“Gdo” La commessa sorride, ma c’è poco da ridere

26/04/2007
    giovedì 26 aprile 2007

    Prima Pagina (segue a pagina 14) – Economia & Lavoro

    La commessa sorride, ma c’è poco da ridere

      Gentile, flessibile e sfruttata
      la dura vita della commessa

      FENOMENO – Un’occupazione prevalentemente femminile, in un settore a flessibilità esasperata, che condiziona i ritmi di vita, la scelta della maternità – sempre più spesso rinviata – e l’organizzazione della famiglia. Questo non è uno sceneggiato televisivo, sono storie vere di donne al lavoro, con passione e fatica

        di Luigina Venturelli / Milano

          Sembrerebbe un lavoro d’immagine. Ragazze cortesi che piegano maglioni colorati ed assistono ai camerini clienti compiaciuti, cassiere sorridenti che passano velocemente i codici di scatole e barattoli, assistenti agli scaffali che in un batter d’occhio trovano il prodotto richiesto e lo consegnano come un dono alla nonnina troppo bassa per arrivare fin lassù. Ma questa è solo la facciata fornita al cittadino consumatore, che deve comprare a cuor leggero senza sapere le fatiche e le rinunce di chi gli sta di fronte. La sostanza del lavoro di commesse e commessi è ben altra.

          C’è chi sta alla cassa come a una catena di montaggio, con tempi cronometrati ed una sola pausa concessa per andare in bagno. C’è chi ha dovuto piangere davanti al direttore per ottenere il permesso domenicale, chiesto con mesi d’anticipo, per partecipare al battesimo della nipotina. C’è chi si vede puntare in faccia armi da fuoco, perchè il supermercato non ha misure antirapina, e chi abbandona l’idea di fare un figlio, impossibile stando fuori casa quattordici ore al giorno.

          «Abito fuori città, come tutte le mie colleghe – racconta Valentina Cirillo, 25 anni, dipendente Coin a Milano – e ci metto un’ora e mezza per raggiungere il negozio: tutti i giorni esco di casa alle otto di mattina e rientro dopo le nove di sera». Così funziona la nuova organizzazione del lavoro, aboliti i turni continuativi, si attacca presto e si finisce tardi con due o tre ore d’interruzione pomeridiana: «Li trascorro leggendo nel retro del magazzino, altro non posso fare. Da che due anni fa hanno rivoluzionato i turni, tutto è cambiato. Non ho più tempo per me e per la mia famiglia, ho rinunciato alla palestra, se devo andare dal medico devo chiedere un permesso, se devo fare la spesa o pulire casa devo aspettare il mio giorno di riposo. Ovviamente non me la sento di metter su famiglia: non ho tempo per vedere un fidanzato, figuriamoci un bambino» continua Valentina. Una vita completamente dedicata al lavoro, per circa 900 euro di stipendio mensile e per nessuna soddisfazione personale: «Siamo solo numeri senza alcuna professionalità riconosciuta. Anche quando serviamo un cliente, c’è qualcuno che controlla quanto tempo ci spendiamo: se è troppo o troppo poco, scatta il richiamo».

          Nemmeno lo storico marchio della Rinascente pone al riparo dall’obbligata e totale dedizione all’azienda: «Ormai vedo mia figlia solo la sera tardi – sottolinea Lina Vastola, di 48 anni – eppure posso considerarmi fortunata: lei è cresciuta, mentre le mie colleghe che hanno figli piccoli, in balia del direttore della filiale, tornano a casa alle dieci di sera ed investono tutto lo stipendio per pagare le baby sitter. Per le ragazze assunte negli ultimi anni è anche peggio: sono obbligate a lavorare anche la domenica, non riescono a stare in famiglia nemmeno nei festivi, ma sono costrette a subire, pena il mancato rinnovo del contratto, gli orari peggiori».

          Una prassi, quella del ventilato licenziamento, ben nota anche tra le commesse del discount Lidl, le cui prestazioni alle casse sono misurate col cronometro. La consegna è un cliente per un minuto: «Quando mi hanno assunta mi hanno chiesto d’imparare a memoria i codici di duecento prodotti – dice Felicita Magone, dipendente da 14 anni della catena discount – per poter essere più veloce alla cassa. Ma le mansioni non sono definite, devo anche scaricare i camion ed aprire i cartoni con le mani nude, che si gonfiano come panettoni».

          Il tempo è prezioso, la produttività è tiranna anche all’ipermercato Finiper: «Abbiamo dieci minuti di pausa per turni di quattro o sei ore, ma se in cassa c’è troppa gente – puntualizza Barbara Spalletta, 27 anni – non ci possiamo muovere, nemmeno per andare in bagno. Se il nostro bisogno fisiologico passa in secondo piano, figuriamoci quello psicologico di staccare per qualche minuto dalla confusione». I ritmi sono stressanti, ma nulla deve trasparire: «Dobbiamo sempre essere sorridenti, garbate, dare ragione al cliente anche quando si arrabbia per nulla. Dobbiamo roderci il fegato per uno stipendio da 700 euro». Nella speranza che il fegato non ne risenta tanto da richiedere un’urgente visita medica: «Per prendere appuntamento dal medico devo aspettare tre settimane, che è la frequenza con cui il direttore decide i nostri turni di lavoro» conclude Barbara.

          A volte, però, una programmazione di lungo periodo può non essere sufficiente. È il caso dell’Ikea: «Una mia collega aveva chiesto con tre mesi d’anticipo una domenica libera per partecipare al battesimo della nipotina. A tre giorni dalla cerimonia non aveva ancora ricevuto risposta. In veste di delegato Rsu – afferma Massimo Cuomo, 38 anni – l’ho accompagnata in direzione e ho dovuto vederla piangere prima che il capo dell’ufficio personale firmasse il permesso». Nonostante la dorata immagine di cui gode il colosso dei mobili svedesi, la realtà quotidiana dei dipendenti è piena di zone d’ombra: «Le persone vengono trattate come pacchi da spostare dove serve di più – sottolinea il rappresentante sindacale – nel segno della flessibilità più assoluta degli orari: lavoriamo seguendo le previsioni d’afflusso dei clienti, con variazioni d’orario dell’ultimo momento, decise senza alcun preavviso. Il clima di lavoro si è irrigidito, hanno tolto gli sgabelli alle cassiere che stanno in piedi per otto ore di fila, hanno messo telecamere nei reparti per controllarci mentre lavoriamo».

          Invece Paola Gori, commessa 33enne di un piccolo supermercato di periferia, da tempo si batte inutilmente per ottenere l’installazione di telecamere sul luogo di lavoro: «Subiamo quattro o cinque rapine all’anno, ma l’azienda non ha alcuna intenzione di spendere un soldo per la sicurezza: rifiuta le telecamere, le guardie armate, i dispositivi antitaccheggio. Così io rischio in prima persona, ormai mi aspetto sempre che arrivi qualcuno a puntarmi una pistola in viso».