“Gdo” La Coop sei tu: torna alle origini

06/04/2007
    CORRIERECONOMIA
    di lunedì 2 aprile 2007

      Pagina 11 – Personaggi

      Dopo Consorte – Oltre a riposizionarsi nelle classiche attività distributive, le cooperative puntano a diversificare su telefoni, benzina e distribuzione dell’energia

        La Coop sei tu: torna alle origini

          Archiviata la finanza, il problema ora è arginare la concorrenze delle grandi catene

            di Giorgio Meletti

              Nuova governance? No grazie. Le grandi cooperative rosse non …
              Nuova governance? No grazie. Le grandi cooperative rosse non ne vogliono sapere. La traumatica vicenda dello strapotere di Giovanni Consorte sull’Unipol si chiude, un anno dopo la cacciata, con la decisione della compagnia di assicurazioni di far causa a lui e al suo sodale, l’ex vicepresidente Ivano Sacchetti, per una cessione di immobili sospetta, della quale si sta occupando da tempo la magistratura.

              La delibera del consiglio Unipol è arrivata proprio in concomitanza con il congresso della Legacoop, che nelle speranze del presidente Giuliano Poletti doveva segnare il solenne avvio della grande autoriforma. Invece, niente. Unipol va in tribunale a sancire che di mele marce si trattò, mentre Poletti deve arrendersi all’evidenza: guida un sindacato e non una holding, e il dominio della centrale sulle singole aziende si è azzerato con la fine del Pci. Quindi, nessuna limata al potere assoluto e spesso pluridecennale dei padri-padroni delle coop. Consorte dovrà spiegare ai magistrati l’uso che faceva del suo potere incondizionato, ma gli altri manager cooperativi non dovranno spiegare ai soci come mai quel potere incondizionato nasce e si perpetua.

              Sul punto il congresso della Lega delle cooperative è giunto a una conclusione quasi beffarda: «Il congresso decide l’avvio di un percorso di rivisitazione dei sistemi di governance di tutte le cooperative associate». Dunque i limiti ai poteri di un presidente e alla sua rieleggibilità saranno decisi «in un futuro di popoli» – come diceva il pensatore comunista Maurizio Ferrini – e da ogni singola cooperativa per se stessa.

              Deciderà Turiddo Campaini, presidente dell’Unicoop Firenze da 34 anni, e simbolo suo malgrado di una patologia del sistema, se e quando privare l’azienda del suo magistero, finora insostituibile. Eppure, nonostante i giri di parole e le cortine fumogene da politicanti con cui sanno far finta di niente nei momenti difficili, per gli uomini delle cooperative il dopo-Consorte è già incominciato, ed è nel segno di una nuova spinta all’autonomia delle singole aziende. Hanno imparato dal caso Consorte a non fidarsi più di chi si propone come più intelligente e più esperto delle cose del mondo (capitalistico). La parabola del disinvolto manager di Chieti la leggono così. Le strutture finanziarie centrali del sistema, collocate a Bologna intorno all’Unipol, gestivano di fatto i surplus finanziari prodotti in gran parte dalle fiorenti reti di supermercati Coop e Conad (in tutto circa 20 miliardi di fatturato annuo).

              L’abile regia di Consorte ha fatto della finanza cooperativa il cardine del sistema, soprattutto per il salvataggio delle consorelle in crisi, e del plenipotenziario di Unipol il profeta della modernità – in grado di trattare con sufficienza manager cooperativi seduti su montagne di soldi ma in difficoltà con l’inglese. «Io dico no alle autocritiche facili», protesta Poletti, e sostiene che la vicenda Consorte è di complessa lettura. «L’idea di scalare la Bnl era giusta», insiste il presidente della Legacoop, convintissimo che se l’operazione non è riuscita è perché «c’è stato qualcuno che non l’ha voluta». Ma al di là delle posizioni di bandiera si capisce che l’ormai celebre anatema del presidente di Confindustria Luca di Montezemolo, secondo cui le coop dovevano occuparsi di supermercati e non di banche, si è realizzato, per così dire, per cause naturali.

              La scalata al cielo del capitalismo finanziario oggi non ha più senso per ammissione degli stessi protagonisti. I dati Legacoop del 2006 parlano chiaro. Nell’ultimo anno i supermercati Coop, da sempre architrave del sistema, tanto è vero che a loro fa capo il controllo dell’Unipol, sono il settore che ha registrato la crescita più bassa di fatturato e posti di lavoro. Per la precisione solo le piccole cooperative di pescatori hanno fatto peggio. Gli affari sono andati meglio alle cooperative di costruzioni, redivive dopo il disastro degli anni ’90 legato a Tangentopoli, a quelle dei servizi e a quelle industriali. Aldo Soldi, toscano, presidente dell’associazione delle cooperative di consumo (6 milioni e mezzo di soci-clienti, quasi 12 miliardi di euro di fatturato con il marchio Coop), non usa mezzi termini: «A noi non interessa entrare nei salotti della finanza. Certo, avere una banca ci avrebbe fatto comodo. Ma adesso il nostro problema è la concorrenza straniera che cresce più di noi e ci mette alla frusta». Traduzione: non è più il tempo degli alti dibattiti sui «figli di un Dio minore». Il business impone la concretezza dei suoi problemi. Che sono i seguenti: a) i carrelli del supermercato non vengono più riempiti come un tempo, perché ci sono meno soldi e si spendono in modo diverso, magari più per il telefonino e meno per lo stracchino; b) l’aggressività di gruppi come Auchan o Carrefour, o della stessa Leclerc, alleata con i «cugini» di Conad, fa andare alle stelle i prezzi dei terreni su cui costruire i nuovi centri commerciali; c) la nuova era della grande distribuzione prevede uno spettro sempre più ampio dell’offerta: dalle scatole di tonno sugli scaffali si passa ai cibi freschi, e adesso ai farmaci, ai telefonini, alla benzina, addirittura alla distribuzione di corrente elettrica; un più ampio sfruttamento del marchio comporta anche investimenti sempre più pesanti. Sono scelte difficili.

              Sotto lo stesso ombrello delle Legacoop, il sistema Conad è pioniere nella distribuzione di carburanti al supermercato, mentre la Coop si sta ancora chiedendo se vale la pena di affrontare un simile investimento. In ogni caso è certo che d’ora in poi i supermercati finanzieranno se stessi, senza farsi lusingare dalle idee brillanti dei «furbetti» di turno. È un ritorno alla legge naturale: «Le cooperative non possono dare dividendi», spiega Poletti, «quindi, davanti a un investimento rischioso, il socio fa sempre lo stesso ragionamento: se va male perdo il lavoro, se va bene che cosa me ne viene?».

              Il nuovo corso sta tutto nel trionfo di questa timidezza molto poco sexy: dopo la caduta del muro di Berlino i profeti delle accelerazioni sono finiti regolarmente in Procura.