“Gdo” Abusi e precarietà al supermercato (1)

25/06/2007
    N.553 – sabato 16 giugno 2007

    Pagine 69/74

    Inchiesta
    Cinque storie
    per scoprire
    (e denunciare)
    abusi, precarietà
    e mancanza
    di certezze vissute
    da chi lavora
    tra gli scaffali dei
    nostri negozi preferiti.

      di Alessandra Baduel

        «Nel mio supermercato c’è la prova del finto ladro. Un capo settore che non conosci viene in cassa con la merce nascosta addosso, o nel carrello. Se non lo scopri ti ritrovicon una nota di biasimo».

          Alessandra, 47 anni, lavora in un negozio del Nord Ovest da quando ne aveva 32. Ha un contratto da venti ore a settimana. "Nella nostra azienda siamo quasi tutte donne e a part time, con stipendi da 600 euro al mese e molte difficoltà ad avere i turni fissi che ci spetterebbero per legge. I capi sono tutti uomini. L’unica spiegazione che ho avuto, quando ne ho chiesto il motivo, è che loro devono cominciare presto la mattina e si sa che una donna ci mette tanto a prepararsi per uscire, mentre un uomo si sbriga con poco". Alessandra è addetta alla vendita. "Significa addetta a tutto, in realtà: dalla cassa agli scaffali, dal trasporto di merci anche pesanti su e giù dal magazzino fino alla pulizia dei bagni e del piazzale".

          Quella del finto ladro fa parte di un’intera serie di prove per le dipendenti. Lei le definisce "ingegnosi artifici per tenerci buone". E racconta. "La prima prova, serve per essere assunte ma viene usata anche dopo. È il "test dei codici". Sono 80, per i prodotti ortofrutticoli che dobbiamo pesare alla cassa. Ogni momento è buono per venire a interrogarti e controllare se li ricordi. Poi c’è il "test dello scontrino". Un capo ferma un cliente all’uscita e controlla foglietto e spesa per cercare i tuoi eventuali errori di registrazione". Infine c’è la pagella annuale. "Il capo filiale la consegna a ogni sottoposta spiegando i motivi dei giudizi, che tengono conto anche dei risultati delle varie "prove". E tu devi firmarla. Come una scolaretta". Il tutto a ritmi di lavoro che prevedono 240 clienti in quattro ore di turno in cassa – uno al minuto. Oppure, se si tratta di riempire gli scaffali, svuotare in un’ora quattro pile da due metri ciascuna di cassette di frutta o verdura. "Dobbiamo essere pronte a ogni tipo di compito. Se decidono che non ti stai adeguando a sufficienza, finisci a fare una sola cosa, a ripetizione: pulizia dei bagni, come in caserma".

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              «L’ispettore mi provocava: "Perché il tuo rendimento è così scarso? Pensi di avere l’assunzione in pugno? Oppure è tua moglie che rompe? Lasciala e mettiti con una collega, così fa la tua stessa vita e vi potete capire"».

                Andrea, 34 anni, milanese, non se l’aspettava così, il lavoro al supermercato. Ci è arrivato per fuggire dalle sue notti di guardia giurata, nove anni fa. "Ero stufo di passare la vita fra cani randagi e prostitute". Prima, aveva lavorato anche in una piccola fabbrica. Usare certi termini gli viene istintivo. "Mi hanno assunto in contratto formazione da "cdn", che significa "carriera di negozio". Non ero come gli altri operai", precisa subito. E li chiama proprio così: operai. "Al colloquio", racconta, "sono andato in uniforme. Dissero che in futuro avrei potuto gestire il lavoro altrui. Ero fidanzato, volevamo sposarci. Ho accettato. I dipendenti erano un centinaio. Il primo giorno, vedo che gridano, corrono, litigano, non ridono mai. In fabbrica, da ragazzo, non era così".

                  Arriva la prima pausa pranzo. E Andrea scopre che anche quella non è come in fabbrica, ma peggio. "Gli orari sono scaglionati. Invece di andare tutti insieme in mensa, magari chiacchierando con qualcuno di un altro reparto, stai solo con la tua squadra. Non si crea nessuna coesione. E i turni. Li danno a voce". Andrea prende atto e tace. "Avevo due anni per risultare idoneo a un ruolo da assistente di reparto. Altrimenti, niente tempo indeterminato. Dopo soli sei mesi, si è liberato un posto da responsabile. Di botto, avevo più problemi e orari più duri. Da operaio, sei legato alla produttività, gli conviene farti fare solo le ore in cui servi. A quel livello, invece, lavori dalle sei di mattina alle otto di sera. Prima di andare via, ti chiedi se è tutto in ordine. Solo allora sai che puoi. A volte, con certi arrivi di merce, inizi alle quattro di mattina per preparare il lavoro degli operai, che arrivano alle sei. Ma alle quattro del pomeriggio, dopo dodici ore, capita che ti facciano restare". Andrea ormai era sposato. "Chiedevo a mia moglie di avere pazienza. L’ispettore mi tormentava. Poi è scattato il tempo indeterminato. L’ho scoperto chiedendo ai sindacati: i tempi legali erano maturati. Ancora oggi, ho solo la copia della prima assunzione, scaduta". Andrea regge tutto. Tace. Fino al giorno dell’esplosione. All’ispettore che gli fa una scenata, accusandolo di aver ordinato poca frutta, tira dietro il badge. E se ne va a casa. "Con gli occhi gonfi: congiuntivite acuta di origine nervosa. Al ritorno, mi hanno mandato in un altro negozio. Da operaio normale. E sotto controllo continuo". Per una mela posata nel punto sbagliato, contestazione scritta. Se veniva in sede quell’ispettore, obbligo di andare in pausa. "Finché non ho deciso di fare il rappresentante sindacale. Hanno ostacolato le elezioni con trucchi di ogni genere. E dopo, altri controlli, contestazioni, multe. L’altro eletto ha rinunciato. Sono rimasto solo. Intorno a me, tanta paura e tanto senso di sconfitta. Mi hanno aiutato le parole sommesse di colleghe e colleghi nei corridoi. Chiedevano se avrei mollato. Ho deciso di non farlo. Di concentrarmi per dare ancora ai lavoratori un senso di sicurezza. L’idea che ci sia ancora qualcuno a cui chiedere consiglio e aiuto"

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                    «Da noi si fanno riunioni sul bilancio e sulla gestione del reparto, c’è il coinvolgimento voluto dalla regola del commitment. Ma esiste anche la pagella sulla nostra professionalità. Il rischio che corriamo è che in base a quei voti arrivino a diminuirci lo stipendio».

                      Viola, 44 anni, part time in un supermercato modenese, ora si aspetta che agli "insufficienti" levino parte delle piccole quote di utili sulla produzione previste nella sua azienda. Questo, per il futuro. Quanto ai sei anni passati, c’è molto da dire. E da raccontare. Cominciando da un polso e un pollice che un giorno del 2004 hanno smesso di muoversi. "Ero in cassa. Mi ero appena stirata un tendine facendo un allestimento. Tiri su cose pesanti, può capitare. Ho sottovalutato l’incidente. E mi sono tenuta il dolore, finché il polso non si è bloccato". La sindrome di De Quervain, detta anche "delle balie e delle ricamatrici", colpisce chi fa gesti ripetitivi sottoponendo il braccio a uno sforzo. È meno nota della sindrome del tunnel carpale, che colpisce sempre il braccio. Entrambe molto frequenti, rientrano nella nuova lista di malattie professionali con obbligo di denuncia, pubblicata dalla Gazzetta ufficiale quello stesso anno. A Viola hanno detto che non c’era riconoscimento né rimborso. Si è fatta operare a sue spese. Nel 2001, assegnata a una cassa per la prima volta, Viola aveva dovuto imparare subito a non aspettarsi aiuti. "Hai una persona vicino per due giorni. Poi, se sbagli paghi di tasca tua. Alla barriera ci sono 35 postazioni. Le gestisce la cassa centrale, un ufficio con il responsabile e quattro persone, scese a tre dopo l’ottimizzazione di qualche anno fa. Prima, se serviva, tenevano aperte tutte le postazioni. Ora non ne aprono più di venti".

                        È la cassa centrale che decide le pause. "Sono obbligati a dartene una soltanto se il turno supera le sei ore. La danno anche nell’ambito di quell’orario, ma dipende dal flusso dei clienti. Magari capita quando hai appena iniziato, oppure poco prima di finire. Non importa se stai fissa lì cinque ore di seguito". La richiesta estemporanea di andare in bagno apre un altro capitolo. "O ti mandano una collega che in quel momento non ha fila, o vengono giù dalla centrale. Intanto fanno commenti. Se lo chiedi per due giorni di seguito, ti vengono a parlare: "Che c’è, qualcosa non va? Oppure ci provi?"". Al polso rovinato dagli anni passati a far correre i prodotti sullo scanner, Viola deve il problema di non poter più fare le ore extra di pulizie che riusciva a infilare fra un turno e l’altro, per arrotondare con altri 150 euro i 650 del suo salario. Certo, ora ha il vantaggio di non stare più alla cassa. È diventata addetta alle vendite in un reparto del settore non alimentare. Vantaggio relativo, però: resta il lavoro che aumenta, sotto Natale o Pasqua. Resta il rebus dell’orario che cambia ogni due settimane e ogni giorno può essere diviso fra mattina e pomeriggio. E c’è la sua, di spesa, che può fare solo da cliente. Senza sconti. "Anzi, una collega che ha segnalato alle altre un negozio meno caro, si è trovata scritto in pagella che non sapeva fare gruppo".

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                        «La prima difficoltà? Sopportare il cliente. Il motto aziendale è "dargli sempre ragione". In realtà, se lo avvisi quando i prodotti "freschi" sono rimescolati e riconfezionati per farli sembrare appena fatti, ti prendi una sgridata».

                          Marco, 35 anni, ne ha già passati 10 lavorando per una grande catena di supermercati in Lombardia. Contratto full time e a tempo indeterminato. Reparto gastronomia. "Di solito faccio 37 ore, una settimana di mattina, una di pomeriggio. Le mattine cominciano alle sei. Ci dividiamo fra "banco" e "cucina". Alcuni preparano l’esposizione, mentre altri cucinano i cibi da vendere pronti, come il pollo allo spiedo. Il rischio, da noi, è l’affettatrice. Con quella può venirti la sindrome del tunnel carpale. Si blocca il braccio. Molti si sono dovuti operare. A loro spese". Quando aveva un contratto di formazione, Marco subiva. "Erano ricatti continui. Dieci ore di lavoro al giorno. E ti tocca accettare ogni tipo di richiesta. Compresa quella del lavoro domenicale. Ti pagano il 30 per cento in più. Se lo fai spesso, la percentuale sale".

                            Anche con il contratto fisso, i problemi non mancano. "Il rapporto con il cliente deve essere quello che dicono loro. Per evitare le amicizie fra colleghi, il "tempo indeterminato" viene spostato spesso di sede. Chiunque abbia a che fare con il sindacato, anche solo perché va a una riunione, è sotto osservazione costante. Se partecipi a un’assemblea, saltano le ferie. E sono capaci di contestarti un piercing all’orecchio. Soprattutto, ti danno turni "brutti". Gli orari sono a discrezione del caporeparto. Meno gli piaci, più li spezzetta. Oppure ti mettono a fare le pulizie. Finché non cedi e te ne vai. Io resisto perché bene o male mi sono abituato. E un altro posto, di questi tempi, non è facile da trovare"

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                                «Gli straordinari non te li pagano. Tra i capi, c’è chi ti fa recuperare le ore fatte e chi non ti fa pagare e basta. Tanti colleghi accettano. Escono all’ora giusta, passano il badge, rientrano e continuano gratis. Con un contratto a termine, sei costretto a fare così».

                                  Per Sara, 22 anni, 16 mesi dentro un ipermercato della periferia romana sono stati sufficienti: ha deciso di avere diritto a sperare in un lavoro migliore. "Quel posto l’ho lasciato pochi mesi fa: sto studiando, voglio diventare educatore di comunità. Vivo in famiglia. E dopo la laurea spero di trovare qualcosa di adatto. Ma una cosa è certa:lì non torno più". Ricorda tutto, di quel lavoro: ore, minuti, mansioni, numero – variabile – dei colleghi, sgridate del capo, soprusi che diventano regola oltre che abitudine. Soprattutto ricorda il disagio continuo e un senso di inadeguatezza. "Mi avevano presa mentre aprivano la sede. Addetta alle vendite, 24 ore a settimana, 600 euro al mese. Contratto da apprendista di quattro anni. Nel mio reparto all’inizio eravamo in 13. Anche tenendo conto del part time, significa che ti ritrovi in quattro o cinque alla volta. Un capo seguiva solo noi. Con lui avevo concordato un orario per continuare l’università. Entravo alle sei di mattina e finivo alle nove e tre quarti, di norma. Riposo il mercoledì e disponibilità a fare più ore se la domenica non avevo lavorato perché l’ipermercato era chiuso. Abito molto lontano e andarci prima dell’alba, quando non c’è traffico, era la cosa migliore. La mia area era quella dei giocattoli, due corsie e zone promozionali".

                                  Il compito di Sara si chiama facing. "Devi prendere la pedana carica, portarla dal magazzino, riempire gli scaffali sistemando i prodotti. Mettere il prezzo a quelli che non ce l’hanno. E recuperare le cose lasciate dai clienti alle casse. A volte mi chiedevano di restare una o due ore in più". Nella fase di apertura. Poi il personale ha iniziato a diminuire vistosamente. "Chi è stato cacciato come "non idoneo", chi è andato via, chi non è stato confermato. Alla fine siamo rimasti in tre, anche il nostro capo era stato spostato e ci gestiva quello dello sport: ha cambiato tutti gli orari a voce, niente di scritto. Io entravo alle sei e mezzo.A quel punto il facing dovevo farlo in due ore e mezzo. Prima trovavamo le pedane pronte. Con il nuovo capo no. Non facevo mai in tempo a finire. A Carnevale, abbiamo preparato tutto di notte, in tre. Il notturno lo pagano. Gli straordinari gratis?Non li facevo. Se restavo più a lungo, dopo recuperavo. Mi sgridavano. Ma avevo già deciso che quello non era il mio futuro".