Gallino: Una riforma che avvicina l’Italia al terzo mondo

27/11/2001


MARTEDÌ, 27 NOVEMBRE 2001
 
Pagina 30 – Economia
 
UNA RIFORMA CHE AVVICINA L’ITALIA AL TERZO MONDO
 
 
Si rischia di creare troppi lavori non "protetti"
 
 
LUCIANO GALLINO

Le modifiche all’art. 18 dello Statuto dei lavoratori proposte dal governo, più la richiesta di delega per altri interventi sul mercato del lavoro, tipo l’introduzione di lavori intermittenti, del lavoro a chiamata, o la moltiplicazione del tempo determinato, rappresentano uno strumento efficace per far arretrare il nostro mercato del lavoro. Lungi dal modernizzarlo, l’insieme degli interventi proposti contribuirebbe a rendere tale mercato via via più simile a quello dei paesi in via di sviluppo (PVS).
Un aspetto fondamentale del mercato del lavoro nei PVS è infatti l’enorme estensione del cosiddetto "settore informale" dell’economia. Nei PVS dell’America Latina, dal Messico al Cile, circa il 60% di tutti i lavori che si sono creati negli anni ’90 nel settore urbano, il più moderno dell’economia, sono lavori definiti ufficialmente "informali". In complesso questi lavori rappresentano la metà e oltre di tutte le persone che risultano occupate. Valori simili si registrano in Africa, in molti stati dell’India, nel Sudest asiatico, dalla Thailandia all’Indonesia.
Le definizioni internazionali dei lavori informali sono variabili. Alcune insistono sul livello minimo di investimenti che essi comportano. Altre sottolineano che si tratta per lo più di lavori a bassa tecnologia, sovente privi di luogo, come i milioni di "vendedores de estrada" del Messico. Alcune connotano i lavori informali in modo prevalentemente negativo, soprattutto per la loro scarsa produttività. Altre definizioni esaltano invece la inventiva tecnica e organizzativa, la capacità di sopravvivere che attraverso di essi esprimono milioni di persone dall’esistenza difficile. Su un punto, però, le tante definizioni dei lavori informali concordano: si tratta di lavori in merito ai quali la regolazione legislativa è praticamente inesistente. Nessuna regola stabilisce quali debbano essere gli orari o le condizioni di lavoro, il livello dei salari o il tipo di tutela sindacale, lo stato dell’ambiente di lavoro o le situazioni in cui un dipendente può venire licenziato. Sono dunque lavori che si possono chiamare appropriatamente informali perché sono di fatto privi d’ogni forma giuridica.
Da decenni i lavori detti informali perché non possiedono forma giuridica sono in forte aumento nel mondo. Ovunque ne favoriscono la diffusione un paio di caratteristiche peculiari della odierna economia formale. La prima è la sua incapacità, nella maggior parte dei PVS, di creare un numero adeguato di lavori decenti: cioè lavori passabilmente stabili, dignitosamente retribuiti, rispettosi delle libertà civili. Negli ultimi vent’anni, la quota dei lavori creati nel settore formale è stata appena un terzo di quelli che si sono creati nel settore informale. Una seconda caratteristica dell’economia contemporanea che genera lavori informali va vista nella frammentazione dei processi produttivi in lunghe catene di appalti e subappalti ad aziende terze. Al di là del primo o del secondo grado di subappalto, il lavoro finisce per perdere ogni forma giuridica. Come qualunque piccolo o medio imprenditore, se vuole, può esaurientemente spiegare.
Non sappiamo se gli esperti ed i politici che hanno escogitato le modifiche dell’articolo 18 di cui si discute, insieme con gli altri interventi sul mercato del lavoro per i quali il governo chiede la delega, abbiano mai dato una scorsa alla letteratura relativa alla diffusione della "informalidad" nei paesi dell’America Latina. Se lo facessero, potrebbero constatare che lo scenario che essi stanno disegnando per il nostro mercato del lavoro assomiglia molto allo scenario che si osserva attualmente laggiù. Uno scenario che preoccupa i governi di quei paesi e le organizzazioni internazionali che li assistono nelle politiche del lavoro, in primo luogo l’OIL. Organizzazioni che, d’intesa con i governi locali, diffondono rapporti in cui si sottolinea come il lavoro pressocché privo di forma, ossia di regolamentazione giuridica, si accompagni inesorabilmente all’assenza di protezione sociale. A sua volta questa favorisce l’insorgere di una serie di problemi economici, sociali, culturali e politici. Di conseguenza quei governi mirano a fare il possibile per "formalizzare la informalità" del mercato del lavoro. Invece il governo italiano sembra puntare allo scopo contrario: informalizzare per quanto possibile un mondo del lavoro ai quali è stata data con decenni di fatica e di lotte una consolidata forma giuridica.
Si possono già intendere a questo punto due ovvie obiezioni. La prima: in un mondo del lavoro così robustamente strutturato dal punto di vista giuridico come quello italiano le modifiche proposte per l’art. 18 sono quisquilie. La seconda: il mondo del lavoro è talmente cambiato da richiedere ampie innovazioni legislative e contrattuali. La risposta alla prima obiezione è che il diritto del lavoro è come una diga, intesa a proteggere i più deboli dai più forti. E per far crollare una diga, si sa, può bastare praticare in essa un piccolo buco. Alla seconda è giocoforza rispondere che proprio i grandi mutamenti dei modi di lavorare, di cui non si possono ignorare, accanto a proprietà deteriori come la precarietà, i nuovi contenuti di autonomia, creatività, crescita professionale e personale, richiedono innovazioni regolative e contrattuali profondamente originali. Ma per giungere a questo sarebbe preferibile inventare nuove forme per il lavoro, anziché cominciare a liquidare quelle che esistono.