Fra Sergio e Stefano affari (quasi) da amici

12/12/2005
    giovedì 8 dicembre 2005

      Pagina7 -Primo Piano

      LA STRANA COPPIA SI SCAMBIAVANO CONTINUAMENTE I SENSI DELLA PROPRIA STIMA, MA AL MOMENTO BUONO TIRAVANO SUL PREZZO

        Fra Sergio e Stefano affari (quasi) da amici

        analisi
        Federico Monga

          Sergio e Stefano. L’ex pasticcere di regime e l’ex odontotecnico di Zagarolo. «Billé è un fratello, come Fiorani e Gnutti», dice uno. «Ricucci è un amico perché dovrei rinnegarlo? E poi le cronache dei prossimi anni potrebbero riposizionare in maniera diversa i giudizi su di lui». Risponde l’altro. Dal boudoir politico finanziario la coppia del mattone e del cannolo è spuntata solo la scorsa primavera, anche se i due si dicono affiatati di vecchia data. Palcoscenico era la Villa d’Este di Cernobbio. L’occasione non era il Forum Ambrosetti, che agli occhi di Ricucci e C, è un’accolita di vecchi parrucconi, ma il lancio in grande stile della Confimmobiliare, l’associazione dei commercianti transfughi da Assoimmobiliare-Confindustria.

          In riva al lago di Como ci sono tutti: Ricucci, Gnutti, Fiorani, Coppola, Caltagirone, la Deutsche Bank, Bonifaci. Billé che non si tira mai indietro di fronte ad un microfono, fa il padrone di casa, ma non esterna: «Oggi è il suo giorno, del presidente di Confimmobiliare», dice indicando Ricucci, mentre dietro confabulano a larghi sorrisi Cecilia Billé e Anna Falchi. Per la gioia dei tg e dei giornali ci vorrebbe anche il governatore della Banca d’Italia. Fazio non c’è, però, a chi sa di pia finanza, non sfugge il nome di Luciano Zocchi, primo segretario generale della neonata Confederazione, ma soprattutto coordinatore della Fondazione «Sorella natura» che ha in Fazio un socio benemerito e in Fiorani un grande finanziatore.

          Il rapporto tra il «preside» e il progenitore dei «furbetti der quartierino» è intimo, certo. E pure paziente, come si conviene tra due «amici fraterni». Non c’è dubbio. Altrimenti Stefano, il 9 luglio scorso, non avrebbe fatto slittare la festa di nozze di un’ora e mezza solo perché la signora Billé doveva andare, affannata sui suoi tacchi 12, a cambiarsi l’abito che sarà stato pure di Gattinoni ma tragicomicamente era indossato anche da un’altra delle 12 invitate. Il caldo di luglio scioglieva il trucco di Anna Falchi, gli ospiti imbarazzati guardavano dal promontorio di villa Cacciarella l’isola del Giglio, il fotografo consigliatissimo da Valeria Marini strepitava perché ormai la luce stava scemando. Ma per la moglie del testimone di nozze si poteva anche correre il rischio di far un po’ appassire le orchidee e invizzire l’antipasto di sushi.

          Un rapporto che, sul finire dell’autunno, dopo le indagini della magistratura comincia a sapere un po’ di culo e camicia, pappa e ciccia, alla «A’-fra-che-te-serve?», per dirla con la poesia del Gioacchino Belli, titolare della piazza dove la Confcommercio ha il suo fortino istituzionale.

          E sì, perché Stefano nell’affare della nuova sede di via Lima non ha fatto a Sergio quello che si dice un prezzo d’amico: 60 milioni di euro, 39 pagati sull’unghia, come caparra. Nulla da dire, anche perché pare ci sia stata una perizia. Peccato che solo 52 giorni prima il sodale Ricucci avesse sborsato per lo stesso cumulo di mattoni ben disposti 12 milioni e mezzo.

          Più che la bolla una mongolfiera. Dell’operazione ora Billè ne dovrà rendere conto prima che ai giudici agli oltre 800 mila commercianti suoi affiliati. Dovrà spiegare perché per saldare «il buon affare» non siano stati utilizzati soldi del bilancio Confcommercio ma abbia preferito andare a ramastare nel «fondo a disposizione del presidente».

          Ancora da chiarire se il piccolo tesoretto serva «per spese improvvise» come sostengono alcuni in Confcommercio, o se in vece, come replica Billé «serva, così dice il regolamento, soprattutto a prendere iniziative finalizzate a consolidare il patrimonio immobiliare della Confederazione per affrontare i complessi problemi di un sistema economico traballante». Nell’attesa i commercianti hanno stabilito che per metter mano a quel salvadanaio d’ora in avanti si potrà procedere solo dopo decisione collegiale. E non importa se sempre dalla stessa fonte sono usciti un cinque-sei milioni di euro buttati subito nella folle e, pare remunerativa, corsa dei titoli Rcs e Antonveneta.

          Nei giorni del precontratto di via Lima Ricucci era alla disperata ricerca di puntelli prima finanziari e poi anche politici. L’immobiliarista delle scalate era impegnato a rastrellare azioni per tutta piazza Affari. Un po’ di Antonveneta di qui, un po’ di Bnl di là e tanta Rizzoli Corriere della Sera. Ricucci bussava a molte porte. Gli «sghei» dei «fratelli» Fiorani e Gnutti non bastavano. Deutsche Bank, da Londra, faceva capire che qualcosa non quadrava. E allora Stefano tempestava di telefonate Flavio Briatore per trovare sponde con Aznar via Alejandro Agag e magari con Berlusconi. E poi, sempre per arrivare al premier, tampinava lo zio Rommi, Romano Comincioli, senatore di Forza Italia, compagno di scuola del Cavaliere e traid-union tra Arcore e la Sardegna con il faccendiere Flavio Carboni. Il consigliere Ubaldo Livolsi provava a sentire anche Tarek ben Ammar. Quei 39 milioni di Billé, pronto cassa, facevano comodo, cadevano a fagiuolo, sospettano ora i magistrati romani, per comprare un’altra fetta di Rcs.

            Se come si è detto, l’estate dei furbetti, potrebbe essere una sceneggiatura del prossimo film dei fratelli Vanzina, in questa storia Billé in definitiva assomiglia un po’ al personaggio che arriva per ultimo, tutto trafelato, con la camicia fuori dai pantaloni che cadono ogni quattro passi.
            E sì perché, oltre alla faccenda del palazzo rivenduto con una cresta di quasi cento miliardi di vecchio conio in soli 50 giorni, c’è anche da capire come mai Billé abbia acquistato qualche lotto di azioni Rcs, attraverso il suo conto privato al Monte dei Paschi di Siena, solo quando il titolo era ormai vicino ai massimi e i giochi erano fatti. Da un vero amico, forse ci si poteva, attendere una dritta, una soffiata con qualche mese d’anticipo.