«Foto ricordo» per la manifestazione più grande

26/06/2002

26 giugno 2002



«Foto ricordo» per la manifestazione più grande
Da domani in edicola – con il manifesto, l’Unità e Liberazione – il film sul 23 marzo al Circo Massimo, girato da 49 registi


GABRIELE POLO


Un’umanità che si prepara, si muove formando tanti fiumi che, ingrossandosi, convogliano in un mare rosso: più che un film è una grande foto ricordo quella che sarà in edicola da domani (in vendita con
il manifesto, l’Unità e Liberazione), un’instantanea lunga cinquanta minuti, in forma di videocassetta. E’ «La primavera del 2002, l’Italia protesta, l’Italia si ferma», opera collettiva di quarantanove registi – coordinati da Francesco Maselli – per raccontare il 23 marzo, la manifestazione indetta dalla Cgil contro le modifiche all’articolo 18, con un’appendice sullo sciopero generale del 16 aprile. L’evento è di quelli epici: mai s’era vista prima una manifestazione simile, per numero e contenuti. Saranno stati due o tre milioni – chi poteva contarli esattamente? – certo è che si è trattato del più grande evento collettivo della storia repubblicana; ma non è stata una manifestazione «solo» sindacale, perché in quella giornata si sono ritrovate tutte le anime della sinistra che è ormai plurale per definizione. Occasione d’incontro l’articolo 18, simbolo e contenuto al tempo stesso di diritti messi sotto attacco e di diritti da allargare; luogo d’incontro dei lavori scomposti ma tutti unificati dalla precarietà di una condizione messa costantemente in gioco. In questo senso simbolo di una concezione di civiltà opposta a quella della destra al governo e del liberismo al potere. Uno scontro profondamente politico, nell’accezione alta del termine, laddove si confrontano interessi e concezioni del mondo divergenti e in conflitto tra loro. Con il lavoro che torna ad assumere il suo ruolo di discriminante della collocazione sociale. Il 23 marzo non cancella le differenze di cultura e condizione del suo popolo, anzi le dispiega e le esalta, ma trova una sintesi felice nella richiesta di protagonismo che la politica ufficiale non riesce più a rappresentare, nella presa di coscienza che il conflitto sul lavoro condiziona il senso e la qualità della cittadinanza. E per questo il sindacato diventa il riferimento cui possono raccordarsi il giovani dei movimenti antiliberisti con i pensionati, gli immigrati con i precari dell’era flessibile, gli ecologisti con gli operai metalmeccanici. Almeno finché il sindacato rimane un’organizzazione aperta alla società e, per questa via, capace di dar voce al dissenso e al conflitto.

Il film che troverete da domani in edicola (oppure in libreria insieme al volume «Diciottesimo parallelo», manifestolibri) questa molteplice unità la racconta bene. La sceneggiatura è scritta dall’evento stesso, la regia è montaggio di belle riprese, le musiche toccano le corde dell’emozione. Poche le parole (quelle delle assemblee preparatorie, dei viaggi verso Roma, degli slogan del corteo, qualche passaggio del comizio di Cofferati), tantissimi i volti. La camera si muove su due piani: quello «basso» attraversa la gente, con i primissimi piani dei protagonisti della giornata; quello «alto» fornisce il quadro d’insieme, il colpo d’occhio di cui solo pochi fortunati hanno potuto godere salendo sul palco del circo Massimo, una sterminata marea rossa, un brulichio monocronatico di formiche in movimento. I due piani si alternano, in un crescendo emotivo che rende coerentemente ragione del senso collettivo dell’evento attraverso una produzione collettiva. Metodo importante, perché dimostra come si possa fare un cinema di qualità (al film hanno partecipato molti importanti registi italiani) a basso costo per una diffusione di massa.

E’ una cartolina riuscita che si conclude con le immagini dello sciopero generale del 16 aprile: qui più che i pieni (le piazze) sono i vuoti a parlare, i vuoti attorno ai picchetti all’alba di fronte a fabbriche deserte, i vuoti delle stazioni, degli aeroporti. Per chiudere su un’immagine «storica» e irripetibile, almeno per un bel po’: quella delle bandiere di Cgil, Cisl e Uil sventolate all’unisono da tre sbandieratori improvvisati a piazza del Popolo. Il saluto a un’unità sindacale che non c’è più.