Fuoco incrociato sul pubblico impiego

17/02/2010

Sono spesso oggetto d’attenzione, e non sempre gradevole. Hanno il vantaggio di svolgere lavori essenziali, ma lo svantaggio di farli sotto gli occhi di tutti. Sono i «lavoratori pubblici», quelli che ci garantiscono la salute, l’istruzione, la sicurezza, ma che fanno anche scorrere – o inceppare – la burocrazia dello stato e delle istituzioni. Quelli su cui, negli anni sono fioccati miti positivi – l’impiego sicuro – e negativi – «i fannulloni» di Brunetta. Quelli che devono conciliare «servizio» e «lavoro», le richieste dei cittadini-utenti con i diritti dei cittadini-lavoratori. Non sempre le due cose si tengono pacificamente, soprattutto nell’era dei tagli alla spesa pubblica, con budget sempre più compressi, riduzioni di personale, privatizzazioni del welfare. Così «fare sindacato» nel lavoro pubblico va ben oltre la sfera rivendicativa, deve misurarsi con l’utenza, con il merito del servizio svolto; e muoversi molto sul piano della politica, perché pubblica è anche la controparte, a partire dal governo.
Sono quasi quattro milioni i lavoratori del pubblico impiego – senza contare scuola e università – più un esercito di precari (400.000, secondo calcoli sindacali) cresciuto proporzionalmente al blocco del turn over e al varo di leggi come il «pacchetto Treu», format di centro-sinistra, che avrebbe dovuto sopperire ai deficit di servizio provocati dai tagli fatti in nome dei pubblici bilanci. «E invece è dilagata la precarietà. Ma come potevamo prevederlo?» dice Carlo Podda – segretario generale della Funzione pubblica Cgil – al centinaio di iscritti che partecipano al congresso sindacale dell’ospedale S. Eugenio. «Ora si tratta – prosegue – di cambiare strada, perché quando si sbaglia bisogna ammettere l’errore e rimediare». Lo dice per dare un senso concreto a un confronto tra due documenti congressuali che a molti iscritti rischia di apparire confuso e che alcuni dirigenti della Cgil – schierati con il documento di maggioranza – giudicano persino pericoloso.
In queste ultime settimane di congressi di base il confronto nella Cgil si è fatto più aspro. Non dovunque, ma in alcuni territori e in alcune categorie si è tradotto in uno scontro. E’ il caso della Funzione pubblica, sia per l’entità in gioco (407.000 iscritti, la categoria più grande tra gli «attivi»), che per una sorta di stupefazione con cui i piani alti di Corso d’Italia hanno accolto la decisione della segreteria della Fp di dar vita – insieme ai «soliti» della Fiom e (altra sorpresa) alla Fisac – a un documento congressuale «alternativo», la «Cgil che vogliamo». Così Podda e i suoi sono scesi in un’arena poco conosciuta per la storia cigiellina di questa categoria, quella dell’opposizione. E hanno dovuto presentarsi nelle loro assemblee a spiegare le ragioni di tale scelta, cercando di renderle coerenti con la natura di un lavoro tradizionalmente considerato «tutelato». Ma è proprio quest’ultimo termine che – dicono – «non è più vero». Come spiega un’infermiera del S. Eugenio: «Anche nella sanità il numero dei non-garantiti aumenta. E’ per questa via che il sindacato perde peso e viene delegittimato. Per questo serve una svolta nella Cgil». Esempio concreto, presente in sala: i dipendenti della Cooperativa Capodarco, che gestiscono il servizio prenotazioni sanitarie (Cup), sottopagati e minacciati dalla proprietà per indurli a non partecipare al congresso.
Di fronte a un centinaio di presenti (su 250 iscritti) Podda – per il documento n.2 – e Patrizio Rossetti – per quello n.1 – si esercitano sulla corretta interpretazione del concetto di «confederalità», ma soprattutto su un duplice degrado: quello delle condizione di lavoro che accompagna il peggioramento delle prestazioni. Cosa che in un ospedale rischia di stravolgere il lavoro pubblico in un pericolo pubblico. Simile è la diagnosi dei due relatori (privatizzazioni e tagli al welfare), diversa la ricetta che il sindacato dovrebbe adottare: più politica generale per il documento n.1 «nella centralità di una riforma della pubblica amministrazione dentro un progetto-paese» che, in continuità con quanto la Cgil ha fatto in questi anni, «allarghi il consenso e cerchi alleati»; più agire sindacale per il documento n.2 «con una discontinuità che faccia cambiare passo al sindacato a partire dal rilancio del contratto nazionale e da un rigore democratico nel rapporto con i lavoratori». Affermazioni che piacciono alla lavoratrice che ricordardando «i tempi in cui i sindacalisti si conquistavano la rappresentanza ‘battendo’ campagne e cantieri edili», indica nelle nuove tecnologie il tamite di quell’antica pratica. Mentre le argomentazioni di Podda non convincono il delegato di «lavoro e società» (componete di sinistra Cgil che in questo congresso appoggia il documento-Epifani), che giudica «non credibile la novella opposizione di chi fino a ieri ha governato l’organizzazione», teme rotture insanabili e allude a «motivazioni personali» nella genesi del documento n.2. Poi, in privata sede, si sbilancia in una previsione sull’esito dell’assemblea: «230 voti, 225 alla mozione 2… qui ci si adegua alle indicazioni del capo». Sbaglierà, ma non di molto, perché alla fine i votanti saranno 157 e Podda porterà a casa 137 voti.
Del resto che le platee congressuali si affidino abbastanza al dirigente o al delegato di turno, è un po’ il filo conduttore di questi assemblee di base e non è per nulla strano. Un po’ per il rapporto di fiducia in chi conoscono, un po’ perché il tutto si esaurisce in un’oretta: 10-15 minuti a testa per la «spiega» dei due documenti, un po’ di interventi e poi il voto. Un tempo strettissimo per decidere la sorte di un congresso e l’esito di ciascuna mozione.
E’ ciò che succede anche in un’altra assemblea che abbiamo seguito, di un altro settore fondamentale del lavoro pubblico: la scuola. Istituto tecnico Aldini-Valeriani di Bologna, cent’anni alle spalle, 2.000 studenti, 200 insegnanti. Con la la Flc (il sindacato scuola, ricerca e università della Cgil, 187.000 iscritti su 1.200.000 addetti) a subire la concorrenza della Gilda che porta via tessere e attenzione (indice pure un’assemblea alternativa in concomitanza con l’ora del congresso) e a raccogliere le opinioni di una quindicina di presenti, la metà dei già non numerosi iscritti. Anche qui si vota soprattutto «sulla fiducia» (Cesare Melloni, segretario generale della Camera del lavoro, raccoglierà 8 voti su undici per il documento n.1), ma la discussione guarda soprattutto ai problemi della formazione, al «predominio del mercato anche nella scuola», alla «riduzione dell’età dell’obbligo scolastico», al «tempo pieno che è diventato impraticabile», «all’autonomia scolastica che ci trasforma in mostri affamati», ai precari sempre più numerosi (200.000). Un lungo promemoria che si abbatte su una sala semivuota e un po’ avvilita. Non tanto dal caso-Del Bono, ignorato negli interventi e liquidato in poche battute «private». Quanto per lo scarto tra enunciazioni generali, che variano dal pessimismo politico (il berlusconismo «che ha avvelenato i pozzi della cultura nazionale») all’ottimismo sindacale (più che altro «perché siamo ancora vivi, non possiamo cedere alla disperazione»), e la difficile traduzione degli antichi valori in un lavoro-servizio sempre più arduo. Per «la televisione che educa al posto nostro», per «il governo che taglia tutto». Ma non solo. Ad assemblea ormai finita una professoressa arriva e si scusa. Ha il naso rotto, fratturato mentre cercava di separare due studenti in rissa: fa male, troppo male anche per un congresso.