Gabbie salariali e niente conflitto, il paese di Confindustria

16/07/2004


      venerdì 16 luglio 2004


        POTERI

            scheda

                Gabbie salariali e niente conflitto,
                il paese di Confindustria


                Sei pagine fitte di propositi e ipotesi di intesa, ma molti punti sono davvero indigeribili. Il «memorandum per la crescita e lo sviluppo», bocciato per alcuni passi dal segretario della Cgil Guglielmo Epifani, che mercoledì sera ha lasciato il tavolo aperto con Confindustria, Cisl e Uil, parte da un capitolo sul «metodo della concertazione»: modello concordato con il protocollo del 1993, ricorda il documento, che «ha permesso l’instaurarsi di un clima di bassa conflittualità sociale, ponendo le basi per l’affermazione di un modello maggiormente partecipativo». E’ nel terzo capitolo, «i nuovi obiettivi del confronto», che si parla della «chiave per la crescita», rappresentata da «innovazione, ricerca, infrastrutture». Si ricorda che nel vertice europeo di Lisbona si era fissato di destinare, entro il 2010, il 3% del Pil alla ricerca, obiettivo che «appare ancora molto lontano». Fino a qui, più o meno tutto bene. Ci sono però dei passi già in questo capitolo che non sono piaciuti alla Cgil, ad esempio quando si parla del «rilancio delle infrastrutture, delle grandi opere come di quelle minori», dove troppo immediato è il riferimento al piano di lavori pubblici berlusconiano. Ugualmente sgradito il richiamo alla «necessità di una maggiore apertura al mercato» nel settore dei servizi, con la proposta di «un rilancio delle liberalizzazioni nei settori ancora protetti e delle privatizzazioni delle gestioni dei servizi pubblici».

                Si parla successivamente di Mezzogiorno e dell’esigenza di riattivare gli incentivi e gli sgravi alle imprese che investono. E poi arriva il punto dolente dei salari. Il documento così recita: «Un peso maggiore del monte salari sul totale della ricchezza prodotta è un obiettivo da inscrivere in un quadro dove un più alto tasso di crescita dell’economia si accompagni ad un più alto tasso di occupazione, con una drastica riduzione dei senza lavoro. L’aumento dei salari collegato alla crescita della redditività delle imprese dovrà essere perseguito attraverso l’innovazione e la ricerca di efficienze che facciano crescere le imprese italiane per competere sui mercati globali». Particolarmente indigeribile per i sindacati, il legame immediato aumento dei salari-redditività delle imprese, che in pratica fa diventare il primo termine una mera variabile della seconda.

                Un altro punto sgradito è il riferimento alla possibilità di contratti locali che superino di fatto il nazionale, quando si propone di «fare in modo che gli assetti contrattuali rappresentino un elemento di competitività del sistema, attenuandone la rigidità ed agevolando soluzioni che permettano di tenere conto dei diversi livelli di produttività e delle diverse condizioni del mercato del lavoro locali». Non condiviso anche il passo in cui si fa riferimento ai conflitti: «Imprese e sindacati dovranno esprimere il massimo impegno per prevenire i conflitti prima che esplodano. Occorre creare condizioni reali e – se necessario – un quadro di riferimento normativo davvero atto ad evitare un assetto "binario", dove si passa semplicemente da condizioni di normalità a esplosioni fortemente conflittuali, con tutti i danni che ciò comporta sul tessuto sociale e sul funzionamento del sistema. Il conflitto, che è cosa diversa dal confronto sociale o sindacale, deve rappresentare solo una eventualità estrema».