stesso Tribunale di Rimini per conto della società Ande srl di Lecco la prima istanza di fallimento (vedere «Il Sole 24 Ore» di ieri), l’avvocato Maurizio Spinella sta infatti valutando di presentare ulteriori istanze per conto di altri clienti. Il tutto mentre i titoli Giacomelli rimangono sospesi dalle quotazioni: in una nota serale, la Borsa italiana ha infatti annunciato la decisione di prolungare la sospensione delle negoziazioni a tempo indeterminato. «Fino a successivo provvedimento». Fino, insomma, a una schiarita.
        Le difficoltà per il gruppo Giacomelli sono iniziate nel luglio scorso, quando ha rilevato per 76 milioni di euro Longoni Sport . Per operare questo "colpo", Giacomelli utilizzò buona parte del prestito obbligazionario da 100 milioni (che sarebbe dovuto servire ad altro) collocato pochi mesi prima da Abaxbank e Banca Akros. Non solo. In pochi mesi il gruppo ha anche aperto 45 nuovi punti vendita, raschiando ancora di più nel "barile" della liquidità. Non solo. Secondo indiscrezioni raccolte sul mercato, Giacomelli in quei mesi avrebbe anche rimborsato una serie di linee di credito bancarie. Morale: la liquidità si è prosciugata. Proprio nel momento di mercato peggiore: da un lato il caso Cirio aveva bloccato il mercato obbligazionario, dall’altro il sistema bancario si era fatto sempre più attento a concedere nuovi crediti.
        Nei mesi scorsi il gruppo Giacomelli ha quindi cercato con tutte le forze un salvataggio in extremis. In un primo momento – secondo indiscrezioni – ha iniziato a trattare col sistema bancario per la concessione di un prestito sindacato da 30 milioni di euro. Poi, una volta svanita questa possibilità, ha iniziato a lavorare (insieme allo studio Caretti&Associati) su un piano di ristrutturazione, strutturato su più livelli: aumento di capitale di 50,37 milioni, riscadenziamento del debito con i fornitori, ristrutturazione di quello con le banche.
        Ma anche questa strada si è interrotta. E, venerdì scorso, è stata annunciata la decisione di chiedere al Tribunale di Rimini l’amministrazione controllata. Lo studio bolognese del presidente dell’Enel Piero Gnudi sta lavorando per preparare i documenti necessari per chiedere questa "protezione" al Tribunale. E l’advisor Caretti&Associati sta operando per mettere in piedi il piano di salvataggio. Ieri Francesco Caretti e l’amministratore delegato di Giacomelli Stefano Pozzobon sono andati alla Consob, che ha chiesto informazioni sulla vicenda. L’obiettivo di Giacomelli è di presentare al più presto la richiesta di amministrazione controllata. Anche se, secondo autorevoli fonti di mercato, la salvezza non potrà arrivare che da un "cavaliere bianco".


        mercoledì 4 giugno 2003
        Giacomelli, chiesto il fallimento
        Le banche creditrici cercano un compratore per evitare il peggio
        Roberto Rossi

        MILANO Cisalfa, Decathlon, ma anche un probabile ritorno di Longoni.
        Che cosa succende quando un gruppo lotta tra amministrazione controllata e fallimento, quando le banche chiudono i rubinetti, quando il debito verso i fornitori raggiunge cifre record, quando, infine, anche il collegio sindacale chiede al
        giudice di sostituire il consiglio di amministrazione? Succede che si cerchi di mettere mano al portafoglio e che, se questo non basti, di vendere il possibile e sperare che la
        transazione avvenga al più presto. Ed è proprio quello che stanno facendo alla Giacomelli Sport, la più grande catena di distribuzione di articoli sportivi in Italia, sull’orlo della bancarotta dopo che gli avvocati della società Ande srl di Lecco hanno
        presentato al Tribunale di Rimini istanza di fallimento.
        La ricerca di un socio forte era un progetto messo in cantiere da tempo. Un socio capace di risollevare il gruppo, guidato da Gabriella Spada, dal limbo nel quale era piombato dopo l’acquisizione di Longoni Sport, il numero tre in Italia, per 76 milioni di euro. Un boccone amaro quello della Longoni. Una società che aveva una bassa redditività, un patrimonio in rosso, una montagna di debiti, ma pagata a peso d’oro. «Gli analisti mi hanno rimproverato un prezzo eccessivo – aveva detto Spada subito dopo l’acquisizione -. Non hanno capito che è stato un investimento con il quale
        abbiamo coperto un segmento, quello specialistico, sul quale sarebbe stato impossibile crescere».
        Ma nonostante l’ottismo dei vertici, chi ha potuto è fuggito. Spaventati dal pesante rosso su tutti margini operativi, dalla posizione finanziaria netta negativa per oltre
        200 milioni, numerosi investitori – tra i quali Ubs, socio storico del gruppo ai tempi dell’offerta pubblica con il 16%, che ha liquidato tutta la quota addirittura solo pochi mesi prima dello shopping Longoni – hanno fatto marcia indietro e contribuito
        alla caduta del titolo da 1,97 euro agli attuali 0,483.
        Chi è rimasto ha dovuto pagare la crisi. E i piani di sviluppo pretenziosi della società di Rimini. Come quello triennale presentato qualche mese fa che prevedeva un’esplosione del fatturato da 312 a 590 milioni di euro, un reddito operativo sopra
        i 60 milioni e un rapporto debito/mezzi propri attorno all’unità, contro il livello di 3,5 fatto registrare nell’ultimo esercizio. Obiettivi che subito sono stati giudicati poco
        credibili e spregiudicati.
        D’altronde tutta la storia della Giacomelli la si può definire spregiudicata.
        Una storia iniziata in un piccolo negozio nella riviera romagnola che, per una serie di felici intuizioni dei suoi proprietari (tra i quali proprio Spada), riesce a sfondare
        nel mercato della distribuzione sportiva locale. Nel 1992 il primo megastore. Poi una crescita continua. Prima in Italia – tre aperture nel 1993, quattro nel 1994 – poi anche
        in Europa (in Belgio e Portogallo e Polonia). E così in dieci anni, con un mercato fortemente parcellizzato (i piccoli rivenditori a gestione familiare rappresentano il 70% del totale), Giacomelli Sport è diventato il primo operatore davanti
        a Cisalfa (con circa il 9% del mercato) e la francese Decathlon (4%).
        Che, poi, sono i primi nomi circolati quando si è cominciato a parlare di acquisizione. Primi, ma non soli. L’altro, a sorpresa, è quello di Longoni, che starebbe valutando l’idea di riprendersi, a un prezzo più basso, quello che ha lasciato.
        Su tutto questo però l’ombra del fallimento. Un’ipotesi che tutti vorrebbero evitare.
        I sindacati in primo luogo, ma anche i 2600 dipendenti del gruppo.



        Mercoledì, 4 Giugno 2003

        SOTTO I RIFLETTORI
        Si allunga la lista delle società a rischio e soprattutto quella dei risparmiatori che potrebbero iniziare a perdere il sonno.

        Anche il Gruppo Giacomelli Sport (le cui controllate sono Giacomelli, Longoni e Natura & Sport, attive nella distribuzione di prodotti legati al tempo libero) si sta avviando a rapidi passi verso l’amministrazione controllata.Infatti il Cda, preso atto del continuo peggiorare della situazione economico finanziaria, incalzato da decreti ingiuntivi e richieste di pignoramento da parte di fornitori, nell’impossibilità di trovare soluzioni immediate si è "rifugiato" nella richiesta al Tribunale di Rimini di una procedura di amministrazione controllata. Questa procedura consente alla società di ottenere una dilazione dei debiti e soprattutto vieta ai creditori di intraprendere o proseguire atti esecutivi o cautelativi.

        L’ultima "doccia fredda" per Giacomelli è stata resa nota ieri dal quotidiano economico "il Sole 24 Ore", proprio a poche ore dalla decisione dei sindaci di Giacomelli di presentare istanza al Tribunale per una serie di provvedimenti che potrebbero portare anche alla rimozione del Consiglio di amministrazione. L’avvocato Maurizio Spinella, per conto della società Ande srl di Lecco, ha fatto sapere infatti al Sole 24 Ore di aver presentato al Tribunale di Rimini istanza di fallimento nei confronti di Giacomelli Sport Group spa. L’istanza è stata presentata venerdì scorso, 30 maggio, ed è probabile che venga intrapresa in queste ore un’azione analoga anche nei confronti di Giacomelli spa e Longoni Sport spa.

        Intanto -sempre secondo " il Sole 24 Ore"- voci non confermate indicherebbero alcuni concorrenti di Giacomelli, come Decathlon e Cisalfa, interessati a rilevare il gruppo riminese.Nel frattempo all’inizio del mese di luglio (il giorno 4 in prima convocazione ed il 17 in seconda) si riunirà l’assemblea straordinaria dei soci che dovrà valutare tutta una serie di poteri da conferire agli amministratori e soprattutto la volontà di attivare azioni volte alla ristrutturazione della società. In primis un probabile aumento di capitale per circa 50 milioni di euro.I mercati non hanno reagito certamente bene a queste notizie. Il bond da 100 milioni di euro emesso da Giacomelli Finance Sa all’inizio del 2002 con scadenza 7 marzo 2007, cedola 8,375\% (si ricorda che era sprovvisto di rating) è precipitato a 70 pur in assenza di scambi. Ciò indica un rendimento del 20\% che non nasconde, quindi, le perplessità degli operatori nei confronti dell’azienda riminese. Infatti il regolamento del bond, emesso in Lussemburgo e sottoposto a normativa inglese, indica chiaramente che eventuali procedure esecutive o altri procedimenti legali intentati nei confronti degli assets o ricavi del gruppo per un ammontare superiore a 10 milioni di euro, se non rimossi entro 30 giorni dall’inizio dell’azione, farebbero scattare immediatamente il default.D.L.M.




        mercoledì 4 giugno 2003
        Per il gruppo in difficoltà finanziarie ci sarebbe l ’interessamento di Cisalfa e Decathlon
        Spuntano candidati per Giacomelli

        Nuova doccia fredda per Giacomelli, dopo la decisione dei sindaci di chiedere la rimozione del Consiglio d’amministrazione. Per il gruppo degli articoli sportivi fortemente indebitato dopo l’acquisto un anno fa per 76 milioni di euro della catena Longoni potrebbe aprirsi il fallimento.
        L’avvocato Maurizio Spinella, per conto della società Ande srl di Lecco, ha fatto sapere al Sole 24 Ore (che ne ha dato notizia nell’edizione di ieri) di aver presentato venerdì al Tribunale di Rimini istanza di fallimento nei confronti di Giacomelli Sport Group spa. La settimana scorsa Giacomelli aveva annunciato la presentazione di una richiesta di amministrazione controllata, peraltro non ancora depositata: a questo punto ad essere esaminata per prima dal Tribunale dovrebbe essere l’istanza di fallimento che, se approvata, vanificherebbe la protezione dai fornitori che il gruppo degli articoli sportivi aveva in programma di ottenere attraverso l’amministrazione controllata.
        Intanto voci non confermate indicherebbero interessamento di alcuni concorrenti del gruppo riminese, come Decathlon e Cisalfa, per rilevare attività di Giacomelli. Nel frattempo anche ieri i titoli Giacomelli sono rimasti sospesi dalle contrattazioni di Piazza Affari in attesa di integrazioni informative.




        mercoledì 4 giugno 2003
        Giacomelli rischia la chiusura
        MILANO — Rischia davvero grosso, adesso, la Giacomelli di Gabriella Spada (nella foto a sinistra). La decisione della Ande, una Srl di Lecco, di presentare un’istanza di fallimento, potrebbe imporre alla società riminese un’evoluzione ben più drammatica di quella possibile fino all’altro giorno. La volontà del cda, annunciata giovedì scorso, di chiedere l’amministrazione controllata sembrava avviare il gruppo romagnolo verso due anni di ‘aggiustamenti’ che avrebbero potuto concludersi con un ritorno alla normalità, seppure su basi molto ridotte rispetto alle attuali. Con i debiti congelati dall’amministrazione controllata, la Giacomelli avrebbe potuto infatti ridurre l’indebitamento vendendo alcuni asset in portafoglio.
        Certo, con una posizione finanziaria netta che a fine marzo era negativa per 196,7 milioni e con 222,3 milioni di debiti verso i fornitori, le dismissioni non sarebbero state comunque sufficienti per riequlibrare la situazione. Sacrifici sarebbero stati necessari da parte di tutti (azionisti, banche, investitori che hanno sottoscritto i 100 milioni di bond emessi dalla società, altri creditori). Ma la mossa di lunedì del collegio sindacale avrebbe potuto facilitare la partecipazione al futuro piano di risanamento della società. Chiedendo al tribunale di sostituire il cda, l’organo di controllo cercava di fare piazza pulita degli amministratori che avevano portato il gruppo alla situazione attuale, facilitando così le trattative con i possibili compratori (secondo voci, peraltro non confermate, sarebbero interessati Decathlon e Cisalfa).
        Poiché l’istanza di fallimento è stata depositata il 30 maggio, prima quindi della richiesta di amministrazione controllata (in realtà solo annunciata, ma non ancora presentata) tutti i tentativi di evitare una soluzione traumatica alla crisi della Giacomelli rischiano di saltare.
        Del resto, quello della procedura fallimentare è uno spettro che aleggia su tutte le non poche società che boccheggiano sotto una marea di debiti e perdite. Il caso più eclatante è senz’altro quello della Cirio, il cui ad Roberto Colavolpe ha illustrato ieri, assieme agli advisor Rothschild e Livolsi, il piano di ristrutturazione del debito, che prevede l’azzeramento della quota di Sergio Cragnotti (nella foto a destra), ai rappresentanti delle banche depositarie dei bond emessi dal gruppo agroalimentare. I proprietari di queste obbligazioni (i risparmiatori, ai quali i titoli sono stati rifilati dalle stesse banche) dovranno poi decidere se convertire le loro obbligazioni (svalutate) in azioni Cirio. Per questo, come informa una nota, «è in corso l’istruttoria Consob per la pubblicazione del prospetto informativo», che dovrà avvenire prima delle assemblee nella seconda metà di luglio.
        La Borsa, dove Giacomelli è sempre sospesa, non si è affatto entusiasmata per l’incontro tra Colavolpe e le banche (la quotazione è scesa del 2,56%), così come non lo ha fatto per Arquati (meno 5,22%), che l’altro ieri ha sostituito l’ad (Mario Addonizio ha preso il posto di Pierluigi Novello) e sta cedendo alcuni asset all’estero per ridurre i suoi debiti. Piazza affari ha mandato invece alle stelle Fin. Part. (Più 8,36%) con scambi più che raddoppiati, sull’illazione di una prossima vendita della Frette.
        a. c.



        Data pubblicazione:04-06-2003

        Giacomelli, il fallimento brucia le tappe

        RIMINI – Non passa giorno senza che sul caso Giacomelli ci siano colpi di scena che rimettono tutto in forse. L’ultimo, però, porta un’etichetta pesante da digerire: fallimento. Un avvocato che rappresenta uno dei fornitori del gruppo riminese, Maurizio Spinella, ha infatti fatto sapere di aver depositato nell’ormai supercitata cancelleria del tribunale di Rimini, un’istanza di fallimento che porta come data di protocollo quella del 30 maggio. Una data che sembra il primo rintocco di campana per il gruppo riminese. Il consiglio d’amministrazione della Giacomelli Group, venerdì scorso, aveva infatti dichiarato di aver depositato un’istanza per chiedere l’amministrazione controllata per Giacomelli Sport, Longoni Sport e Natura&Sport. Ma in queste ultime ore ha dovuto fare marcia indietro, dichiarando che l’istanza verrà depositata solo prossimamente. A questo punto, però, i tempi diventano fondamentali. L’istanza di fallimento dell’avvocato Spinella, che rappresenta la ditta "Ande" di Lecco (società che produce attrezzatura sportiva da alta montagna che vanta un credito pari a circa un milione di euro), rischia infatti di essere discussa prima del deposito della richiesta di amministrazione controllata da parte del Cda del gruppo e questo taglierebbe le gambe ai vertici della holding che con questa mossa speravano di congelare i debiti almeno nei confronti dei debitori. Se il presidente del tribunale Pierfrancesco Casula dovesse decidere di fissare l’udienza per la discussione dell’istanza di fallimento prima della richiesta del Cda, non ci sarebbero intenzioni che tengano. Ma anche nel caso in cui il ricorso del Cda dovesse arrivare prima, non è detto che la decisione del tribunale sia favorevole al Cda vista la recente presa di posizione dei revisori dei conti che hanno chiesto al tribunale la rimozione del consiglio d’amministrazione ventilando addirittura presunte irregolarità nella gestione della holding. Quali siano queste irregolarità è ancora presto per dirlo. Certo è che la mossa dei revisori, seppure sembra dettata più dal tentativo di abbandonare la nave che affonda piuttosto che da una reale volontà di chiarezza, coincide in maniera preoccupante con la richiesta presentata settimane fa dall’avvocato Carlo Alberto Zaina in rappresentanza di un altro fornitore del gruppo che vanta un credito di quasi due milioni di euro. Uno degli aspetti ancora oscuri della vicenda è sicuramente quella che riguarda la questione degli assegni. Sembra perlomeno curioso, infatti, che a fronte di un debito nei confronti dei fornitori calcolato in circa 222 milioni di euro, in realtà alla Camera di Commercio risultano protestati assegni per soli sei milioni. Evidentemente la maggioranza dei fornitori non è riuscita, per qualche ragione, a far protestare i titoli di credito. E in questo potrebbe aver giocato un ruolo di primo piano il "pasticcio" degli assegni che è ancora al vaglio della procura di Rimini. In novembre, infatti, la Giacomelli era riuscita a convincere i propri fornitori a riprendere le forniture con il pagamento di assegni postdatati. Il 12 marzo, alla procura di Rimini, un alto dirigente della società aveva presentato la denuncia per il furto di alcuni assegni, affermando di aver avvertito tutti i propri fornitori il 5 di marzo. I primi assegni potevano essere incassati il 6. Ma non appena i fornitori sono andati nelle banche, si sono visti sequestrare i titoli come oggetto di furto. A quel punto non era nemmeno possibile mandare in protesto i titoli. Che sia su questi aspetti che i sindaci revisori hanno cercato di cautelarsi? E quanto varrà la loro dichiarazione pubblica quando si andranno a scoprire le carte? Di sicuro, per adesso, c’è solo che alla procura di Rimini esiste un fascicolo aperto con le ipotesi di calunnia e truffa. Indagato risulta il dirigente che ha firmato la denuncia. Un dirigente che, nel frattempo, si è anche dimesso.