Fuori dal “sommerso”oltre 210 mila lavoratori

14/02/2001

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Fuori dal "sommerso"
oltre 210 mila lavoratori

Ricerca IresCgil sulle imprese in nero: 3 milioni di irregolari, metà al Sud
il dossier

RICCARDO DE GENNARO


Roma — La doppia busta paga, una delle armi in pugno delle aziende in nero, è come il doppio gioco: l’imprenditore finge di stare nella legalità e invece è un fuorilegge. Al lavoratore consegna formalmente una busta paga dove il salario è pieno, i giorni di lavoro sono 22, ci sono le ferie pagate e la tredicesima, ma non è vero niente. A fine mese, il lavoratore in nero si vede conteggiare, ai fini del suo salario, la metà dei giorni effettivamente lavorati, non ha ferie e indennità di malattia, la tredicesima è un miraggio. L’unica cosa certa, quando va bene, sono le 600700mila lire: rigorosamente in contanti. Il futuro non esiste.
Era questa la vita, fino a pochi anni fa, di Mina, 25 anni, operaia in un calzaturificio di Galliano (Lecce), ora «emerso» dal nero o comunque dal «grigio» con i contratti di riallineamento, ma che in precedenza — grazie al doppio gioco — era persino riuscito a beneficiare di 450 milioni (la richiesta era di un miliardo) nell’ambito del Patto territoriale. Ed è sempre questa la vita di oltre tre milioni e mezzo di lavoratori e lavoratrici in Italia, il 10,4 per cento in più rispetto al ‘92, che alimentano l’»economia che c’è ma non si vede»: il 27 per cento del Pil, il 15,1 per cento dell’occupazione alla luce del sole. Noi al primo posto tra i Paesi industrializzati, seguiti da Belgio e Spagna, anch’essi con un «sommerso» superiore al 20 per cento del Pil.
I dati sono il frutto di una documentata ricerca dell’IresCgil, che verrà presentata venerdì prossimo nella sede della Cgil nazionale. Il «sommerso» è prerogativa del Mezzogiorno, ma non solo. L’IresCgil stima che il 40 per cento della forza lavoro al Sud è «fuori dal circuito della legalità» e che le regioni del Mezzogiorno possono «vantare» il 51 per cento dell’economia sommersa nazionale in termini occupazionali. Del restante 49 per cento, il 20 fa capo al NordOvest, il 13 al NordEst, il 16 per cento al Centro.
Il problema del «nero» vuole dire salari bassi e diritti negati ai lavoratori, evasione fiscale e contributiva ai danni dello Stato, ma anche concorrenza sleale nei confronti delle altre imprese. «C’è un’impresa in Umbria — racconta un imprenditore napoletano — che produce e vende in tutta Italia i fogli di plastica stampati con cui si confezionano i fiori. L’azienda ha una doppia produzione: un foglio con uno spessore di 35 micron per tutta l’Italia e uno di 25 micron solo per Napoli. Soltanto in questo modo può tenere il prezzo più basso e reggere la concorrenza dei produttori locali chiusi negli scantinati».
Il presidente dell’IresCgil, Agostino Megale, contesta la ricetta del presidente della Confindustria, Antonio D’Amato, per l’uscita dal nero: «Tagliare l’Irpeg non sarebbe di stimolo alla riemersione. Il 92 per cento delle imprese in nero non fanno utili: lo Stato vedrebbe aumentare il gettito solo del 3 per cento. Viceversa bisogna rafforzare i contratti di riallineamento, che senza l’opposizione della Confindustria potrebbero dare ottimi frutti». Nel 2000 — il primo anno in cui ha cominciato a operare la legge sull’emersione, dopo il superamento dei problemi con Bruxelles — sono stati raggiunti 228 accordi di riallineamento a livello territoriale: 80mila le imprese coinvolte, delle quali 77mila in agricoltura, oltre 210mila i lavoratori messi in regola.
Più avanti di tutti i tessili — rileva l’IresCgil — ancora al palo i metalmeccanici. Bene la Puglia, in particolare le province di Lecce Brindisi, dove è forte il sistemamoda, male Calabria e Sardegna, dove sono stati raggiunti zero accordi. «D’Amato vuole uccidere i contratti di riallineamento — conclude Megale — prima ancora di sperimentarli concretamente. L’obiettivo della Confindustria è solo quello di fare ottenere sgravi fiscali alle imprese che rappresenta».