“Forza Italia” L’ultima fortezza e il viceré di Sicilia

29/03/2004


28 Marzo 2004

    NELL’ISOLA UN PARTITO PACIFICATO DAL COORDINATORE REGIONALE. CON I CENTRISTI CHE TEMONO IL RISCHIO-CANNIBALIZZAZIONE

    personaggio
    di Umberto La Rocca
    inviato a PALERMO

    L’ultima fortezza e il viceré di Sicilia
    Ora è Miccichè che deve far quadrare la candidatura Dell’Utri

    Arriva il sindaco: «Che faccio, Gianfranco, lo accolgo io il presidente?»
    E il prefetto: «La Cgil vuole dimostrare, cosa dobbiamo fare?»

    CU cumanna in Forza Italia? Micciché». Che si chieda a un tassista, al portiere d’albergo o al giovanotto in giacca e cravatta accorso alla Fiera per sentire Silvio Berlusconi, la risposta è sempre la stessa. A Palermo comanda Miccichè. Perfino se lo domandate a Francesco Musotto, uno che lo ha combattuto fino ad uscire dal partito e a candidarsi da solo a sindaco nel 2001, il refrain non cambia: «Forza Italia è pacificata, la guida di Gianfranco non si discute».
    E per capire che le cose stanno davvero così, basta passare un po’ di tempo nello splendido appartamento affacciato sul teatro Politeama che il Cavaliere ha regalato al suo proconsole. Mancano poche ore all’arrivo di Berlusconi in Sicilia e Micciché dà gli ultimi ritocchi all’organizzazione.
    Il telefonino squilla di continuo. Chiama il prefetto Giosuè Marino, nominato da poco, primo palermitano a ricoprire la carica negli ultimi vent’anni. Vuole sapere se il presidente del Consiglio si tratterrà anche in serata per provvedere alla sua sicurezza. Con l’occasione, spiega che un gruppo di lavoratori della Cgil vuole dimostrare di fronte ai cancelli della Fiera. «Che cosa dobbiamo fare?». Risposta: «Ma lasciamogliela pure tenere la loro manifestazione, lasciamoli gridare quanto vogliono, sennò magari dicono che siamo repressivi. E poi guardi prefetto, la Cisl e la Uil già ci hanno fatto sapere che non aderiscono e ogni volta che il sindacato va in piazza diviso per noi è oro…».
    Arriva il sindaco Diego Cammarata con la sua aria da ragazzo: «Che cosa faccio Gianfranco, lo vado ad accogliere io il Presidente?». «Certo, vai tu, in qualità di…, in qualità di…». «Di sindaco?». «Bravo, non mi veniva». Trilla ancora il telefonino. E’ il Cavaliere. «Mi vuole accanto a sé sul palco per tutta la durata del suo discorso», racconta il Vicerè.
    E così sarà. Sul podio della fiera, contro il solito sfondo di cielo striato di nuvole bianche, di fronte ai diecimila siciliani arrivati su 178 pullmann e un trenino, trovata di Enrico La Loggia, questa volta non c’è solo Silvio. Ci sono, gomito a gomito, Silvio e Gianfranco. E mentre uno striscione, che il Vicerè per modestia ordina di rimuovere, invoca «Sirchia e Maroni fuori dal governo, ministri Kakà e Miccichè», il presidente del Consiglio dedica al coordinatore regionale azzurro un vero peana. «La notte che decisi di scendere in campo», racconta Berlusconi, «telefonai a Gianfranco e gli dissi: il dado è tratto, non possiamo lasciare l’Italia nelle mani di una sinistra illiberale. Lui rimase zitto. Furono secondi per me lunghissimi. Poi mi rispose come al solito: sono qui agli ordini, pronto a lavorare. Sono passati dieci anni e allora non credevo che due piccoli uomini come noi avrebbero creato tutto questo». Un’investitura.
    E d’altra parte perché non dovrebbe essere così? Miccichè, in anni di battaglie, ha pacificato il partito. Scomparsa la prima avversaria, Cristina Matranga. Rimesso al suo posto il riottoso senatore D’Alì. Difesa l’autonomia di Forza Italia siciliana quando Scajola pretendeva di decidere nomine e candidature a Roma. «Il ruolo di leader incontrastato Miccichè se lo è guadagnato sul campo», spiega Carlo Vizzini che di esperienza ne ha da vendere, «dimostrando non solo doti organizzative e di temperamento ma anche politiche. Prenda lo scontro durissimo con Musotto: non solo Gianfranco rischiò e stravinse eleggendo il suo candidato sindaco al primo turno, ma poi, al momento giusto, ha saputo anche recuperare al partito il rivale sconfitto. E ora è arrivato all’attico…».
    Dopodiché, il coordinatore regionale condusse il centrodestra al 61 parlamentari a zero del 2001. Quanto alle prossime europee, mentre l’impero del Cavaliere mostra un po’ dovunque le prime crepe, in Sicilia i pronostici sono rosei. «Il centrosinistra non è un problema», dice Musotto, «pensi che per la loro manifestazione con Fassino, Marini e Del Turco hanno preso il Metropolitan, una sala che riempio io da solo». E anche sul fronte della vera sfida, quella con i centristi dell’Udc fortissimi nell’isola, ci sono brutte notizie per Marco Follini. «Noi candideremo tutti i candidabili», racconta un parlamentare siciliano ex dc, «a partire dal presidente della Regione Cuffaro e da Raffaele Lombardo, e faremo una campagna elettorale efficace e coraggiosa. Ma è chiaro che siamo in difficoltà. Per un partito come il nostro che punta sui voti portati dai candidati, le europee sono di per sé difficili. Se ci si aggiungono gli avvisi di garanzia a Cuffaro e il fatto che per Forza Italia scende in campo personalmente Berlusconi, beh, il rischio di venir cannibalizzati esiste». Insomma, ripetere l’exploit delle ultime amministrative sarà arduo. Che cosa potrebbe chiedere di più il Cavaliere?
    Certo alcuni problemini esistono. Qualche mese fa un collaboratore di Micciché è stato arrestato perché portava cocaina dentro e fuori dal ministero dell’Economia. Certo, c’è il caso del rettore dell’Università di Catania Ferdinando Latteri, uomo di voti e di relazioni, che è a un passo dal traslocare armi e bagagli con la Margherita per dissapori con il gruppo dirigente forzista. C’è Musotto che vuole correre di nuovo per il parlamento di Strasburgo e, con la sua aria da nonno buono, muore dalla voglia di contarsi e di prendersi prima o poi una rivincita. Ma per ora sono nodini, nodarelli. C’è infine la decisione di Dell’Utri di candidarsi in Sicilia, «per motivi anche sentimentali, come risposta alla persecuzione giudiziaria della quale è stato oggetto da parte della procura di Palermo», spiega Lino Jannuzzi suo intimo amico. Decisione che, se restasse in vigore la preferenza unica, creerebbe problemi a una contemporanea candidatura di Micciché. E che avrebbe, stando alle voci che corrono, provocato un momento di attrito fra il figlioccio e il padrino, l’uomo che lo ha portato prima in Publitalia e poi in politica. Dell’Utri però smentisce: «Ma quando mai, sono sciocchezze. E’ già tutto risolto. Io corro in Sicilia e forse anche nel collegio dell’Italia meridionale, e poi opterò per andare a Strasburgo». Smentisce anche Micciché e la sua smentita è significativa: «Se la preferenza resta una sola, non mi candido. Ma se lo immagina? Berlusconi e io in lista. E gli altri dove li prendono i voti? Se le preferenze sono tre, corriamo tutti, altrimenti il posto è di Dell’Utri. Anzi, io gliel’ho detto a Marcello: non me lo fare che ti candidi altrove, la prendo come un’offesa personale…». Si sa, in Sicilia la riconoscenza è sacra. L’ospitalità anche.