“Gdo” Tempi Moderni (2)

25/06/2007
    N.553 – sabato 16 giugno 2007

    Pagine 69/74

    Inchiesta
    Cinque storie
    per scoprire
    (e denunciare)
    abusi, precarietà
    e mancanza
    di certezze vissute
    da chi lavora
    tra gli scaffali dei
    nostri negozi preferiti.

      di Alessandra Baduel

      Tempi Moderni

        Farai in tempo a preparare la merce prima dell’apertura? Come mai non riesci a far passare un cliente per minuto alla cassa? Servirebbe una pausa, ti daranno il cambio? Che orario farai la prossima settimana? Ti ricordi tutti i codici a memoria? Come ti permetti di suggerire al cliente i prodotti più freschi? Perché non sposi una collega, così non si lamenta dei tuoi orari? Avrai una buona pagella, a fine anno? Alessandra, Andrea, Viola, Marco e Sara hanno accettato di parlare e farsi ritrarre soltanto con la garanzia di mantenere l’anonimato. Lavorano tutti in un iper o un supermercato.

        Sono cinque dei 450mila addetti alla grande distribuzione organizzata. Tre di loro sono dipendenti di alcuni dei primi cinque marchi della grande distribuzione in Italia: Coop, Carrefour/Gs, Auchan/Sma, Conad, Esselunga. Sara lo era, ha smesso da poco. Il quinto lavora in una catena di discount che è fra le prime in Europa. Vestiti con i loro camici, si muovono tra cibi biologici, ottimi salumi, buoni vini. Non sembra, ma in realtà ci servono la spesa direttamente dalla catena di montaggio, in fabbrica. È così che chiama i supermercati il sociologo Luciano Gallino.

          "Ogni luogo con grandi superfici si è trasformato in un moderno stabilimento metalmeccanico, dove ci sono controllo totale e altrettanto totale deregulation dei diritti di chi lavora. Si parla e scrive tanto di una società "della conoscenza" abitata da persone in camice bianco. Della scomparsa degli operai. Ma il modello "tayloristico" non è affatto morto. Si è solo espanso a dismisura. Usando il computer e non più il cronometrista, certo, ma mettendo in pratica il meccanismo originale: regolamentare tutto". Si è tanto espanso ed è così totalizzante, da risultare quasi invisibile. "Dall’industria, dove è nato, è passato all’agroindustria, alla grande distribuzione, ai call center, a tutti i "servizi al cliente", a Internet, alla ristorazione veloce. In Italia, ci sono milioni di persone che lavorano secondo quel modello. Sono tutti operai di fabbriche che si moltiplicano sotto i nostri occhi senza che noi ce ne accorgiamo". Installate nella vita quotidiana di ogni città. E con un passo ulteriore, rispetto al taylorismo originario: l’arrivo del just in time, concetto che vuole il componente giusto, nel posto giusto, al momento giusto. "È stato importato dal Giappone una ventina di anni fa. L’idea è quella di usare le parti del prodotto o l’energia per produrlo solo nel momento in cui servono. Si evita per esempio l’immagazzinamento, sia in entrata che in uscita. Il risparmio è enorme. Ma il problema è che da quindici anni lo stesso concetto è stato applicato anche al lavoratore. Alle persone. Trattate come una semplice componente della merce".

            Marinella Meschieri è segretario nazionale della Filcams Cgil, che segue i lavoratori di commercio, turismo e servizi. Sulla grande distribuzione ha da poco fatto una ricerca specifica. "Sono luoghi di lavoro dove spesso lo sfruttamento è la regola. E dove il sindacato ha molte difficoltà a entrare. Adesso, fra le catene più diffuse, prevale la tendenza a sostituire il tempo pieno con il part time, suddiviso in contratti a termine e contratti a tempo indeterminato. Per parte del lavoro si usano stagionali e ditte esterne. Il concetto è quello di avere le persone solo per il tempo in cui ti servono, dando in cambio meno garanzie possibile. L’effetto è quello di rendere i lavoratori più ricattabili e le trattative sindacali sempre più difficili".

              Eppure, il part time era nato per conciliare vita privata e lavoro. "Ma si è trasformato nel suo opposto con un semplice strumento: l’uso perverso dei turni. Vengono fatti quasi sempre tenendo conto dei flussi di clientela e non di chi lavora. Così sei costretto a fare otto e più ore al giorno sotto Natale, per poi dover compensare con settimane intere a casa in periodi dell’anno con meno clienti. Oppure, ti fanno lavorare tre ore la mattina e tre la sera, facendoti perdere di fatto l’intera giornata".

              L’abuso, spiega la sindacalista, è reso possibile dal contratto part time con la clausola "flessibile/elastico", il più usato.
              "In genere, sono 20 o 24 ore settimanali, che possono essere liberamente distribuite nell’arco dei sette giorni, come del mese o dell’anno. Gli orari cambiano in media ogni una o due settimane. Mentre gli straordinari vengono chiesti anche all’ultimo minuto. Tutte cose che rendono quasi impossibile lo svolgimento di un secondo lavoro". E poi c’è lo sfruttamento dei quadri intermedi. "Sono spesso a tempo pieno, ma con pochissimo guadagno vengono coinvolti in molto lavoro extra, più responsabilità, tanto disagio psicofisico. Fra loro, le donne di fatto non possono avere figli. Quando diventi madre, se va bene ti declassano, altrimenti inizia il mobbing e alla fine sei costretta ad andartene".

              Massimo Viviani è direttore generale della Federdistribuzione, che raccoglie la maggior parte delle imprese del settore, cooperative escluse. "Al centro del nostro lavoro c’è il cliente. Offriamo un servizio e siamo a contatto diretto con chi compra. Serve un ambiente di lavoro sereno e cortese. Il lavoratore insoddisfatto sarebbe controproducente: noi per primi ci stiamo attenti. Seguire le esigenze della clientela significa dover essere adattabili. Tutti. Ma questo viene deciso insieme, datore di lavoro e dipendente, al momento dell’assunzione. Anzi, la flessibilità, usata più nel nostro settore che in altri, è un plus offerto al dipendente, che ha la possibilità di gestire il proprio tempo personale".

                "Non ci risultano criticità diffuse.Le nostre aziende ricevono migliaia di richieste di lavoro. E poi c’è la formazione. Con quella, facciamo una vera e propria scuola, che crea nuove professionalità. Infine, siccome l’efficienza vuole che nel lavoro ci sia organizzazione, non è certo l’azienda a desiderare di cambiare gli orari. Si fa solo se è davvero indispensabile e concordandolo con il dipendente. Se però ci sono problemi, se c’è mobbing, i lavoratori devono denunciare. Anzi, li invitiamo noi stessi a farlo, rivolgendosi alla magistratura".

                  La grande distribuzione (in cifre)

                  Secondo le regole del commercio, un ipermercato per essere tale deve superare i 2.500 metri quadrati di estensione e un supermercato deve essere grande dai 400 ai 2.500. Nei primi, che in Italia sono meno di 500 (per una superficie totale di vendita di 2.700.000 metri quadrati, di cui 1.400.000 dedicati all’alimentare) lavorano 76mila persone, delle quali 50mila sono donne. Nei supermercati, più di 8.000 e con una superficie di vendita di sette milioni di metri quadrati, lavorano 150mila persone, fra cui quasi 90mila donne. I discount si dividono tra la categoria dei supermercati e quella dei minimercati: in questo secondo caso le misure del negozio devono essere comprese tra i 200 e i 399 metri quadrati. La superficie totale di vendita dei minimarket è di 1.350.000 metri quadrati. Gli addetti sono 27mila, 16mila le donne, ma il censimento è ancora in corso e se ne stimano altri 10mila. Tra iper, super e minimercati, i lavoratori impiegati sono circa 260mila. Fra iper e super, i primi cinque distributori del largo consumo confezionato coprono il 55 per cento del settore: l’italiana Coop (17,1 per cento), le francesi Carrefour (10,4 per cento) e Auchan (9,6 per cento) e di nuovo le italiane Conad (9,6 per cento) ed Esselunga (8,3 per cento).

                  Cifre del ministero dell’Industria, elaborazioni della Filcams Cgil