Gdo: in Italia fa breccia lo straniero

19/01/2005

    mercoledì 19 gennaio 2005

    sezione: FINANZA E MERCATI – pagina 37

    In Italia fa breccia lo straniero
    MA.PI.

      MILANO • La grande distribuzione italiana si prepara a prendere passaporto straniero. Le sei cordate in gara per acquisire Rinascente portano nomi francesi, inglesi, americani e qualche marchio immobiliare italiano. Non c’è nessun imprenditore italiano del settore e anche la Coop, il più grande retailer italiano, ha fatto sapere «di non essere in gara e di guardare con crescente preoccupazione all’avanzata di gruppi stranieri in Italia per le ripercussioni sul mondo della produzione agroalimentare».

      In gioco c’è un fatturato di 155 miliardi di euro nel no food e di 105 miliardi nel food. In Italia nel settore alimentare già la presenza francese, molto forte, fattura 13,7 miliardi tra Carrefour (7,2 miliardi) e Auchan (6,5) attraverso i marchi Sma e Città Mercato (ex Rinascente), all’epoca corteggiati anche da Coop. Quest’ultima fattura 11 miliardi e insieme a Canard (catena di cooperative) raggiunge 17,2 miliardi. Seguono gli imprenditori privati: Esselunga di Caprotti con 3,6 miliardi di fatturato, Pam, controllato dalla famiglia Bastianello, con 2,4 miliardi, Finiper di Brunelli con 2,1 miliardi. «La forza straniera nel nostro paese è destinata a crescere perché nel food —spiega Nicola Pianon, partner di Boston Consulting — si ottengono economie di scala attraverso la leva degli acquisti: il valore nei supermercati alimentari viene creato comprando grandi quantitativi di merce a prezzi più bassi. Nel futuro le catene sono destinate a ridursi facogitate dalla grande distribuzione internazionale» prevede il consulente di Boston Consulting. «Un freno alla globalizzazione di questo settore, in Italia molto frammentato, lo ha posto il legislatore con la legge Bersani — prosegue — che ha reso più difficile la crescita delle grandi catene limitando le aperture sopra i 2.500 mq. Gli iter autorizzativi infatti sono molto complessi» spiega Pianon.

      Questo ha permesso a dettaglianti e piccole catene di sopravvivere, ma con quali prospettive? «Poche, perché la distribuzione food ha alcuni driver : — prosegue Pianon — non cresce come consumi, anzi in valore le vendite negli ultimi due anni sono scese, a fronte di un costo del lavoro in leggera salita. A parte la via dell’efficienza e la leva degli acquisti, non resta che la strada della concentrazione».

      Non è un caso che un’aziende di successo come Esselunga venga corteggiata dai grandi nomi internazionali come Tesco e Wal-Mart. Il settore è condannato a crescere. Ma solo sotto le insegne straniere? In Italia è vincente il modello cooperativo che va a gonfie vele — la Coop cresce dell’8% annuo —, ma si sviluppa per linee interne avendo anche un buon feeling con le amministrazioni locali. E poi c’è la buona gestione degli imprenditori italiani della distribuzione che però cominciano a mostrare i limiti del capitalismo familiare: come finanziare lo sviluppo e a chi cedere i comando? I francesi hanno sempre risolto, per politica nazionale, di conservare gelosamente le proprietà nei confini nazionali. In un settore liberalizzato come quello della grande distribuzione, quando i nodi vengono al pettine come nel caso di Coin e Rinascente, è difficile che senza un progetto imprenditoriale italiano la proprietà possa restare in Italia. La Borsa o la creazione di cordate di imprenditori italiani del settore potrebbero forse consentire di preservare un patrimonio e magari di farlo crescere all’estero. Altrimenti la sfida dell’internalizzazione la giocheranno gli stranieri a casa nostra.