Generazione a zero euro

13/05/2011

Milano – Una sola curva corre ripida verso l`alto, nella città in piena crisi economica: quella dei tirocini e degli stage gratuiti o low cost. Sono loro, i giovani «aspiranti» qualcosa, a tenere insieme i fatturati delle aziende. Un esercito in anticamera prolungata, che non riceve busta paga. Praticanti notai, avvocati, architetti, giornalisti. Ma anche, qui nella capitale del terziario, apprendisti perenni di design, ricerca, marketing. Quasi tutti con laurea, rimpallati da un posto all`altro senza la prospettiva di un contratto stabile in tempi onesti. «La precarietà a Milano è diventata strutturale. Moltissimi giovani sono ormai disposti a lavo- rare per anni gratis o con un risibile rimborso spese, ma questo squalifica il loro lavoro.
C`è un elemento di ricatto e di colpevole consenso in tutto questo», afferma Andrea Fumagalli, docente all`Università di Pavia e attivo nella rete di precaria.org. Tempi di formazione «In Lombardia solo un tirocinio su dieci diventa contratto», dice Eleonora Voltolina anima del sito internet Repubblicadeglistagisti.it. La prassi, per contro, è che il periodo di formazione venga rinnovato «con formule fantasiose» diverse volte. Ma il tirocinio, così, viene utilizzato in sostituzione di posizioni lavorative: «Gli stagisti sono visti come tappabuchi per gli organici falcidiati dai licenziamenti», conferma Ivana Brunato di Cgil. E in alcuni periodi dell`anno, ad esempio in estate quando i veterani sono in vacanza, vengono caricati di responsabilità che non dovrebbero competere loro. Con un paradosso: «Qui a Milano il titolo di studio dichiarato in sede di ammissione al primo lavoro si abbassa, invece che alzarsi». Come a dire che in questo quadro distorto mostrarsi iper-qualificati può non convenire, e anche la laurea diventa fardello. Tasto dolentissimo, la remunerazione. In Italia il46%o degli stagisti e praticanti lavora gratis, dice una recente ricerca Ires. «Alla fine è una selezione che premia il censo – considera Voltolina -. Chi può permettersi una formazione infinita senza stipendio? Solo giovani che riescono a farsi mantenere dai genitori. Rimane invece escluso chi invece non può far leva sul welfare familiare». Meno di 1.000 euro al mese Gli esempi sono tantissimi. Cristina Scanu, 31 anni, laurea in sociologia, 110
e lode. «Ho sempre lavorato ad intermittenza. In sette anni ho collezionato 15 la- vori tra stage, contratti di formazione e "false" partite Iva. Il mio impiego attuale, un mese di durata, scade il 26 maggio». E a tutto questo come si sopravvive? «Seminando in più direzioni. L`anno scorso, mentre cercavo per l`ennesima volta lavoro, ho scritto un libro sulle mamme in carcere. Uscirà a settembre con Aliberti, è stato un modo per dire "costruisco qualcosa"». Nella stessa situazione anche Nicola Ghirardi, 27 anni, laurea in architettura a pieni voti: ancora niente lavoro. «È un anno che mando curricula, nessuno risponde. Ho già fatto uno stage non retribuito, ma adesso? Non vedo via d`uscita se non, forse, andare all`estero». O anche Riccardo Oliviero, 36 anni, e nel cassetto una laurea in legge con 108/110 e tanta ricerca: «Per molti anni sono stato rimbalzato tra uno stage e l`altro, reddito praticamente nullo. Ho trovato un impiego "vero" solo l`anno scorso». E ancora Cristian Poletti, 36 anni, ricercatore precario: «Dopo tanti anni in università e due dottorati, prendo un assegno di 1.230 euro e a fine anno mi scade il contratto». Il lavoro insomma è in bilico. O infine Giada Regini, 27 anni, laurea brillante in scienze della comunicazione: «Primo impiego: stage di 4 mesi, 200 euro. Secondo impiego: tuttofare in una piccola azienda, in nero. Terzo: contratto a falsa partita Iva nelle vendite, stipendio variabile in funzione degli obiettivi,massimo previsto: 70o euro. E adesso sono di nuovo in cerca».
Ma allora, quali sono le somme di queste (difficili) situazioni? Sarà anche ve- ro, come dice Fumagalli, che i giovani sono ormai assuefatti al moto perpetuo e quasi non apprezzerebbero una eccessiva stabilità lavorativa. Però la precarietà pesa soprattutto perché, «implica dipendenza e pure solitudine: e in questo vorticoso giro, persino affezionarsi ai luoghi e alle persone diventa triste».