Futuro incerto per gli orfani del «cinese»

10/06/2002






          (Del 10/6/2002 Sezione: Economia Pag. 5)
          LE INCOGNITE DEL VERTICE CHE CAMBIA
          Futuro incerto per gli orfani del «cinese»
          Il nuovo segretario dovrà fare i conti con articolo 18, referendum di Rifondazione e tensioni con Cisl e Uil

          AVANTI tutta, da soli. Ma «senza Sergio». Per la Cgil si annuncia difficile – come del resto previsto e temuto – il passaggio dalla leadership di Sergio Cofferati a quella di Guglielmo Epifani. Le procedure per il cambio di mano verranno formalmente avviate alla prossima riunione del Direttivo, l´11 e il 12 giugno. Verranno nominati i «saggi» che consulteranno i 156 dirigenti dell´organizzazione, e poi daranno il loro responso sul nome del futuro segretario generale: poco più che una formalità, visto che a indicare il nome di Guglielmo Epifani è proprio l´indiscusso capo del sindacato, Sergio Cofferati. Dimissioni e nomina del successore seguiranno, nella prima metà di luglio. Non sarà eletto, però, nessun nuovo «numero due» al posto di Epifani. L´idea di nominare un «vice» non piaceva a Cofferati, e tantomeno al futuro nuovo segretario. Per Cofferati inizierà un futuro fatto di lavoro alla Pirelli (Marco Tronchetti Provera garantisce un trattamento «equo», forse anche con sede a Roma, il che non guasterebbe) e alla Fondazione Di Vittorio, un´istituzione che verrà rivitalizzata dall´economista Marcello Messori. Per la Cgil e per Guglielmo Epifani, invece, comincerà un futuro incerto e pieno di rischi. Ci sarà la battaglia da combattere – isolati più che mai – contro governo e Confindustria per tentare di salvare l´intoccabilità dell´articolo 18. Ci saranno le tensioni e una concorrenza aperta con Cisl e Uil, se alla fine l´accordo separato arriverà. Ci sarà da tenere a bada il referendum di Rifondazione, che la minoranza interna appoggia e sostiene. E soprattutto, militanti e dirigenti dovranno andare avanti senza più la garanzia di potersi «appoggiare» al loro incrollabile, irriducibile segretario generale. La Cgil che Sergio Cofferati prese in consegna nel 1994 era certo molto diversa. Più caotica, forse più pluralista e ricca di «anime» e tendenze, certamente più sensibile e reattiva ai segnali provenienti dalla sinistra politica. Complice la vittoria nella guerra santa contro il primo governo Berlusconi, Sergio Cofferati ha ben presto silenziato con le buone o le cattive ogni forma di opposizione interna. E poi proceduto a un graduale quanto generale ricambio del gruppo dirigente, che si può definire concluso con l´uscita (anche lui per scadenza dei fatidici «otto anni» di mandato) del leader della Fiom Claudio Sabattini. Che dovrebbe andare a dirigere la Cgil siciliana, ma la partita non è chiusa: i locali mugugnano. Chissà se l´uscita di Cofferati riaprirà spazi per il «pluralismo» e una rinnovata (e polemica) dialettica interna, come ai tempi di Trentin, Del Turco e Bertinotti. Oggi, però, trovare un dirigente (ma uno qualsiasi) in grado di prendersi la libertà di affermare che forse, ma proprio forse, questa o quella mossa di Cofferati magari solleva un dubbio, è impresa letteralmente impossibile. Perché alla fine Cofferati è riuscito a mettere la Cgil – un sindacato per molti spompato e «vecchio» – al centro di tutti i giochi della politica e dell´economia italiana, a conquistare iscritti e visibilità; ma anche perché come si fa a dire qualcosa su uno che sale su un palco circondato da tre milioni di persone? Ragion per cui, il viaggio nella Cgil che si appresta a vivere il dopo-Cofferati offre pochi spunti alla polemica. Carlo Ghezzi, segretario confederale e gran signore della macchina organizzativa, una sua spiegazione ce l´ha. «Primo – dice – Cofferati consegna al gruppo dirigente una Cgil che al suo ultimo congresso ha azzeccato l´analisi della società italiana e la proposta politica di coniugare sviluppo, diritti e solidarietà. Una linea che ha trovato riscontro nelle coscienze e nei sentimenti di milioni di italiani, come si è visto il 23 marzo e negli scioperi di questi mesi». Insomma, «un qualcosa di solido», che permette di guardare al futuro senza timori: «La Cgil – spiega con orgoglio Ghezzi – è una grande bestia. È una cosa pesante, che c´è nella realtà di questo paese». E governo e partiti non devono pensare a possibili cambiamenti di rotta, o a polemiche interne. «La lotta, gli scioperi di milioni di persone – dice il segretario confederale Paolo Nerozzi – hanno saldato il gruppo dirigente». Ma stare da soli? Perdere, sia pur gloriosamente, la battaglia sul «18»? Per Nerozzi, «c´è una generazione di lavoratori, scesi in campo in questi mesi, che non si attendono risultati a breve. Qui non si tratta di dare spallate, ma di attrezzarsi a una lotta lunga e coerente fino al raggiungimento dell´obiettivo». Sulla stessa linea il leader della potente Cgil lombarda, Susanna Camusso: «Il movimento è cresciuto anche per la nostra coerenza e la nostra chiarezza». «E poi, chi lo dice che perderemo?», chiede il segretario confederale Carla Cantone. Una convinzione che nasce da un giudizio preciso: «La partita dei licenziamenti non è paragonabile a vicende del passato, come la scala mobile del 1984 o accordi sindacali separati». Nella cittadella assediata Cgil ormai predomina una convinzione: governo e Confindustria «vogliono l´anima» del sindacato. Le modifiche all´articolo 18 sarebbero soltanto l´inizio: poi ci saranno i contratti regionali, le pensioni, la sanità pubblica. E tutto il resto. Una battaglia da affrontare senza Cofferati. Camusso confessa quello che molti pensano: «La Cgil sentirà la sua uscita, sarebbe assurdo fingere che nulla cambierà. Cofferati è un leader che parla al paese». Il segretario confederale (e capo della minoranza) Giampaolo Patta ha fiducia nelle capacità di Epifani, ma ammette di temere «una ripresa dell´iniziativa dei partiti all´interno della Cgil». Nulla teme, invece, il segretario confederale Beppe Casadio: «Gli indirizzi politici sono da tempo ampiamente condivisi. Certo, lo stile delle persone conta, Guglielmo è diverso da Sergio, ma scommetto su una assoluta coesione del gruppo dirigente». Certo, confessano in Corso d´Italia, è ovvio che «da sola» per un po´ la Cgil prospererà, probabilmente acquisendo nuovi iscritti attivi e continuando – la cosa va avanti da qualche mese – a «mangiare» tessere alla Cisl (un po´ meno alla Uil). Poi, i problemi arriveranno, inevitabilmente: un sindacato trova ascolto tra i lavoratori perché «regge ed è coerente», ma anche perché è utile, contratta e risolve problemi. Insomma, qualcosa in più della mera testimonianza. Molti pensano che – nonostante tutto – non è detto che le strade delle tre centrali sindacali non si debbano incrociare di nuovo. L´accordo separato è effettivamente alla portata del governo, ma anche in marzo la Cgil si è trovata isolata, per poi recuperare una unità d´azione con Cisl e Uil. Antonio Panzeri, segretario della Camera del Lavoro di Milano (considerato vicino a Piero Fassino) sottoscrive punto per punto la linea di Cofferati, e denuncia il tentativo del governo di dividere il sindacato, ma avverte che «non bisogna perdere di vista l´idea dell´unità». «Perché la posizione della Cgil resti solida – afferma Panzeri – occorre un forte rapporto con i lavoratori, bisogna confermare il nostro "no" alla via referendaria per l´affermazione dei diritti, e soprattutto non deve mai venir meno lo spirito di unità con Cisl e Uil. Una battaglia politica con Cisl e Uil, anche dura, va fatta, ma sarebbe sbagliato indicare dei "nemici"». Un problema, piuttosto noioso, è rappresentato dal referendum per l´estensione dell´art.18 ai dipendenti delle piccole imprese, sostenuto da Rifondazione. La segreteria Cgil lo ha già ufficialmente bocciato. Per Susanna Camusso, «si tratta di un quesito sbagliato, perché continua a rivolgersi soltanto alla fetta del mondo del lavoro dipendente. Noi abbiamo il problema di allargare l´area della rappresentanza, parlando agli atipici, ai collaboratori. A loro il referendum non servirebbe a nulla». Per i dirigenti Cgil è trasparente l´operazione politica che è al centro dell´iniziativa di Bertinotti, in questi mesi «cancellato» dalla battaglia Cgil sull´art.18: mettere il cappello sul movimento. E non c´è dubbio che il referendum per estendere l´art.18 alle piccole imprese ruberebbe la scena all´eventuale quesito abrogativo della riforma approvata dal governo, di cui la Cgil (e Cofferati, da un´altra posizione) sarebbe l´anima. Un referendum, invece, appoggiato dalla minoranza di «LavoroSocietà-Cambiare Rotta». Un´area che pesa circa il 18% degli iscritti, che ha approvato il documento congressuale unitario, formata soprattutto da militanti del Pdci e di Prc. Anche se quelli di Rifondazione risultano evidentemente sottorappresentati rispetto ai cossuttiani nelle «poltrone» riservate alla minoranza. Erede di «Essere Sindacato», fondata ai tempi di Trentin da Fausto Bertinotti, «LavoroSocietà» è passata – con la radicalizzazione dello scontro tra Cofferati e i governi – dall´opposizione alla concertazione all´adesione alla linea del segretario. Come spiega Patta (vicino al Pdci), «il referendum può essere utile, anche se non condividiamo il tipo di gestione che ne sta facendo Rifondazione, in rottura con la Cgil e l´Ulivo». Su quest´ultimo punto, la pensa diversamente il segretario nazionale Fiom Giorgio Cremaschi (vicino a Prc), che però non vede prossime divisioni serie all´interno della Cgil: «Sarebbe un punto di dissenso – spiega – non di rottura tra maggioranza e minoranza». Guglielmo Epifani avrà un compito arduo. Lui è il primo a saperlo. Sarà diversa, la Cgil di Epifani, come spera qualche ministro? Sul piano della linea politica, probabilmente no: il futuro segretario si dice convinto che per tenere la barra su una linea riformista si debba essere «coerenti e radicali». Certo, lo stile dei due è differente: per Cofferati, il presidente di Confindustria Antonio D´Amato è un «nemico», per Epifani è solo «un avversario». Ma le differenze col predecessore finiscono qui, come mostra un episodio di poche settimane fa. Siamo a Napoli, a un convegno sul lavoro, presenti D´Amato ed Epifani. Dalla tribuna il leader degli industriali polemizza duramente con la Cgil, accusandola di ogni nefandezza; al termine, D´Amato si avvicina al numero due Cgil e cordialmente gli propone: «Andiamoci a mangiare una pizza». «No – è la replica di Epifani – dopo quello che hai detto non si può».