“GdF” E il «tecnico» diventò «politico»

07/06/2007
    giovedì 7 giugno 2007

    Pagina 3 – Primo Piano

    IL PERSONAGGIO

      «Quel generale era inqualificabile»
      E il «tecnico» diventò «politico»

        «Battesimo del fuoco» del ministro: difende Visco ed evoca Eraclito e MacArthur

          Aldo Cazzullo

          ROMA — Si comincia con Matteoli di An che lo ricusa in quanto tecnico — «questa vicenda è politica, vogliamo Prodi!» —, e si finisce con Calderoli della Lega che lamenta: «Lei ha fatto un intervento politico, vogliamo le carte!». In mezzo, Tommaso Padoa-Schioppa ha vissuto il suo battesimo del fuoco. Il primo giorno da politico in campo, esposto agli insulti dell’opposizione, e lasciato spesso solo, anche fisicamente, dalla sua maggioranza. Senza che la solitudine lo intimidisse, anzi; TPS è stato durissimo, più che nella difesa di Visco — indicato sempre come «il viceministro» —, nella demolizione del comandante Speciale; ha citato Eraclito e MacArthur; ha escluso un nesso con il caso Unipol; e non si è sottratto allo scontro con la destra.

          «Gli italiani non sanno che ho ascoltato tutto quanto è stato detto nel corso di tutta la giornata, seduto su questa sedia. Non voglio immaginare come giudicano lo spettacolo che hanno appena visto!» esordisce Padoa-Schioppa alla ripresa dei lavori, dopo che la seduta è stata sospesa per rissa. La destra, che fino a quel momento se l’è presa con Visco e la sua effigie, ora cambia bersaglio. Sale il coro buffone- buffone. «Non sei più un burocrate, sei un ministro!» gli grida il senatore Stracquadanio. Bonfrisco di Forza Italia: «Chiedi scusa al Parlamento!». Padoa- Schioppa insiste: «So che gli italiani sentono la mia voce e non sentono questi schiamazzi, ed è per questo che continuo a parlare». Stracquadanio: «Sei un ministro, non uno stenografo!».

          Su quella sedia, TPS è rimasto in effetti seduto per tutto il giorno. E fin dall’inizio si è reso conto che sarebbe stata dura. «Lei è il ministro che mi piace di meno» esordisce l’ex Pdci Rossi. Lui risponde con un sorriso dentato. (Sorriderà altre volte, indispettendo Castelli che quasi l’aggredisce: «Rida, rida! Come Prodi: cuor contento il ciel l’aiuta!». E il senatore Scarpa Bonazza Buora di Forza Italia: «Non c’è niente da ridere! »). Per tutta la mattina, Padoa- Schioppa è rimasto solo o quasi sul banco del governo. Ora abbracciava la sedia vuota al suo fianco, ora prendeva appunti. I senatori strologavano di Goldman Sachs, videopoker, «torbidi intrighi», «trame oscure». Lui ha lavorato un po’ al computer. Baccini dell’Udc gli rinfaccia di averlo visto sulla jeep delle fiamme gialle seduto dietro, «mentre davanti troneggiava Visco, in piedi, come un campione del mondo». I segretari gli portano certe carte da firmare, poi indietreggiano camminando all’indietro, per non dargli le spalle.

          La sera, per la diretta tv, l’aula si anima. Padoa-Schioppa apre spiegando ai sudtirolesi, dati alla vigilia per indecisi sul voto finale, che non è questa l’occasione per affrontare la politica fiscale del governo; nessuno scambio, insomma. Parte subito la destra con i manifesti su Visco padrino e Visco santo subito, Marini sospende la seduta, TPS continua a parlare, Fioroni che è più smaliziato gli fa segno di fermarsi, «per ora devi smettere, poi ricominci». Morselli di An quasi picchia un commesso. Un leghista tira un manifesto verso Padoa- Schioppa, Chiti gli fa scudo con il proprio corpo.

          Finalmente il ministro ha la parola. E tiene una requisitoria. Mette la relazione di Visco agli atti. Preferisce parlare di sé, rivendicare la propria formazione e il proprio operato: «Anch’io ho servito nelle forze armate, so quanto sia importante la certezza di avere superiori sul cui corretto comportamento non si possa nutrire dubbi»; «la continuità delle istituzioni è un bene prezioso, e con questo criterio ho affrontato le situazioni dell’Alitalia, della Rai, dei dipartimenti del mio ministero». Da qui la necessità di ribadire la fiducia nella Guardia di finanza, e di sostituire Speciale, che tendeva a farne «un corpo separato».

          Qualche passo — «affrontiamo ora un’altra questione…», «passiamo ora al secondo punto…» — è ancora da professore. Ma il tono è da politico, e l’argomentazione a tratti quasi da magistrato; non a caso, alla fine Gerardo D’Ambrosio commenterà nei corridoi che «Padoa- Schioppa è stato ineccepibile». Perché Speciale ha taciuto per un anno le presunte minacce ricevute? Perché il 14 luglio 2006 accettava di trasferire gli ufficiali delle fiamme gialle di Milano e il 16 luglio l’Ansa titolava «Unipol, azzerato vertice guardia di finanza»? Qui c’è il passaggio chiave. Alla vigilia della pubblicazione di nuove telefonate dei politici, nel giorno in cui La Stampa titola «D’Alema, i veleni delle spie Telecom e i conti segreti in Sud America», Padoa-Schioppa mostra di non credere che la vicenda Speciale sia collegata ad altre. «Va detta una parola chiara sul preteso nesso tra il caso Unipol e questa storia. Contrariamente a quanto cerca di far credere una campagna di stampa in corso da circa un anno, il nesso manca di ogni riscontro. Che gli instancabili corifei di questa tesi non abbiano saputo a tutt’oggi citare un solo fatto a sostegno del loro canto, è di per sé una forte ragione per pensare che il nesso con Unipol sia inesistente». Certo non è detta l’ultima parola: «Se vi sono prove in contrario le si producano, le esaminerò senza pregiudizio». Ma oggi l’imputato è l’ex comandante delle fiamme gialle.

          Speciale, nel ritratto che ne fa Padoa- Schioppa, manca di trasparenza, di prudenza, di riservatezza. Infrange regole etiche e deontologiche. È «inqualificabile» quando mette le telefonate di Visco, anzi «del viceministro», in viva voce. Coltiva rapporti interessati con la stampa, la magistratura, i partiti. Ostenta lealtà e la tradisce dietro le quinte. Riserva «un numero enorme di encomi solenni» all’aiutante di campo «sul cui capo pende una richiesta di rinvio a giudizio per falsità ideologica, peculato, distruzione di atti pubblici…». Quasi un generale fellone, secondo il ministro; altro che il Dreyfus dipinto in questi giorni dall’opposizione. Ma in democrazia i politici comandano e i militari obbediscono; dove invece comandano «generali e colonnelli» la democrazia non c’è. Del resto, «Truman cacciò MacArthur in piena guerra» (ilarità del centrodestra). E, come diceva Eraclito, «combattere a difesa della legge è necessario per il popolo proprio come a difesa delle mura. Io ritengo di avere combattuto a difesa della legge, affinché la difesa delle mura continui a svolgersi nel modo migliore». Finalmente, applausi da sinistra. Nuovo coro buffone- buffone. De Gregorio, appesantito dagli assegni intestati a Rocco Cafiero detto «O Capriariello», difende Speciale «e i suoi 46 anni di onoratissima carriera». D’Onofrio dell’Udc rinfaccia a Padoa-Schioppa che «la sua ignoranza della Costituzione è totale». Alfredo Biondi, parlamentare di lungo corso, si alza per stringergli la mano: «Ottimo esordio». Benvenuto nel gruppo. Se sia o no una buona notizia, TPS lo vedrà presto.