“Gama (4)” Svolta nelle indagini sull’azienda di ristorazione

25/05/2005
    mercoledì 25 maggio 2005

      Svolta nelle indagini sull’azienda di ristorazione di San Giovanni Lupatoto e sulle forniture alle mense
      Bancarotta e tangenti, 19 arrestati
      Sono dirigenti della Gama, imprenditori e cinque militari

        di Giancarlo Beltrame

          Tangentopoli riparte da Verona nell’anno di grazia 2005. Dopo tre anni di indagini, migliaia di carte e di conti passate al setaccio, innumerevoli intercettazioni telefoniche e ambientali, interrogatori incrociati e perquisizioni, ieri il giudice per le indagini preliminari Sandro Sperandio, accogliendo la richiesta del procuratore capo Guido Papalia, ha emesso 19 ordinanze di custodia cautelare. E così 15 persone sono agli arresti domiciliari, mentre altre quattro, residenti all’estero, sono in carcere.

          L’accusa che fa più scalpore è certamente quella di corruzione. Un milione di euro di presunte tangenti che dai fondi neri della Gama, la società di catering di San Giovanni Lupatoto dallo scorso anno in amministrazione controllata, finivano nelle tasche di direttori amministrativi di ospedali, di dirigenti comunali addetti al controllo delle gare e degli appalti, di ufficiali e sottufficiali dell’esercito che gonfiavano il numero dei pasti effetti serviti in cambio di mazzette a gogò, e di numerosi altri pubblici ufficiali non ancora identificati. Già, perché se a finire sotto custodia cautelare sono stati in 19, ci sono decine e decine di altre persone sotto inchiesta. Almeno una cinquantina. Quasi tutti pubblici ufficiali «in corso di identificazione», come recita la formula del burocratese. E alla fine quel milione di euro rappresentava quasi una spesa fissa, pari all’1,5% del valore delle forniture.

          Ma oltre alla corruzione ci sono anche altre accuse, che spaziano dalla bancarotta fraudolenta alla bancarotta per distrazione, dalla falsità in bilancio al falso documentale, dalla rivelazione di segreto d’ufficio all’abuso d’ufficio. E il quadro che emerge in questa parte dell’inchiesta è quello di una terrificante spoliazione di una società che appena passata di mano dalla famiglia veronese dei Masini, che l’aveva fondata e gestita dai primi anni ’60 alla soglia del 2000, al gruppo di libanesi capitanati da Albert John Martin Abela, aveva un volume di affari annuo di 87 milioni e mezzo di euro, vale a dire 170 miliardi delle vecchie lire, con migliaia di dipendenti in tutta Italia e contratti, soprattutto con la pubblica amministrazione, per servire le mense di scuole, ospedali, case di riposo, aeroporti o caserme con migliaia e migliaia di pasti giornalieri.
          La Gama era uno dei colossi della ristorazione collettiva e del catering in Italia, ma nel giro di pochissimo tempo è stata spolpata fino a finire, appunto, nel vortice del fallimento. Anzi, della bancarotta.
          Il blitz di ieri, accompagnato da numerose perquisizioni delle Fiamme Gialle a carico di funzionari, avvocati e altri professionisti, è scattato a conclusione dell’inchiesta, iniziata nel 2002 dal sostituto procuratore Rosario Basile e portata poi avanti dal procuratore Papalia, dopo la morte del magistrato.

          Tre sono i veronesi colpiti dall’ordinanza del Gip di ieri. Si tratta dell’ex dirigente ed ex proprietario della Gama Pietro Masini, 55 anni, di San Giovanni Lupatoto. Le accuse nei suoi confronti parlano di concorso nella corruzione di pubblici ufficiali, non ancora identificati, dell’istituto Costante Gris di Mogliano Veneto (Treviso) e dell’istituto nazionale neurologico Carlo Besta di Milano. Come Masini è agli arresti domiciliari anche Giovanni Forte Pompei, 69 anni, amministratore unico e legale rappresentante della società Arco di corso Porta Nuova. Per Forte, a suo tempo coinvolto anche nella prima Tangentopoli degli anni ’90, gli elementi a carico sono la corruzione di pubblici ufficiali dell’Ulss 20 per favorire nel 2000 un appalto a favore della Gama. Forte (che è risultato iscritto a Forza Italia) sarebbe stato uno dei collettori delle tangenti, che nel 2001 avrebbero riguardato, secondo una chiamata di correità di un altro imputato, anche la stipulazione di un contratto d’appalto per la gestione dei bar dei due ospedali cittadini, il policlinico Rossi di Borgo Roma e il Civile Maggiore di Borgo Trento.

          Più grave risulterebbe la posizione del terzo veronese, Massimo Capodaglio, 53 anni. responsabile finanziario della Gama. Oltre a essere ritenuto, infatti, ideatore e promotore delle corruzioni, anche grazie alla costruzione del complesso sistema di fondi neri, avrebbe anche poi cercato di inquinare le prove.