Frenata flessibile

06/05/2004


6 maggio 2004 N.18

ECONOMIA LAVORO / LE NUOVE REGOLE
 
Frenata flessibile
 
Sindacati ancora perplessi. A Milano l’applica solo un quarto delle aziende. La legge Biagi parte al rallentatore
 
di Luca Piana
 
    Da McDonald’s fremono. Già oggi, su 16 mila dipendenti italiani, quattro su cinque lavorano con un contratto part-time e la multinazionale del panino spera che l’arrembante rivoluzione del lavoro le renda la vita ancora più facile. Alla Electrolux, invece, si fanno poche illusioni. Negli stabilimenti di Treviso e Pordenone dove si producono gli elettrodomestici del gruppo svedese, già nel 2001 avevano pensato a una delle innovazioni più sbandierate della riforma disposta dal governo nel settembre 2003. Si tratta del cosiddetto lavoro a chiamata, o intermittente: il dipendente si deve presentare solo se richiamato, altrimenti resta a disposizione, incassando un gettone di reperibilità. Allora furono i metalmeccanici Cgil a organizzare la resistenza e l’idea finì nel cassetto. Oggi nella piattaforma per il rinnovo del contratto tutti i sindacati hanno respinto le novità volute dal governo Berlusconi in nome della flessibilità.

    A quasi otto mesi dal varo, la riforma del mercato del lavoro intitolata a Marco Biagi, il professore bolognese assassinato dalle Brigate Rosse, deve ancora produrre i suoi effetti. Tutti i debutti sono difficili e anche in questo caso bisognerà attendere. Tuttavia l’attenzione è elevatissima. Da un lato ci sono gli imprenditori, che godono ora di una serie di contratti flessibili con cui assumere lavoratori senza troppi impegni e risparmiare sui costi fissi (vedi box a pagina 145). Dall’altro ci sono i sindacati, che in questo momento presentano una situazione ingarbugliata. Dopo la spaccatura sulla riforma, con Cisl e Uil favorevoli e la Cgil contraria, oggi le tre confederazioni vanno di frequente d’accordo. Nei contratti nazionali numerose novità vengono respinte da tutti o almeno circoscritte. Il che accade spesso senza troppi mugugni da parte delle aziende.

    Il punto chiave è capire se alle imprese tutta questa flessibilità interessa. L’Assolombarda, l’associazione degli industriali milanesi, ha fatto una prima indagine. Ha chiesto a 354 aziende se intendono utilizzare già quest’anno gli strumenti della Biagi. Il 23,5 per cento degli interpellati ha risposto di sì. Di queste il 60 per cento si è detto interessato ai contratti d’inserimento, che in parte ripropongono i vecchi contratti di formazione. Citazioni minori per il lavoro a chiamata (il 22 per cento degli interessati), quello in affitto (17), i tirocini estivi (11) e il lavoro in coppia (6).

    Michele Perini, presidente di Assolombarda, si dice soddisfatto: "La riforma va divulgata. Cambierà radicalmente il modo di pensare di tutti", dice. "Chi usciva dalla scuola ieri poteva guadagnare subito in nero e chi l’ha fatto è cresciuto con questo tarlo dentro", continua Perini: "Ora non ci sono scuse: imprenditori, avvocati, commercialisti, architetti devono sapere che ormai è indegno pagare in nero".

    La speranza di Perini non è condivisa da tutti. Molti osservano che tra il nero e la flessibilità, il primo resta più conveniente, almeno fino a quando il governo non gli farà guerra. Fra gli onesti i sostenitori più caldi della riforma si trovano ovviamente fra le aziende che già oggi spingono sulla flessibilità. Il caso di McDonald’s è esemplare: la flessibilità fa parte della natura dei suoi ristoranti. È vero che sono aperti dalla mattina presto alla sera tardi, ma metà clientela si concentra all’ora dei pasti e nel fine settimana. Per questo il part-time, l’elevato numero di studenti-lavoratori e la provvisorietà dei rapporti, soprattutto al Nord, dove i camerieri si fermano in media un anno. Così McDonald’s intende utilizzare i nuovi contratti d’inserimento e di apprendistato appena possibile.

    Allo stesso tempo, però, diverse aziende avevano già parecchia flessibilità. L’Autogrill a partire da giugno assumerà 700 persone con contratto a termine e orario part-time, una politica ormai consueta per l’azienda, che cerca di avere il massimo del personale quando serve, il minimo altrimenti. Lo farà per il momento con le vecchie regole. Ovviamente, se le nuove prenderanno piede, al pari di McDonald’s potrà beneficiarne. La riforma, infatti, concede al datore di lavoro più flessibilità negli straordinari e la possibilità di modificare d’autorità l’orario. Un punto molto contestato: "Il rischio è che le aziende possano, in futuro, assumere con un orario base ridotto e aumentarlo a piacere", dice Claudio Treves della Cgil.

    Le ambizioni delle aziende tuttavia, per come è stata formulata la Biagi, devono in buona parte passare per le forche caudine degli accordi sindacali. E qui il gioco si fa duro, soprattutto se questi si ricompattano. È avvenuto con il contratto nuovo di zecca firmato sabato 24 aprile per il tessile-abbigliamento, un settore che dà lavoro a 650 mila persone e raccoglie aziende di primo piano come Benetton, Miroglio, Marzotto, Giorgio Armani. Nell’accordo, passato liscio senza uno sciopero, non c’è traccia delle novità più discusse, dal lavoro a chiamata a quello in affitto a tempo indeterminato.

    La questione resta aperta per altre trattative a livello nazionale, ad esempio per i 15 mila lavoratori del settore autostradale. Nel solo gruppo Autostrade lavorano 6.320 persone, 485 delle quali part-time: "Nella piattaforma dei sindacati per il rinnovo del contratto c’è una dichiarata negazione di ogni novità della Biagi", racconta Gianpiero Giacardi, responsabile risorse umane: "A noi però interessa poter regolamentare, ad esempio, il lavoro a chiamata, che ci permetterebbe di reperire casellanti in occasioni di manifestazioni speciali come il Motorshow di Bologna o le Fiere". Giochi aperti anche per un altro rinnovo di contratto, quello della gomma e della materie plastiche: "Ci interessa che i nuovi istituti della Biagi trovino una definizione, a cominciare dal contratto d’inserimento", dice Sergio Vergani, responsabile delle relazioni industriali della Pirelli. Un gruppo che, nell’industria impiega 8 mila dipendenti, il 10 per cento con contratti flessibili. "Con la riforma", continua Vergani, "non mi aspetto uno sconvolgimento di questi numeri: la Biagi ha solo inquadrato in modo migliore strumenti già disponibili".

    Se le mire delle aziende si chiariranno nei prossimi mesi, restano intatti i rischi per i lavoratori. I sindacati denunciano i primi effetti: lavoratori costretti ad aprire una partita Iva, altri a entrare in fittizie associazioni di partecipazione con il titolare. La situazione più delicata è quella dei co.co.co., i collaboratori coordinati continuativi, una formula usata in passato per mascherare da autonomi dipendenti a tutti gli effetti, diritti esclusi. La ‘palude’ dei co.co.co. la riforma Biagi si proponeva di prosciugarla, trasformando in contratti a progetto (cadenza temporale fissa e non indeterminata, utilizzo specifico su un obiettivo e non generico) le collaborazioni vere e facendo assumere tutti gli altri. Il ministro del Welfare, Roberto Maroni, sul punto si è però prodotto in una mezza piroetta: "Probabilmente gli imprenditori avevano sottovalutato il rischio di dover assumere gran parte dei vecchi co.co.co.", dice Armando Tursi, docente di diritto del lavoro a Milano. "La circolare di attuazione firmata da Maroni a gennaio fornisce però una scappatoia: dà la possibilità all’azienda, se portata in tribunale, di dimostrare che il rapporto di lavoro in questione ha caratteristiche di genuina autonomia", continua Tursi.

    L’incertezza su questo punto è molto diffusa, ma le situazioni cambiano da luogo a luogo. A Reggio Emilia, Giusi Speziale dell’Associazione piccola industria (Api), sostiene che già un terzo dei collaboratori della zona ha avuto un contratto a progetto e che, nonostante nel turbine della riforma vengano penalizzate le vere collaborazioni, la maggior parte degli altri seguirà entro il mese di ottobre, quando scadranno i termini. A Napoli, invece, l’Unione industriale osserva che le imprese hanno iniziato solo ora a preoccuparsi. Raffaele Bonanni, segretario confederale della Cisl, resta ottimista: "Credo che due terzi delle vecchie collaborazioni verrà trasformata in un contratti da dipendenti", sostiene. Uno dei campi di prova più importanti sarà quello dei call center. Con le vecchie regole, due centri che lavorano per Telecom Italia, a Catanzaro e Caltanissetta, hanno ottenuto il passaggio dei mille addetti da collaboratori a dipendenti part-time. Per tutti gli altri la partita resta aperta. "Nei call center lavorano 40 mila persone: dovranno essere assunte", dice Bonanni.

    Una strada per farlo potrebbe però essere quella dell’affitto della manodopera a tempo indeterminato, con il passaggio delle attività alle vecchie società di lavoro temporaneo, che risulterebbero il vero datore di lavoro dei nuovi dipendenti. Uno strumento, questo, che ai critici della riforma pare quasi una sconfitta. Il sociologo Luciano Gallino rileva che questi lavoratori, tra una destinazione e l’altra, avranno indennità risicata: da 180 a 220 euro al mese. Secondo Gallino, con la flessibilità esasperata della Biagi, rischiano sia i lavoratori che le aziende. I primi, perché "guadagneranno meno senza avere un sistema di ammortizzatori sociali in grado di parare i contraccolpi". Le seconde, perché "spingere sul costo del lavoro e non su innovazione e formazione non porta da nessuna parte. Invece di competere con Germania e Gran Bretagna, lo facciamo con Indonesia e Cina. Che su questo terreno non batteremo mai".
    ha collaborato Olga Piscitelli

    Scheda
    Due storie con le nuove regole
    di Olga Piscitelli
     
    Imprenditore e co.co.co.
    Avrà la scocciatura di trasformarsi il contratto da semplice collaboratore a collaboratore a progetto. Però non si lamenta. Ha scelto la formula messa a regime dalla legge Biagi "perché mi consente una rendita mensile oltre che agevolazioni fiscali per la mia azienda". Mauro Ungari, 34 anni, perito in telecomunicazioni, è socio di e-Horizon, una società che ha contribuito a far nascere. Lavora a Varese e si occupa di ristorazione. Di quella a domicilio soprattutto. "Sono co.co.co. dal ’97, da quando ho fondato la mia prima aziendina. Era una srl che si chiamava Pappapronta. Avevo importato dagli Stati Uniti la formula del launch-box, del cestino da pranzo per gli impiegati. L’avevo declinato all’italiana con un primo, un secondo e la frutta e sistemato in un contenitore. Lo distribuivo nei supermercati o agli uffici che ne facevano richiesta. Un successo. Pappapronta fu acquisita e la formula funziona ancora". Da allora insiste con il co.co.co. "Ho un compenso mensile senza dover aspettare gli utili da dividere con i soci, a fine bilancio. Detraggo quello che ho già intascato e anche se non ho tredicesima o liquidazione, va bene così. È una scelta fatta col cuore dell’imprenditore. La collaborazione, anche dopo la riforma Biagi, resta un contratto a favore del datore di lavoro".

    Come un dipendente, ma senza diritti
    "Non so che ne sarà di me. A maggio scade la collaborazione e probabilmente sarà trasformata in contratto a progetto. Però finora nessuno mi ha comunicato nulla". Sospesa nel mondo nuovo della Biagi, la posizione di Ludovica Attalla, addetta alle pubbliche relazioni in uno studio, è da limbo contrattuale. "Né carne, né pesce", sintetizza per dire che non è una dipendente ma lavora come se lo fosse. Aveva scelto la collaborazione perché voleva gestire il proprio tempo. "Non è stato così. Lavoro dalle 9 alle 18, sulla carta non ho l’obbligo di rispettare gli orari ma se arrivo alle 11 devo renderne conto. La Biagi è scritta per far emergere i collaboratori. Ma soluzioni non ce ne sono", dice. Prima lavorava in università. "Seguivo gruppi di studenti. Finito il compito finiva il lavoro". Ora è diverso. "Lavoro come una dipendente, con tutti gli svantaggi del tempo indeterminato. Ma sono una collaboratrice e quindi non ho diritto a tredicesima, permessi e straordinari. Il contratto a progetto non cambia la situazione, modifica il nome. Il lavoro che faccio mi piace, è gratificante, non vorrei perderlo. Mi manca però l’idea di poterlo gestire in libertà, senza la costrizione dell’ufficio. Vista la crisi, non ha però senso fare la voce grossa. Se perdo il posto, chi mi tutela?"

 

    Quattro mani per uno stipendio

  

    Le principali novità della riforma Biagi riguardano sia nuovi tipi di contratto che l’arrivo di servizi al lavoro, come la Borsa telematica del lavoro, partita finora in Lombardia (www.borsalavorolombardia.net) – con un certo successo – e attesa a a livello nazionale nel 2005.

    Con il lavoro intermittente un lavoratore si dice disponibile a lavorare quando l’impresa lo chiede. A casa dovrebbe percepire un’indennità. Tocca alle parti sociali indicare le ragioni che lo consentono. È operativo solo per alcune categorie deboli (disoccupati con meno di 25 e più di 45 anni).

    Lavoro a coppia. Un lavoro e uno stipendio divisi in due. La Lotto di Montebelluna lo applica a due lavoratrici fin dal 1999, grazie a una normativa speciale affinata dall’Unindustria Treviso. "Le nostre esigenze si sono incontrate con quelle delle dipendenti", dice Carla Onofri, responsabile risorse umane, "ma finora ci hanno seguito in pochi".

    Il nuovo apprendistato ha zero contributi e molta formazione, (definita dalle Regioni), ma è ancora in alto mare. Il contratto di formazione è stato sostituito anche da quello di inserimento, meno favorevole di un tempo.

    Somministrazione. Individuale, a tempo determinato, è il vecchio interinale. A tempo indeterminato, senza tetto al numero di persone in affitto, è detto staff leasing. Una ditta potrebbe non avere dipendenti ma l’intero personale preso a prestito da terzi.