Gabbie troppo rigide per i Co.co.co

03/12/2003


economia e lavoro


03.12.2003
La recente riforma Maroni li ha costretti in un insieme di regole simili a quelle del lavoro subordinato
Gabbie troppo rigide per i Co.co.co.

Gildo Campesato

ROMA Voglia di autonomia. Ovvero, voglia di essere inquadrati dalla legge per quel che sono realmente. E cioè lavoratori autonomi, non Co.co.co. bensì autoimprenditori come si definiscono, professionisti che prestano la loro consulenza, magari protratta nel tempo, per grandi e piccole imprese. Eppure, la recente legge di riforma del mercato del lavoro non li considera tali, bensì li «ingabbia» dentro regole pensate soprattutto per il lavoro subordinato.
Mentre, spesso, si tratta di gente con una professionalità elevata, alta autonomia, pluralità di committenti, protagonista delle nuove professioni dall’information technology al marketing, dalla pubblicità alla moda, dall’assistenza alla consulenza fiscale.
Sono circa 600mila in tutta Italia, per circa metà donne, ubicati
soprattutto al Nord, ha rilevato per la prima volta un’accurata ricerca.
«Professionisti per l’impresa – li chiama Giorgio Roveri, presidente
di InPro, l’associazione affiliata alla Cna che li rappresenta -Tutta
gente che ha investito su se stessa mettendosi in proprio. Ed adesso, invece, con la nuova legge si trova inquadrati nel lavoro subordinato».
È l’esito un po’ paradossale di una normativa che nelle intenzioni ufficiali voleva portare un po’ d’ordine nel settore dei lavoratori
atipici facendo emergere allo scoperto il lavoro dipendente camuffato da autonomo ed invece ha finito per stringere i veri lavoratori indipendenti in costrizioni non richieste. Senza ottenere risultati apprezzabili nemmeno sul fronte opposto.
«Sono circa 10 anni che queste figure cercano un riconoscimento giuridico – spiega Ivan Malavasi, presidente nazionale della Cna – Ma anche la nuova legge sul mercato del lavoro da questo punto di
vista è servita ben poco. Si tratta di lavoratori autonomi che non cercano la tutela dei lavoratori dipendenti, perché tali non sono e non si sentono, bensì chiedono di essere considerati a tutti gli effetti soggetti attivi del mondo economico-produttivo e dei servizi. Si tratta di nuove professioni, di embrioni di nuova impresa che vanno aiutati a crescere, non certo tarpati da una legislazione poco flessibile».
Dunque? Come si può affrontare la questione dando una risposta
in positivo alle esigenze evidenziate da questi lavoratori? Le richieste le spiega Roveri: «Essere inquadrati nel lavoro subordinato significa avere maggior difficoltà all’accesso al credito, essere tagliati fuori dagli incentivi alla formazione. Inoltre, la gestione Inps riservata agli atipici non è una tutela sufficiente».