Giacomelli: Anche un principe saudita cercò di salvarli dal crac

11/11/2005
    venerdì 11 novembre 2005

    Pagina V

    GIACOMELLI: il racconto del testimone eccellente

      Un principe arabo e un tesoro scomparso: sembra una favola, ma in realtà è l’inchiesta sul caso Giacomelli che ogni giorno riserva nuove sorprese.
      Il tesoro svanito, sul quale vogliono mettere le mani gli uomini della Finanza, comprende gioielli e opere d’arte. Al principe si rivolse Gabriella Spada

        Anche un principe saudita
        cercò di salvarli dal crac

          Una catalogo di gioielli e opere d’arte mai trovati e un principe saudita. E’ l’ultima ‘puntata’ della Giacomelli-story. Il primo sarebbe saltato fuori nel corso delle ultime perquisizioni fatte dagli investigatori della guardia di finanza. Custode del catalogo, uno dei computer in uso a Emanuele Giacomelli, dove le Fiamme Gialle avrebbero rinvenuto una lista particolareggiata, corredata di fotografie, di gioielli e opere d’arte che, però, i finanzieri non sono riusciti a scovare e a ‘sigillare’.

          Quanto al principe saudita, sarebbe quello che Patrik Perrin, nome già noto negli ambienti finanziari come ‘mediatore’ e in questa vicenda definito un testimone «particolarmente qualificato», aveva presentato a Gabriella Spada. A lui, secondo gli inquirenti, si era rivolta la moglie di Emanuele Giacomelli, donna-immagine dell’azienda, per ottenere aiuti finanziari nel maggio 2003, quando la situazione del Gruppo era già a un passo dallo stato di insolvenza, dichiarato poi nell’ottobre di quello stesso anno. Perrin, che vive nel riminese, avrebbe riferito di un incontro avvenuto all’Hotel Parco dei Principi tra lui e la Spada, arrivata insieme a un giovane dipendente della Giacomelli, nel corso del quale la donna gli aveva chiesto aiuto per scongiurare l’amministrazione controllata. Di qui, l’incontro successivo con il principe saudita, al quale erano stati chiesti 100 milioni di euro per operare un aumento di capitale. Una transazione che era fallita con l’intervento dell’amministrazione controllata del Gruppo. Perrin avrebbe inoltre consegnato agli inquirenti un documento in cui la Spada, sempre nel 2003, avrebbe impartito ‘direttive’ al marito per sottrarre alle indagini carte e beni di valore. Un documento che la donna avrebbe spedito al consorte utilizzando il fax di Perrin, ormai convinta di essere ‘sotto inchiesta’.

          Un panorama, quello descritto dal supertestimone, che rimanderebbe un’immagine della Spada diversa da quella che ha sempre dato di se stessa nel corso degli interrogatori. Non solo cioè quella di una donna relegata al settore marketing, ma anche parte attiva nelle scelte finanziarie del Gruppo.

          Da quel momento fu il tracollo, anche se silenzioso. La bomba scoppiò solo il 29 aprile del 2004, quando la Finanza arrestò l’intero vertice per un crac che era stato quantificato in 500 milioni di euro. L’unica a non finire in manette, fu proprio Gabriella Spada, in quel momento in vacanza alle Maldive. Rimandò il rientro, disse, per paura del trattamento che la stampa le avrebbe riservato. Ma una volta arrivata in Italia, si fece dieci giorni di galera con piglio inossidabile, tenendo testa a giudice e investigatori. Ha sempre giurato di essere stata ai margini delle scelte economiche dell’impero, e Tribunale del Riesame e Cassazione gli avevano dato ragione, al punto che gli inquirenti erano riusciti a sequestrare soltanto metà della villa di Covignano, quella del marito.

          All’altra metà, la sua, hanno messo però i sigilli due settimane fa, insieme a beni per nove milioni di euro.

            Alessandra Nanni