Generazione mille euro: vita (dura) da neolaureati

29/10/2007
    lunedì 29 ottobre 2007

    Pagina 6 – Primo Piano

      Inchiesta/1

        Generazione mille euro

          Un anno dopo il diploma meno della metà trova lavoro. Con paghe da fame

            Alberto Papuzzi

              Qual è il guadagno mensile netto di un giovane laureato di primo livello, se ha un lavoro a un anno dalla laurea? Nel 2005 in media 969 euro. Nel 2004 erano 1042 euro. Il calo è del 7% in un anno. Siamo su livelli di reddito operaio. Sono parte, questi laureati, della cosiddetta generazione mille euro, fatta della massa di giovani fra i 20 e i 35 anni che hanno un lavoro e guadagnano in media quella cifra, un po’ di più gli uomini un po’ di meno le donne. Le brutte notizie non sono finite. Infatti è in diminuzione il numero degli occupati sull’insieme dei laureati di primo livello, sempre a un anno dal conseguimento del titolo: la quota è scesa di dieci punti, dal 54,3 per cento del 2004 al 44,9 per cento del 2005, tenendo conto sia di chi lavora e non studia più (27,4%) sia di chi lavora però iscritto alla laurea specialistica (17,5%), e mettendo insieme posti stabili e occupazioni precarie. Ma se si considera soltanto il lavoro stabile, la situazione è pessima: i contratti a tempo indeterminato sono sceso in un anno di otto punti, da 40 al 32%. E rimangono le differenze sia di genere sia territoriali: sebbene esplodano le lauree femminili, le giovani che lavorano sono soltanto 49 contro 57 maschi, mentre le retribuzioni medie sono al Nord circa 200 euro più alte che al Sud. Cresce perciò il numero di quanti non si accontentano della laurea triennale ma scelgono di proseguire la formazione, con la laurea specialistica, oppure puntano sul valore aggiunto di master e stage.

              I dati escono dal IX Rapporto sulla condizione occupazionale dei laureati a cura del consorzio interuniversitario AlmaLaurea, una rilevazione estesa a 40 università, che ha coinvolto quasi 90 mila laureati, a livelli diversi: 47.099 a un anno dalla conclusione degli studi, 23.464 a tre anni e 18.074 a cinque anni. La messe di dati che fornisce l’indagine, soprattutto sul rapporto fra titolo di studio e mercato del lavoro, sfocia in una constatazione: se è vero che un laureato ha più possibilità di trovare lavoro rispetto a un non laureato, è anche vero che la laurea di primo livello (quella triennale) tende a perdere peso, serve sempre di meno per trovare un buon posto. Ci sono naturalmente differenze secondo il tipo di laurea: i giovani che seguono discipline mediche a un anno dal titolo trovano lavoro per il 96,9%, quelli che si dedicano all’insegnamento arrivano al 61,6%, quelli che puntano su educazione fisica al 62,6%. E non rappresentano più dei passepartout diplomi ingegneristici (34,5 %), giuridici (27,5%) e geo-biologici (26,4%). Perché in questi campi è alta la frequentazione delle specializzazioni, che mette comunque a nudo la debolezza delle lauree brevi: o diventi ingegnere e giurista o non trovi un lavoro soddisfacente.

              In questo impasse viene allo scoperto un buco nero sul problema dell’orientamento. Così come funziona adesso, l’orientamento alla scelta dei corsi universitari è di discutibile utilità, fa più danni che benefici. Lo strumento non è facile da maneggiare: basta pensare che se fossimo realmente in grado di conoscere la domanda del mercato del lavoro con cinque anni di anticipo, avremmo paradossalmente un effetto boomerang. Supponiamo che si preveda un exploit di economisti: si avrà un superaffollamento delle facoltà economiche, con effetti di imbottigliamento e con saturazione del mercato. Per fortuna non siamo in grado di leggere il futuro con tale precisione, al massimo sappiamo cosa non si deve incoraggiare.

              Il caso è oggetto di un rapporto della Fondazione Agnelli che si pubblica in questi giorni: «La scelta universitaria: istruire la pratica», con contributi di Marco Demarie e Stefano Molina, rispettivamente direttore e dirigente di ricerca della Fondazione Agnelli, di Andrea Cammelli dell’Università di Bologna e direttore di AlmaLaurea, di Luisa Ribolzi sociologa dell’educazione all’Università di Genova , e di Anthony Watts, presidente del National Institute for Career Guidance and Counselling di Cambridge. Nella prefazione John Elkann, vice presidente della Fondazione, nota che la scelta degli studi universitari è fatta in genere alla luce d’informazioni «scarse, imprecise, schiacciate sul presente».

              Fra le ragioni della scelta la principale indicata dagli studenti è l’interesse per le materie da studiare. Subito dopo viene il rapporto con la professione che si vuole fare e con le opportunità di lavoro locale. Ma qui cominciano le difficoltà. «Abbiamo in Italia un sistema di orientamento nella scuola superiore e un sistema di attrazione da parte delle università che non si parlano, non comunicano, non hanno contatti – dice Demarie -. Per cui gli studenti vanno all’università con un’idea vaga di quello che faranno».

              L’allarme riguarda la nuova dimensione che l’università occupa. «Siamo di fronte a un fatto mai visto finora – spiega Molina -. Gli studenti che arrivano alla maturità sono l’80% di quelli partiti dalle elementari. Fra i maturati tre su quattro vanno all’università. Quindi il 60% di una leva va all’università. Quali voci si levano a orientare questa massa di giovani? Premesso che lo sbocco sicuro sul lavoro non c’è più, si può chiedere alla scuola di considerare l’orientamento come un’attività che informa tutto l’iter d’uno studente e si può pretendere dalle università un marketing più onesto, per fare dell’orientamento non un catalogo ma un progetto».