Gallino: lavoro, sì alla flessibilità ma «sostenibile»

16/10/2001




LA PROPOSTA

Gallino: lavoro, sì alla flessibilità ma «sostenibile»
      ROMA – Una serie di proposte per rendere «sostenibile» la flessibilità. Con questo obiettivo il sociologo torinese Luciano Gallino ha appena scritto per Laterza un pamphlet dal titolo «Il costo umano della flessibilità». Bisogna evitare che la perdita del posto di lavoro corrisponda all’esclusione definitiva dal mercato e che la precarietà dell’occupazione porti con sé «la precarizzazione della vita privata». Come fare? In primo luogo sviluppando istituzioni e associazioni capaci di orientare e sostenere il passaggio da un’occupazione all’altra. Gallino si spinge a proporre delle «nuove» gilde, associazioni di mestiere che aiutino i loro membri garantendone la sicurezza finanziaria e fornendo loro servizi di collocamento e formazione professionale. Ma l’azione delle gilde – strumento che non piacerà ai sindacati – dovrebbe essere favorita da una «certificazione formale» delle competenze via via acquisite dal lavoratore. In questo modo pur concedendo flessibilità si assicura «stabilità e identità ai percorsi lavoratori» e si evita la sensazione di dover ricominciare ogni volta daccapo.
      Un principio di questo tipo è stato introdotto nella «loi de modernisation sociale
      », approvata in prima lettura dall’Assemblea nazionale francese. In Italia Gallino ipotizza di creare «le credenziali portatili», un percorso di carriera nel quale «ciascun gradino viene salito spostandosi da un’azienda all’altra, come fanno i manager». La terza proposta del sociologo investe l’organizzazione del lavoro e le aziende che devono contrastare «l’invecchiamento professionale e sociale dei loro dipendenti, piuttosto che accelerarlo». Ma non è tutto. Bisogna ripensare la placeless society, l’idea di lavori senza legami con un determinato spazio fisico. Ci sono bisogni relazionali e prospettive di carriera che non possono essere eliminati. Quindi prendiamo atto, sostiene Gallino, che il numero dei potenziali «tele-lavori» è molto più limitato di quanto si era pensato. Infine la formazione continua, che è decisiva in un mercato del lavoro dove diplomi e lauree abbondano ma spesso non rispondono alle richieste delle imprese. L’insieme di queste misure può fare il miracolo «di rendere meno rigida la flessibilità».
Dario Di Vico


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