“Forza Sergio, tieni duro” la piazza saluta l´anti-premier

28/03/2002

 
 
IL RACCONTO
Migliaia di bandiere rosse, verdi e azzurre nel corteo unitario nella capitale

"Forza Sergio, tieni duro" la piazza saluta l´anti-premier
          Pezzotta raggiunge a fatica Cofferati in mezzo alla folla a Botteghe Oscure
          La frecciata di Angeletti a Berlusconi: ha strumentalizzato ancora il nome di Biagi
          Una signora: "Sento che è il momento di dare il massimo appoggio al sindacato"
          Gli insulti al raduno del 23 rilanciano l´unità sindacale. "Non litigate più"


          SEBASTIANO MESSINA

          ROMA – Più delle fiaccole, quelle mille luci bianche che univano in silenzio la scalinata del Campidoglio e le fontane barocche di piazza Navona, colpivano le bandiere: le insegne dei tre sindacati di nuovo insieme, quelle rosse della Cgil accanto a quelle verdi della Cisl e a quelle azzurre della Uil, sventolate senza fischietti e senza megafoni, come si addice a una fiaccolata contro il terrorismo. Un altro corteo a Roma, un altro comizio di Cofferati, ma anche un altro clima, come se una rabbia muta animasse stavolta quel fiume di persone con le candele in mano. «Sono venuta qui perché oggi sento che bisogna dare il massimo appoggio al sindacato» spiegava una signora arrivando in piazza Navona. «Poi, certo, voglio manifestare contro il terrorismo, ma la ragione principale è quell´altra, ecco».
          In piazza contro il terrorismo, perciò, ma accanto al sindacato. Accanto a Cofferati, il vincitore di sabato, la bestia nera di Berlusconi. Il leader della Cgil, con il barbour ben abbottonato e le mani in tasca per il freddo, è stato il primo dei protagonisti ad arrivare sotto la statua di Marco Aurelio. Un po´ teso, più del solito, al punto che vedendolo con quella faccia, una militante con i capelli candidi gli si è parata davanti e gli ha fatto: «Forza e coraggio, compagno!». Era solo l´inizio. «Tieni duro, Sergio!». «Sei un mito». «Non mollare mai». Ed erano applausi, pacche sulle spalle, vigorose strette di mano dalle quali il segretario qualche volta faceva fatica a liberarsi, non potendo spiegare a tutti che il suo polso era ancora dolorante per le fatiche di quattro giorni prima. Poi è arrivato Walter Veltroni, che lo ha abbracciato con tutta la fascia tricolore e gli si è messo accanto alla testa del corteo: «Sì, stasera ho la fascia tricolore, non sono qui come privato cittadino. Sono qui perché accanto a me c´è un pezzo della mia città…». Storace invece non s´è visto, anche se ha mandato il gonfalone della Regione Lazio e un messaggio di adesione (puntualmente fischiato al momento della lettura).
          La gente con le candele in mano e il cartello della Cgil attaccato al collo s´è presentata all´appello puntuale, anzi troppo in anticipo sull´ora fissata. E così, per raggiungere la testa del corteo, Cofferati e Veltroni hanno dovuto farsi largo in mezzo alla folla, circondati da uno spigolosissimo cordone di poliziotti in borghese che aveva deciso di procedere con gomitate e spintoni. Pezzotta e Angeletti, arrivati in ritardo, non sono mai riusciti ad arrivarci, e solo sotto i balconi dell´ex palazzone rosso delle Botteghe Oscure il segretario della Cisl ha potuto raggiungere Cofferati. I poliziotti non volevano far passare neanche lui, ma è stato decisivo un grido dalle seconde file: «E´ il segretario della Cisl!». Angeletti invece l´ha presa con più disinvoltura, e s´è fatto il suo corteo senza rincorrere nessuno, con il berrettino blu della Uil ben calcato sulla testa, senza risparmiare una frecciata a Berlusconi: «Ha strumentalizzato il nome di Marco Biagi ancora una volta, cercando di ribattezzare "riforma Biagi" la cancellazione dell´articolo 18…».

          Dietro, con il cappotto, l´impermeabile o il giaccone sportivo, si potevano riconoscere le facce di Luciano Violante, di Gavino Angius, di Willer Bordon, di Enrico Letta, di Pierluigi Castagnetti, di Giovanna Melandri, di Armando Cossutta, di Antonio Di Pietro, più Beppe Giulietti che sfilava con un suo cartello per la difesa della libertà di stampa. Franco Marini, indimenticato ex leader della Cisl, ha detto no con eleganza a chi gli chiedeva di mettersi in prima fila, mentre il suo successore, Sergio D´Antoni, sfilava solitario al centro del corteo, felice ogni tanto di essere riconosciuto dai suoi.
          Davanti a tutti, qualche metro più in là del gonfalone costellato di medaglie d´oro dell´Associazione nazionale partigiani, un grande striscione bianco con la scritta blu. Solo tre parole: «No al terrorismo». Dietro, però, non c´era solo la voglia dei romani di allontanare il fantasma degli anni di piombo, resuscitato ancora una volta da una manciata di terroristi. C´era anche e forse soprattutto il desiderio di rispondere in qualche modo a un presidente del Consiglio che continua ad associare la piazza della protesta democratica alle pistole dei brigatisti assassini e vede con fastidio ogni corteo, ogni sciopero, ogni manifestazione. Se ne sono accorti i poliziotti, schierati massicciamente per impedire la deviazione del corteo verso palazzo Madama: «Quanti siamo, stasera?» domandava uno a voce alta. «Sette o otto» rispondeva un altro, tra le risate della folla, rovesciando con evidente sarcasmo le inusuali stime della questura di Roma sui «settecentomila» di sabato scorso.
          Ma quanti erano, ieri sera? «Siamo centomila» hanno annunciato dal palco, mentre ancora le luci delle fiaccole illuminavano le strade intorno a piazza Navona. Forse non erano davvero così tanti, ma dopo la grandinata di insulti piovuti sul corteo di sabato, di sicuro le fiaccole delle confederazioni hanno riacceso la fiammella dell´unità sindacale, proprio in quella stessa piazza dove un mese fa i vertici del centro-sinistra vennero contestati a sorpresa dal ciclone Moretti. «E adesso cercate di non litigare più» ha gridato verso il palco una voce solitaria. Ma da lassù non è detto che l´abbiano sentita.