“FunebrisPompa” «Non riusciremo a vedere Wojtyla» (3)

07/04/2005
    giovedì 7 Aprile 2005

      reportage

        TRA I PELLEGRINI MOBILITATI PERCHE’ VOLEVANO DARE L’ULTIMO SALUTO AL «LORO» KAROL
        «Non riusciremo mai a vedere Wojtyla»
        Cracovia-Settebagni: 26 ore in pullman, diario di un’odissea

          Giuseppe Zaccaria
          inviato a CRACOVIA

            ANJA Czosnyk è arrivata a Roma dopo 26 ore di viaggio con Pavel, Ana, Rafel, Bartek e Piotr, però il Papa non lo vedrà mai. Al telefonino sta dicendo che la Città Eterna non le sembra la stessa, anzi non le sembra neppure città visto che il pullman della «Bermuda Travel» ha dovuto fermarsi in un parcheggio a Settebagni, nella periferia Nord e tutti i pellegrini imbarcati nell’avventura non sanno se potranno mettersi in fila dinanzi al Vaticano. Nel lungo viaggio, dice, questa è la quarta barriera, forse la più dura: dopo quella degli odori, quella dell’euro, quella dell’apparenza, il muro della delusione finale prepara la strada al baratro della stanchezza e al lungo buio del ritorno. «Stiamo discutendo se tentare di raggiungere a piedi la basilica di San Pietro o spostarci verso Bracciano dove sembra ci sia un camping con qualche bungalow libero».

            L’altro ieri quando, intorno all’una, stavano partendo dal centro di Cracovia la ragazza e i suoi amici apparivano straordinariamente motivati, percorsi da una frenesia in cui la carica religiosa si sposava a voglia di rivincita ed esigenza di movimento. Nel gruppo c’era anche un giovanotto di nome Slawek che inalberava una verde cresta punk – «il papa è sempre stato tollerante» – e la ricevuta del prestito contratto in banca per pagare i 678 szloti del viaggio, che fanno all’incirca 230 euro.

              L’accordo si era concluso senza problemi: in cambio di un paio di schede telefoniche Anja ed i suoi amici avrebbero acconsentito a ricevere una serie di chiamate aggiornando così gli andamenti della Seconda Grande Migrazione Polacca, che secondo la tv di Stato in queste ore vedrebbe due milioni di persone dirigersi verso la capitale della cristianità. Se si pensa che la prima, quella del 1830, registrò sì l’addio dell’élite nazionale ma contò meno di diecimila partenze è facile rendersi conto di cosa queste ore stiano rappresentando per i connazionali di Karol Wojtyla.

                Anja è laureanda un matematica, conosce bene l’Italia perché una volta l’anno lavora come cameriera in un ristorante del Casertano e per lei i lunghi viaggi in pullmann rappresentano un’abitudine. Alle 16, con la prima chiamata, dice: «Stiamo viaggiando spediti perché saltiamo tutte le fermate intermedie, questo non è un autobus di lavoratori e cameriere, siamo partiti già strapieni. Ci sono molte coppie anziane, anche se prima della partenza ci è stato detto che i pernottamenti non sono garantiti e dunque si potrebbero trascorrere tre notti sui sedili, soltanto la «business class» è quella di sempre. Noi viaggiatori abituali chiamiamo così la prima fila di sedili, in quella a sinistra siede sempre la fidanzata dell’autista, riconoscibile perché in genere veste meglio delle altre passeggere, in quella di destra la fidanzata dell’autista di riserva che ogni quattro ore si alterna alla guida. Siamo tutti allegri e cantiamo cori religiosi».

                  Alle 19 il tono di voce è un po’ meno vivace: «Siamo alla dogana ceka nel villaggio di Cieskyn, diviso in due da un laghetto su cui passa la frontiera. Normalmente qui ci si ferma per mangiare, c’è una trattoria che lavora solo con la gente dei pullman ed è anche l’ultima a buon mercato. Ma, visto che andiamo di fretta, la sosta è stata brevissima, solo un quarto d’ora per i controlli e le pipì di chi ne ha bisogno. Davanti a noi ci saranno una ventina di autobus di tutte le compagnie, «Jordan», «Eurolines», «Pks», «Confort Lines».

                  Mi hanno chiamato amici che sono riusciti a comperare i biglietti per i sei treni speciali da Cracovia, le biglietterie della stazione hanno chiuso alle dieci del mattino perché i seimila posti erano tutti venduti. Sono esauriti anche i voli charter nonostante costino almeno 1.800 zloti. La toilette chimica dell’autobus comincia a puzzare».

                    Alle 21 Anja informa che sugli schermi del pullmann hanno trasmesso il primo film, «Vinci», la storia di una banda che riesce a trafugare dal museo di Cracovia «La dama con l’ermellino» facendo una copia del quadro. «La protagonista si chiama Kamila Beer – dice – e mi piace molto anche perché ci assomigliamo». Le coppie anziane continuano a cantare «Con la tua anima santa vive la Polonia» e «Dacci la forza, Giovanni Paolo» ma sono proprio le forze che cominciano a venire meno. «L’autista ha insistito per mettere una cassetta di musica leggera, se no dice che si addormenta, la toilette chimica ormai è inavvicinabile, hanno distribuito pacchetti di ckackers e bicchieri di thè, fuori il paesaggio è brullo e le case molto povere».

                      La prima barriera si staglia di fronte ai viaggiatori polacchi poco dopo la mezzanotte: «Abbiamo passato la frontiera austriaca, i doganieri sembrano esausti, devono aver visto passare già centinaia di pullmann. L’ingresso in Europa coincide con la prima lunga sosta, mezz’ora per fare benzina, gli autisti vanno anche a mangiare al ristorante della stazione di servizio. Qualche coppia di vecchietti è scesa con l’idea di ristorarsi ed è tornata estereffatta: «Come, venti zloti per un panino e una Coca Cola quando con la stessa somma da noi si fa pasto semicompleto in un mleczcy, una latteria?».

                        La prima barriera dunque è quella dell’euro, quando ti ci scontri se non sei abituato rischi lo shock. Subito dopo ti infrangi contro la muraglia dell’odore. «Fuori c’erano aria pulita e i profumi del ristorante, appena risali in pullman il tanfo ti riprende alla gola e per contrasto sembra ancora più acre. Per giunta la gente che conosce i prezzi europei ha appena aperto le bulke, i grandi panini spalmati di formaggio all’aglio oppure all’erba cipollina e semina l’autobus di bucce d’arance. Siamo in pieno scontro olfattivo tra il mondo slavo e quello occidentale, fra un paio d’ore entreremo in Italia da Tarvisio».

                          Alle otto del mattino la voce di Anja ha un tono distrutto: «Ci siano fermati poco prima di Orte, area di servizio Chianti Ovest, gli autisti hanno un accordo col negozio di qui che vende ricordini di Roma e del Papa, per ogni pieno regalano un dvd, sempre lo stesso, io ho già quattro copie di «Canone inverso».

                            E la terza barriera?

                              «È quella che ci separa dagli italiani che scendono al medesimo autogrill. Magari non è gente molto bella però in confronto a noi veste benissimo, le donne ci guardano con aria di compatimento, chi non ha mai fatto quest’esperienza si chiede se questa è l’Europa e se davvero potrà mai far parte di un mondo simile».

                                L’ultima barriera è quella dello scoramento. Roma non aspetta i polacchi a braccia aperte ma offre un’apocalisse di ingorghi, all’enfasi religiosa dei pellegrini oppone il caos, il Papa non può più accogliere la sua gente con una benedizione, non c’è letto in cui dormire, non c’è acqua per lavarsi. La capitale del mondo cristiano all’occhio di chi l’ha appena raggiunta non mostra ospitalità nè senso di dolore condiviso ma solo modi sbrigativi e facce stravolte. Si fa strada il senso pesante dell’inutilità del lungo viaggio, l’idea del fallimento, di un sogno che s’infrange. Cosa succederà adesso, Anja? «Voglio tornare a casa».