«Fumo, noi baristi non siamo sceriffi»

10/01/2005

    domenica 9 gennaio 2005

    Il divieto dalla mezzanotte di oggi: sanzioni fino a 2200 euro. Nei ristoranti si corre ai ripari: caloriferi esterni per non perdere clienti fumatori
    «Fumo, noi baristi non siamo sceriffi»
    I gestori: non spetta a noi chiedere i documenti a chi trasgredisce, se ci multano faremo ricorso

    Maristella Iervasi

    ROMA L’ora X per la fine del libero fumo sta per scoccare: alla mezzanotte e un minuto di domani gli schiavi delle mitiche «bionde», gli amanti del sigaro e della pipa saranno considerati appestati. Cosi ha deciso il ministro «no smoking» Girolamo Sirchia. Ma c’è puzza di bruciato, pardon di «cicca». «Non denunceremo nessuno»: i gestori di bar, ristoranti e pub privi di sale per i fumatori, non segnaleranno al 113 o ai vigili urbani i clienti che entreranno nei loro locali con la sigaretta accesa o che si rifiutano di spegnerla. «Non siamo questurini», spiegano gli associati alla Fiepet-Confesercenti e Fipe-Confcommercio. «È un compito che non spetta a noi – sottolineano -. Non è previsto dalla legge che istituisce il divieto di fumo, dal codice penale e dalla stessa etica comportamentale». Così, ai propri imprenditori associati dicono: «Il testo di legge è concepito male. Segnalateci ogni abuso, ricorreremo contro la sanzione amministrativa».

    È la vigilia dell’addio al fumo ma i dubbi e le incertezze sul divieto si moltiplicano. Le regole per essere «in regola», pena multe pesanti fino a 2.200 euro, non son del tutto chiare. E non solo a chi vuol fare il furbo. «Il primo inadempiente è il ministro Sirchia», dice Tullio Galli, segretario nazionale della Federazione dei pubblici esercenti della Confesercenti. Che aggiunge: il fumo sta per essere spento per legge ma «sono ancora oscuri i contenuti del provvedimento, a cominciare dall’attività di controllo e vigilanza che spetterebbe ai gestori degli esercizi commerciali. Ma in base a quale regole dovremmo fare gli sceriffi?». E non finisce qui: la Confedilizia pone il quesito dei condomini e gli amministratori si scervellano sulla norma che prevede il divieto di fumo anche nei locali privati «aperti ad utenti o al pubblico» e sul significato da attribuire al termine «utenti». Per la Confedilizia il divieto di fumo non si dovrebbe applicare negli spazi comuni dei condominii ma a timor di dubbio sollecita un’interpretazione autentica al ministero della Salute.


    Insomma, i ristoratori si rifiutano di indossare i panni delle «guardie» del fumo: «L’articolo 333 del Codice penale – precisa Nicola Gaudenzino, presidente della Fipe-Confcommercio di Roma – vieta a chi non è pubblico ufficiale di chiedere i documenti». Del resto – conclude Gaudenzi – «la mia parola varrebbe quanto quella del trasgressore, che avrebbe facoltà di querelarmi». Più dura la Fipe di Napoli: «In nessun settore è mai accaduto che si paghi da 250 a 2.200 euro a causa di reati commessi da un terzo. Non ci stiamo – sottolinea Antonio Pace -. Il principio della legge è giusto ma non si confà a un esercente che ha degli ospiti nel suo locale. E poi – conclude -, come la mettiamo nei quartieri più turbolenti del Napoletano? Come dovremmo comportarci con un cliente difficile?». A fronte di questo caos c’è chi chiede una moratoria di tre mesi: l’Adoc, sia per senzibilizzare i cittadini che per dar modo ai clienti di «digerire» con calma la legge Sirchia. Ma il ministro tace. Nel giorno della Befana in una intervista radiofonica aveva detto: «È tutto pronto, la stragrande maggioranza degli italiani è con me. In strada mi fermano e mi fanno i complimenti… Proroghe? ce ne sono state già abbastanza».


    In tutt’Italia, intanto, c’è un gran parlare di fumo. E c’è chi si ingegna sul come fare per non perdere clienti. Come i baristi del bresciano, per esempio: hanno fatto incetta di lampade elettriche che producono calore. Una stufa di questo tipo è stata già accesa nel bar accanto al tribunale di Brescia, «per dare una chance ai clienti viziosi del fumo» spiega il barista, così «potranno sedersi all’aperto, bere e fumare quanto vogliono ma senza gelarsi». A Milano, invece, al ristorante di via Manzoni «Don Lisander» il divieto di fumo è tassativo già dal 15 ottobre scorso, ma le signore vengono «protette» con gli scialli quando tra una pietanza e l’altra si alzano per fumare.
    Addio alle bionde, nella notte tra domani e lunedì. E gli spazi per gli irriducibili del fumo sono ridotti al lumicino. Solo il 2% dei 250 mila pubblici esercizi ha “montato” una sala fumatori ad hoc, come chiede la legge (l’8% al Nord, il 6% al centro, il 4% al Sud e il 3% nelle isole). A Bologna come altrove si organizzano party per l’«ultima fumata». Gli unici a brindare al no-smoking: Sirchia e il Codacons, che girerà con gli estintori nei locali della Capitale.