“Gdo” La campagna dei cattolici: la domenica solo riposo

07/06/2007
    giovedì 7 giugno 2007

    Pagina 23 – Cronache

    Il sociologo De Masi: è un’impostazione ottocentesca ormai occupazioni e vacanze degli italiani sono spalmate su tutta la settimana

      La campagna dei cattolici:
      la domenica solo riposo

        L’Avvenire, quotidiano dei vescovi, rilancia. Tonini: nei centri commerciali ci sono i fedeli

          Lorenzo Salvia

            ROMA — Il settimo giorno bisogna riposare. E cambia poco se dal lunedì al sabato non abbiamo creato né il cielo né la Terra, ma più modestamente tirato la carretta in ufficio. La domenica è il giorno in cui corpo e anima devono respirare, la pausa da dedicare alla famiglia, l’intermezzo necessario per ritrovare se stessi. La tregua dal logorio di una vita moderna che, dai tempi di Ernesto Calindri assiso in poltrona in mezzo al traffico, è certo diventata più logorante ancora. A rilanciare la «questione domenicale» è Avvenire, il quotidiano della Conferenza episcopale italiana. Titolo dell’editoriale: «La festa per non finire schiacciati. Il riposo ci fa liberi». Scrive Giuseppe Anzani: «Ricordate quando c’erano le domeniche? Se ne avvertiva la gioia fin dalla quieta trepidazione della vigilia (…) come intervallo felice della faticosa quotidianità». Nostalgia per i bei tempi andati. Ma è solo la premessa per un precetto morale valido per credenti e non. «La festa è il rapporto dell’uomo col cosmo e con l’oltre», un argine contro la «deriva culturale del consumismo innanzitutto». E invece, secondo il giornale dei vescovi, «l’uomo è schiavo di istanze produttive che fronteggiano la domanda di uno stordito consumismo, sul sagrato di nuovi templi sacri dove tutto si compra e si vende». Una volta dedicata alla famiglia e a Dio, la domenica viene derubricata a giorno per recuperare il lavoro rimasto indietro (e guadagnare di più) o per spegnere il cervello rifugiandosi nella shopping (e spendere di più). Dalla Chiesa al centro commerciale.

            Una tendenza che sembra inarrestabile: secondo un sondaggio fatto pochi mesi fa dall’Università Bocconi, otto italiani su dieci i centri commerciali li vorrebbe aperti tutte le domeniche. Oggi lo sono 14 volte l’anno. Raddoppiando le aperture si creerebbero 9 mila posti di lavoro e un giro d’affari di 4 miliardi di euro. Ma la prospettiva va anche rovesciata. Per tenere aperti i centri commerciali la domenica (così come i ristoranti, ma anche gli ospedali, oppure per far viaggiare gli autobus) ci deve essere gente disposta a saltarla la festa. Nel nostro Paese sono in pochi a volerne sapere: lavora la domenica il 7% contro una media europea dell’11%, e punte che in Svezia superano il 20%. Indietro noi o troppo avanti loro? Il cardinal Ersilio Tonini fu tra i primi a sollevare il caso. Era il 1987, era vescovo di Ravenna, e il suo «mai di domenica» lo pronunciò dopo un incidente in fabbrica. «A prescindere dalla fede — dice — la domenica è il giorno della libertà, quando l’uomo diventa un fine e non un mezzo».

            Non bisogna lavorare, dunque? «Si può, ma cercando di ritagliare il tempo per stare insieme, per ritrovare il senso della comunità. La Chiesa non chiede mai l’impossibile». E questi benedetti centri commerciali? «È vero, sottraggono fedeli alla Chiesa. Ma bisogna avere inventiva: invece che maledirli, perché non andare a cercare fedeli anche lì dentro?». Il sociologo Diego De Masi, invece, sbuffa: «Apprezzo il richiamo, non bisogna pensare solo alla carriera e ai soldi. Ma questa divisione fra tempo del lavoro e tempo libero è ottocentesca: oramai non ci sono più i tornitori che quando suona la sirena escono dalla fabbrica. Si produce con il cervello, anche fuori dall’ufficio con il cellulare e il computer. Si lavora sempre e, chi può, si diverte sempre».