Giacomelli, cronistoria di un debito insostenibile

09/06/2003





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lunedi 09 Giugno 2003
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Giacomelli, cronistoria di un debito insostenibile


VITTORIA PULEDDA


ilano
Creditori alle porte, istanze di fallimento già presentate da parte di un fornitore, prossime richieste di amministrazione controllata per difendersi dai medesimi, 100 milioni di bond, si spera poco diffusi nei portafogli dei risparmiatori (non ci sono dati ufficiali in merito). E, soprattutto, una montagna di debiti e di errori, che hanno fatto di Giacomelli la prima società del segmento Star, quello ad alti requisiti di trasparenza e affidabilità per intenderci, a cadere sotto i colpi di una gravissima crisi.
Crisi finanziaria, innanzitutto, scatenata dalla rivolta dei fornitori che non vengono pagati e che da tempo vanno avanti con ingiunzioni di pagamento e richieste di pignoramento, aggravata dalla rigidità di alcune banche, che dopo aver finanziato abbondantemente il gruppo ora cominciano ad aver paura. E come sempre, quando si mettono in moto le prime pietre, spesso si arriva rapidamente alla valanga: la settimana scorsa, per la prima volta a Piazza Affari, il collegio sindacale si è rivolto al tribunale perché decida sulle misure da prendere, «inclusa l’eventuale sostituzione del cda». Il sospetto è che gli amministratori abbiano compiuto gravi irregolarità, spiega l’articolo del Codice civile invocato dai sindaci. Ma come si è arrivati a tutto questo?
Giacomelli, rivenditore al dettaglio di articoli sportivi, parte da Rimini, nel ’92. Il punto di riferimento è la famiglia — e la moglie di Emanuele Giacomelli, Gabriella Spada — ed è ancora così quando il gruppo approda in Borsa, nel luglio del 2001 (anche se nel 2000 era arrivato un socio finanziario, Ubs). La matricola di allora contava su 95 punti vendita, anche all’estero, un fatturato 2000 di 228 milioni di euro e un’esposizione verso le banche di 76 milioni. Oggi ha 171 punti vendita, un fatturato di 314 milioni di euro e perdite per 3,45 (che sono salite a 6,8 nel primo trimestre 2003). Ma, soprattutto, ha debiti verso le banche per 135,5 milioni, 100 milioni di bond su cui pagare gli interessi, una posizione finanziaria netta negativa per 196 milioni e un’esposizione verso i fornitori pari a 222,3 milioni (il doppio rispetto al 2001). Nella trimestrale i vertici della società ammettono che la situazione sta sfuggendo di mano e annunciano trattative con le banche e un aumento di capitale. Misure che però sarà difficile adottare in tempi brevi.
Insomma il gruppo è cresciuto, ma senza solidità e ora i nodi stanno venendo al pettine. Molti fanno risalire l’inizio delle difficoltà all’acquisto della Longoni sport, finanziato con un prestito obbligazionario emesso pochi mesi prima. Col senno del poi, tutto diventa semplice e prevedibile, ma nel caso di Giacomelli proprio da quel bond sembrano cominciare i guai. Il 7 marzo 2002, con l’assistenza finanziaria di Abaxbank e di Banca Akros, una controllata lussemburghese emette le obbligazioni. I titoli non hanno rating e pagano gli interessi una volta l’anno (tasso per il 2003 pari all’8,375%). E’ l’inizio dello squilibrio nei conti: se l’anno prima Giacomelli pagava oneri finanziari che sfioravano gli 11 milioni di euro (circa il 4% del fatturato) su un totale di debiti bancari pari a 114,5 milioni, a fine 2002 gli oneri finanziari erano lievitati a 25,8 milioni di euro. Oneri che hanno contribuito a portare il risultato operativo in rosso per 11,26 milioni contro un valore positivo di 8,7 milioni nel 2001 e a chiudere l’intero bilancio in perdita. Nel frattempo i debiti complessivi (banche, fornitori, fisco…) sono saliti fino a quota 512 milioni, quasi il doppio rispetto all’anno prima (262). Nei tre mesi successivi il patrimonio netto è sceso a 40 milioni, un’inezia rispetto agli impegni in essere.
E qui torna in ballo l’acquisto della Longoni. Scelta scellerata, dicono in molti, strapagata (79 milioni di euro) per essere una società in perdita e con una forte esposizione verso le banche. C’è del vero, ovviamente, ma occorre fare alcune precisazioni: al momento dell’acquisto Longoni aveva 22 punti vendita, di cui solo 8 a regime (la società ha una struttura di vendita da megastore, che cominciano a produrre utili solo a partire dal quarto anno). Gli altri impianti, spiegano gli esperti del settore, fino a quando non andranno a break even sono quasi fisiologicamente solo costi. E infatti, prima della vendita, i soci della Longoni (Stefano Longoni e il fondo chiuso Bridgepoint) hanno ripianato le perdite, tanto che il patrimonio netto al 30 giugno del 2002 (la vendita viene conclusa l’11 luglio) era, sia pure simbolicamente, positivo (1,14 milioni).
Il prezzo pagato da Giacomelli è stato in qualche modo determinato dal mercato — era in corso un’asta con almeno altri due pretendenti tra cui Cisalfa — e finora i risultati di periodo sono stati in linea con le dichiarazioni dei venditori: era stato preventivato un fatturato di 144 milioni di euro e infatti per il periodo di consolidamento (11 luglio31 dicembre) Giacomelli contabilizza per conto di Longoni 73,6 milioni di giro d’affari (senza i quali, tra l’altro, la società avrebbe registrato una contrazione delle vendite rispetto al 2001).
Resta il fatto che fino a quando non si arriverà al break even gli introiti futuri restano solo potenziali; stesso discorso, del resto, che vale per Giacomelli e i suoi 45 nuovi punti vendita aperti nel 2002 (che, tuttavia avendo tipologie diverse dovrebbero arrivare in pareggio prima). Insomma, scelte di crescita in parte malgestite, sicuramente non compatibili con la capacità finanziaria del gruppo. Forse non ha giovato l’azzeramento dei vertici Longoni, deciso dai Giacomelli, e la scelta di cambiare i termini dei pagamenti con i fornitori storici della Longoni, non a caso i più inferociti.
La parola ora passa ai creditori, alle banche — le più esposte a fine 2002 erano l’Iccrea con 15 milioni, Mediocredito lombardo con 13, il pool Cofiri con 9, Mediocredito centrale con 7,7 e Popolare Milano con 7,3) — ai tribunali e agli eventuali acquirenti, che in questi giorni si stanno facendo avanti.
A parte gli errori, non sempre la famiglia ha dato prova di eleganza. Toccherà al tribunale stabilire se ha commesso vere e proprie irregolarità, ma non gioca a suo favore, ad esempio, la decisione del febbraio 2002. Nonostante i conti cominciassero a scricchiolare, tanto che il primo semestre si è chiuso con una perdita lorda pari a 19,8 milioni di euro, il gruppo decide l’acquisizione del restante 40% di Giacomellisport.com ancora in mano ad Emanuele Giacomelli (vicepresidente ora dimessosi), per 2,6 milioni di euro. Né i risultati negativi hanno impedito che Gabriella Spada, presidente e dirigente del gruppo, abbia visto lievitare del 53% il suo emolumento dal 2000 al 2002.
Non male, per una società che "spera" nell’amministrazione controllata per evitare le istanze di fallimento.