Frena la produzione, sindacati in allarme sui redditi

17/04/2001

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Industria, frena la produzione
sindacati in allarme sui redditi

La Cisl: il potere d’acquisto è cresciuto solo dello 0,5%
L’Istat: a febbraio l’indice in calo dell’1,5% , meno beni di consumo

RICCARDO DE GENNARO


Roma Produzione industriale in leggero calo a febbraio (ma in aumento nel primo bimestre), flessione più sensibile nel settore dei beni di consumo, derivante presumibilmente dalla contrazione del potere d’acquisto dei salari, cresciuti in media nel 2000 soltanto dello 0,5 per cento in termini reali. È lo scenario economico che emerge dai dati sulla produzione industriale diffusi ieri dall’Istat e da una ricerca curata dall’Ufficio studi della Cisl sull’andamento delle retribuzioni lorde. Nel mese di febbraio l’indice destagionalizzato della produzione industriale ha registrato una diminuzione dell’1,5 per cento sullo stesso mese del 2000 che contava un giorno lavorativo in più (la produzione giornaliera segnala infatti un aumento tendenziale del 3 per cento) e dello 0,3 per cento nei confronti del mese precedente. Nel primo bimestre, comunque, la produzione industriale è cresciuta del 3,6 per cento sullo stesso periodo del 2000. La flessione dell’indice è particolarmente consistente per quanto riguarda la produzione di beni di consumo (1,6 per cento in febbraio), mentre tiene il settore dei beni di investimento (+1,3 per cento).
Il primo dato preoccupa particolarmente i sindacati: nella flessione della produzione dei beni di consumo vedono l’inadeguatezza della politica di contenimento dei redditi, che non ha consentito neppure il recupero della perdita del potere d’acquisto derivante dalla forbice tra inflazione reale e inflazione programmata. «Il calo della produzione di beni di consumo è il segno dell’esigenza di una più equa distribuzione del reddito», dice Giuseppe Casadio (Cgil). «Le famiglie hanno meno soldi a disposizione», ammette Giovanni Guerisoli (Cisl), mentre Adriano Musi (Uil), sostiene l’inutilità di una politica salariale restrittiva. Che sembra tuttavia non aver colpito i dipendenti della pubblica amministrazione: nella Relazione generale sulla situazione economica del Paese si legge infatti che nel 2000 le retribuzioni degli impiegati pubblici sono aumentate del 4,3 per cento, contro una media nazionale dell’1,9 per cento, grazie anche «al concentrarsi nell’anno dei rinnovi contrattuali rimasti sospesi».
Analisi e «terapia» indicate dalla Confindustria sono completamente diverse da quelle dei sindacati: «I dati Istat sulla produzione industriale confermano il rallentamento in atto dell’attività produttiva», che «riflette il deterioramento del quadro internazionale, al quale l’Europa non può essere immune». La Confindustria ribadisce che è indispensabile mantenere e rafforzare le condizioni che hanno permesso «la buona crescita dell’occupazione nel 2000, come l’introduzione di elementi di flessibilità sul mercato del lavoro e politiche salariali coerenti».
L’occasione per avere ulteriore flessibilità si presenterà alla Confindustria il 20 aprile, quando le parti sociali si rivedranno per discutere di contratti a termine. L’incontro potrebbe essere di breve durata. La Cgil, infatti, vi parteciperà, ma se non saranno rispettate le condizioni che ha posto per il riavvio del confronto (in primo luogo prevedere nei contratti le condizioni per il ricorso al tempo determinato) abbandonerà nuovamente il «tavolo». A quel punto, «intese segrete» a parte, Cisl, Uil e imprese dovranno decidere se firmare un accordo separato. Le parole di Savino Pezzotta, segretario generale Cisl, sono indicative: «La Cgil fa prima a dire che non verrà. Per la Cisl non si cambia niente».