Giacomelli, Cisalfa ci riprova

23/09/2003



      Martedí 23 Settembre 2003

      FINANZA E MERCATI


      FINANZA DIFFICILE
      Cordata con Longoni e Tacchini
      Fuori gli advisor Caretti & associati e lo studio Gnutti
      Giacomelli, Cisalfa ci riprova
      Il titolo sospeso ieri in Borsa Entro un mese la nomina del commissario


      MILANO – Gli advisor del Giacomelli group, a partire dalla milanese Caretti & associati, escono di scena prendendo atto di di non avere concretizzato nessuna delle candidature al rilancio della società.
      E, contemporaneamente, l’avvio delle procedure per il passaggio dall’amministrazione controllata a quella straordinaria ha determinato una prima conseguenza: i
      contatti presi con la Procura della Repubblica di Rimini, titolare dell’inchiesta sul crack Giacomelli, da una delle cordate per rilevare subito la catena commerciale specializzata in articoli sportivi.
      Ne fanno parte Cisalfa (che fa capo al gruppo romano Mancini), Sergio Longoni (l’imprenditore che aveva venduto l’azienda proprio alla Giacomelli) e Sergio Tacchini (coinvolto come investitore finanziario).
      Il messaggio di Cisalfa e alleati alla magistratura della
      Procura della Repubblica di Rimini, titolare delle indagini sul crack Giacomelli, risulta chiaro: l’unica
      possibilità di salvare gli oltre 3 mila dipendenti del gruppo è intervenire subito, evitando che i tempi
      lunghi delle procedure rendano irreversibile la crisi del gruppo. L’amministrazione controllata rendeva l’intervento troppo oneroso, soprattutto per il peso dell’indebitamento, pari a oltre 400 milioni di euro. Ma ora si è determinata una discontinuità nella gestione del gruppo dando la possibilità di separare le responsabilità da quelle della gestione precedente, neutralizzando il peso dell’indebitamento.
      A questo punto la Procura di Rimini deve esprimersi sull’alternativa tra l’amministrazione straordinaria e il fallimento.
      Nel primo caso la nomina del commissario tocca al tribunale di Roma e al ministero dell’Industria, mentre
      la scelta del liquidatore fallimentare è di competenza riminese. In entrambi i casi la richiesta della cordata Cisalfa è di prendere le decisioni in tempi brevi per rendere possibile la ripresa delle attività evitando di compromettere la campagna natalizia.
      I tempi dell’amministrazione straordinaria danno un
      mese per la scelta del commissario, che poi ha un altro mese per decidere come muoversi. Ma si tratta di limiti massimi che, volendo, possono essere drasticamente ridotti. Anche perchè nel frattempo
      il titolo, che negli ultimi mesi in Piazza Affari è precipato, continua a soffrire. Tanto da giustificare
      la sospensione dalle contratta zioni, decisa ieri dalla Borsa spa.
      La fine dell’amministrazione controllata è stata inevitabile dopo i primi risultati del lavoro svolto
      dal nuovo presidente, Ernesto Musumeci, e dal consiglio di amministrazione. Una decisione determinante, presa all’inizio del luglio scorso, appena dopo la nomina, è stata la verifica dei magazzini,
      effettuata in tempi record d’intesa con i revisori
      della Kpmg. Il risultato è stato sconcertante,
      evidenziando valori inferiori di oltre 100 milioni
      di euro a quelli ufficiali.
      Non solo. Altre voci di bilancio hanno dovuto essere riviste, rendendo evidente che il rilancio del gruppo era possibile soltanto in discontinuità con la gestione passata. E infatti gli advisor non sono riusciti a trasformare nessuna delle cinque, sei candidature all’acquisto in offerta concreta. Così Musumeci e il cda hanno deciso interventi tempestivi mentre gli
      advisor Caretti & associati, lo studio legale PortaleVisconti di Milano e lo studio Gnutti di Bologna si sono ritirati in buon ordine.
      Chi si sta leccando le ferite sono banche e fornitori esposti con il gruppo. In totale si tratta di crediti per oltre 400 milioni di euro. I fornitori sono esposti per
      230 milioni di euro, le banche per un centinaio di milioni e gli investitori che hanno puntato sui bond
      Giacomelli per altri 100 milioni di euro. L’esposizione delle banche risulta piuttosto frammentata, senza concentrazioni particolarmente significative. Tra gli istituti in prima fila ci sono quasi tutte le banche principali. Ma sul sistema del credito cade anche il peso dei bond Giacomelli che, contrariamente a quelli Cirio, sono rimasti in buona parte nei portafogli
      delle banche, convinte che si trattasse di un investimento interessante. A partire da quello di Abaxbank, uno degli emittenti, che nell’ultima semestrale ha fatto pulizia per circa 18 milioni di euro
      (pur chiudendo con un utile netto di 2,3 milioni di euro). Tutti sono stati tratti in inganno dalle strategie
      aggressive di crescita del gruppo e dai risultati
      eccellenti che figuravano nei bilanci ufficiali. I revisori
      della Deloitte, in particolare, hanno sempre certificato i conti aziendali senza avere nulla da eccepire. Ma ora è stato scoperto che manca merce per oltre 100 milioni di euro. Tradotti in magliette e scarponi si
      tratta di una quantità di merce impressionante. Davvero è andata in fumo nel giro di poche settimane? I conti non tornano.

      FABIO TAMBURINI