Forum con Epifani: Se Cisl e Uil lanciassero un segnale…

09/10/2002

          mercoledì 9 ottobre 2002

          Forum con Epifani
          Se Cisl e Uil lanciassero un segnale…

          FORUM
          Lo sciopero generale per dare
          una speranza all’Italia onesta
          Se Cisl e Uil volessero un’azione unitaria, invece di andare con D’Amato…

          ROMA. Il Forum di oggi è, innanzitutto,
          un benvenuto vero e affettuoso al
          nuovo segretario generale della Cgil
          in un momento politico particolarmente
          strano e sinistro, dove sinistro
          non a niente a che fare con Sinistra
          e significa pericoloso, senza alcun
          dubbio. Riaffermiamo, così,
          l’impegno del giornale ad essere accanto
          alla Cgil, passo per passo, lotta
          per lotta. La prima domanda riguarda
          la prospettiva che si apre in
          questa situazione difficile. Lei si affaccia
          alla nuova Cgil e vede…
          «Vedo un futuro del Paese segnato da grandi
          preoccupazioni e, contemporaneamente, vedo
          una grande forza, una grande soggettività sociale
          impegnata a non arrendersi a quello che mi pare
          ormai tutti chiamino – ma noi lo dicevamo da
          tempo – un lentissimo, ma sicuro declino del Paese.
          E’ la questione più importante. In un’Italia
          che perde importanza nella divisione internazionale
          del lavoro, e non ha più, sostanzialmente,
          grandi “asset” industriali, grandi gruppi e che fa
          fatica a produrre reddito e ricchezza da distribuire o
          investire, il rischio consiste anche nella messa in
          discussione del nostro modello di conquiste sociali,
          dei diritti di cui godono le persone che lavorano, e,
          più in generale, dei diritti di cittadinanza.
          È una prospettiva davvero preoccupante. Non a caso
          ho voluto chiamare lo sciopero del 18 “uno sciopero per
          l’Italia”. E’ l’Italia che vogliamo: un’Italia con i diritti,
          un’Italia segnata da uno sviluppo con qualità, un’Italia
          attraversata e rafforzata nei suoi legami sociali ed istituzionali.
          Uno «sciopero per l’Italia», un attestato di fiducia nel futuro,
          proprio mentre questo, invece, è messo in discussione».
          Si sente dire «tutto sommato tutto il mondo va male».
          C’è una crisi del Giappone, c’è un arretramento degli
          Stati Uniti, le Borse non vanno. L’Italia ha un suo
          male particolare?
          «L’Italia già aveva problemi di debolezza
          e di fragilità che le politiche di risanamento
          degli anni Novanta hanno in parte
          mascherato, ma non sono riuscite a risolvere.
          Il rallentamento della congiuntura internazionale
          ha messo allo scoperto la fragilità
          della nostra base produttiva: perdiamo
          quota nel commercio mondiale, non
          siamo più presenti nei settori a media ed
          alta tecnologia, siamo ormai sopravanzati
          in ricerca praticamente da tutti. Se va avanti
          il piano Fiat, credo che produrremo meno
          automobili in Italia di quante non ne
          produca il Belgio. Il tutto si accompagna
          ad una fase di transizione del sistema politico
          ed istituzionale. Tutto questo determina
          il problema italiano. C’è, quindi, una
          specificità dentro un quadro internazionale
          che presenta più ombre che luci».
          Il presidente della Confindustria si
          è espresso come se fosse un leader
          della Cgil, dicendo: “Questa è la finanziaria
          più brutta scritta negli ultimi anni”.
          È la rottura del blocco elettorale che aveva
          portato Berlusconi al Governo o sono solo
          di tatticismi?
          «Credo si stia incrinando una parte del consenso che il
          sistema imprenditoriale aveva dato al Governo prima
          della campagna elettorale. Non sono convinto però che
          si stia incrinando il rapporto tra il presidente della
          Confindustria e il Governo. Avverto, invece soprattutto
          nell’imprenditoria del Mezzogiorno, segnali
          di inquietudine. Qui c’è il sistema imprenditoriale
          più debole, che ha più bisogno di certezze.
          Il Governo con la Finanziaria fa saltare non solo le risorse
          finanziarie, ma anche la certezza degli strumenti di intervento.
          La presidenza di Confindustria mi sembra più trascinata
          dagli eventi. Per essere credibile non dovrebbe solo limitarsi a
          dire che questa è la Finanziaria più brutta.
          Dovrebbe aggiungere che è stata fallimentare tutta la politica
          economica di questi sedici mesi. Noi abbiamo sempre detto
          che la decantata ripresa non ci sarebbe stata, perché il ciclo
          economico internazionale stava cambiando.
          La Confindustria continuava a scommettere su uno sviluppo
          basato su bassa qualità, riduzione di costi e riduzione di diritti.
          Per sedici mesi Confindustria e Governo hanno fatto
          dell’intervento sull’articolo 18 il cuore centrale delle
          politiche pubbliche. Non avevano voluto capire quali erano
          i veri problemi. Oggi ci ritroviamo, paradossalmente,
          con l’articolo 18 in discussione e senza la Fiat».
          Sullo sciopero generale del 18 ottobre
          è stata posta la sordina. Inoltre
          alcuni nel centrosinistra si sono interrogati
          sull’opportunità dello sciopero
          quando forse il valore dell’unità
          sindacale è più importante. Il popolo
          di sinistra può essere meno motivato
          a partecipare, il clima nel centrosinistra
          è quello che è…
          «Il nostro sciopero ha caratteristiche
          propositive. Intendiamo indicare una prospettiva
          di fuoriuscita dalla crisi del Paese.
          Il Governo sta operando scientemente per
          ridurre la portata di questo sciopero, perché
          si rende conto che una prova di forza
          riuscita segnerebbe ancora una volta una
          contestazione forte delle politiche che ha
          messo in campo. Ha scelto la strada del
          silenzio confidando sull’appoggio dei mezzi
          di informazione più sensibili a tali orientamenti.
          Anche se resto convinto che arriva
          un punto nel quale le favole o le invenzioni
          devono lasciare il posto e il passo a
          chi, invece, in carne ed ossa, esprime dei
          bisogni, delle aspirazioni o anche talvolta
          degli stati d’animo o dei risentimenti. Per
          quanto riguarda le riflessioni provenienti
          dal centrosinistra, capirei meglio un dissenso
          sul merito. Cioè se ci fosse una distanza
          tra le proposte della Cgil, le sue posizioni e
          le sue critiche e quelle delle forze politiche
          di centrosinistra. Mi pare, invece, che ci sia
          una grande concordia. Tutti dicono che la
          Finanziaria non va bene, che i conti pubblici
          non sono sotto controllo, che sul Mezzogiorno
          si arretra rispetto a quello che era
          stato fatto, che su scuola e sanità non ci
          siamo, che è un ritorno ad un modello di
          Stato molto centralizzato rispetto ai poteri
          delle Autonomie locali. Io non chiedo adesioni
          allo sciopero, vedo però che la Finanziaria
          non piace nemmeno all’Ulivo. Non
          si capisce, quindi, perché partendo da
          un’analisi che è comune si debba, poi, chiedere
          alla Cgil di rinunciare a un legittimo
          esercizio della forza della contestazione di
          cui un sindacato tradizionalmente dispone.
          La cosa singolare è che l’appello a desistere
          dallo sciopero ci viene dalle forze politiche
          e non dagli altri sindacati. La Cgil, in
          linea teorica, potrebbe prendere in considerazione
          la possibilità di rimandare uno
          sciopero se gli obiettivi per i quali è stato
          indetto venissero raggiunti o rimossi dal
          tavolo; oppure se le altre organizzazioni
          sindacali chiedessero alla Cgil di soprassedere
          perché interessate a costruire un percorso
          comune di iniziativa e di mobilitazione.
          Non c’è né l’una nè l’altra ipotesi».
          Dubbi sulla partecipazione?
          «Come al solito avremo una bella partecipazione
          e le piazze piene; faremo 120
          manifestazioni in tutte le grandi città italiane,
          ci rivolgeremo anche ai giovani e agli
          studenti, perché una parte dei nostri temi
          riguarda la formazione e la politica della
          scuola. Io sarò a Torino, perché mi pare
          che di tutta la realtà italiana è quella che
          avrà le ripercussioni più gravi».
          La Fiat sta diventando la cartina di
          tornasole della crisi industriale del
          Paese. Se è vero che la congiuntura
          internazionale costringe alla ristrutturazione
          è pur vero che oggi siamo
          alle prese coi problemi del passato,
          contenuti industriali modesti, qualità bassa.
          Il problema è storico…
          «Solo che oggi si arriva al punto di
          rottura. Cinque o sei anni fa le industrie
          automobilistiche francesi erano tutte in difficoltà.
          C’è stato un periodo in cui anche la
          Volkswagen aveva grandissime difficoltà
          di ristrutturazione. Hanno avuto la forza
          di credere nei propri progetti industriali,
          hanno investito bene e sono uscite rapidamente
          da una situazione di crisi. I grandi
          costruttori francesi hanno fatto politiche
          di alleanze, sono ai primi posti delle classifiche
          di vendita, hanno programmi di
          espansione importanti e la stessa cosa vale
          per quelli tedeschi. La Fiat è rimasta fuori,
          ha avuto un calo e, purtroppo, l’epilogo di
          questa vicenda non è ancora dato, perché è
          evidente che se dovesse essere proposto un
          piano che è di pura razionalizzazione, senza
          nessun progetto industriale e prospettiva
          sul futuro, questo metterebbe l’impresa
          in difficoltà molto grandi con il mercato e
          con i consumatori. Metterebbe lavoratori
          e sindacati di fronte ad una impossibilità
          di andare a discutere sulla parte finale di
          un processo del quale non si conosce assolutamente
          l’esito. Uno può discutere su un
          piano di riorganizzazione o di ristrutturazione
          quando sa bene quale è il futuro di
          quell’impresa, ma discutere di tagli occupazionali,
          tanto più se a zero ore, nel momento
          in cui non sai quale è il tuo futuro, per
          chi rappresenta i lavoratori diventa il compito
          più arduo. Io non vorrei che l’Italia
          diventasse una semplice assemblatrice di
          parti meccaniche e di carrozzeria. Siamo
          ad un passaggio cruciale. Mi pare di capire
          che prevalga nella famiglia, il primato di
          un’uscita finanziaria rispetto all’investimento
          industriale».
          Vittorio Foa a “L’Unità” ha detto
          che c’è un rapporto tra la crisi dell’Ulivo
          e la crisi dell’unità sindacale.
          E’ così?
          «Una qualche relazione c’è, ma non
          farei dipendere, meccanicamente il futuro
          dell’alleanza di centrosinistra con i rapporti
          interni al mondo sindacale. Le dinamiche
          sindacali hanno in Italia, da sempre,
          ma tanto più in questa stagione, una loro
          autonomia. Vengo dalla Spagna. Ugt e
          Commissiones Obreras danno sul Governo
          giudizi molto più duri di quelli che
          diamo noi. C’è un comune sentire. Oggi,
          purtroppo, in Italia, non è così. C’è una
          Cgil che esprime, secondo me, con grande
          coerenza, il proprio punto di vista. Ci sono
          comportamenti ed atteggiamenti molto
          più complessi da parte delle altre organizzazioni.
          Non ho l’impressione che ci sia un
          comune sentire sul fatto che con una politica
          economica di questo segno il Paese va
          indietro. Se manca questa opinione comune
          in un passaggio così delicato, diventa
          difficile anche costruire rapporti più forti.
          Le stesse critiche rivolte al Governo da parte
          della Confindustria e la lettera firmata
          insieme ai due segretari di Cisl e Uil, rappresentano
          un fatto molto curioso.
          Noi siamo spesso accusati di non essere autonomi,
          ma io non ho mai visto la stessa lettera firmata a
          tre mani. Vedo così il formarsi di una specie di lobby,
          più che una vera rappresentanza sindacale che cerca
          di influire e di cambiare. E questa idea per cui un
          tavolo è tutto e il merito è nulla non va bene».
          Lo strappo più grande risale al Patto per
          l’Italia?
          «Quando ci fu il Patto per l’Italia noi dicemmo
          che poggiava su basi fragili, perché le premesse erano
          assolutamente irrealizzabili. Io dissi che quel 3-2%
          di crescita, messo come grandezza da cui
          dipendevano tutti i saldi della politica di bilancio
          era falso. Mi rispose Pezzotta dicendo:
          “No, noi dobbiamo scommettere sul futuro,
          quindi è giusto dire il 3%.”. Oggi chiuderemo
          l’anno, se va bene, con una crescita
          dello 0,2-0,3%. Poi dicemmo: “Non ci
          sono le risorse per il Mezzogiorno”. Era
          già visibile allora. Oggi si dice: “Non ci
          sono le risorse”. Perché si è firmato quel
          Patto? Oltre all’articolo 18 c’erano in quella
          intesa questioni che non si reggevano.
          Tanto è vero che il 5 luglio tutti hanno
          firmato il Patto ed oggi quel Patto non
          esiste più. Cisl, Uil e Confindustria hanno
          scritto al premier, e gli altri 34 firmatari
          dove sono finiti? Non è vero che la Cgil
          non ha lavorato per tenere il fronte unitario:
          lo abbiamo fatto fino ai limiti del possibile.
          D’altra parte fare accordi con un Governo
          che ti vuole isolare – perché questa è
          l’altra differenza vera rispetto al passato -,
          quindi un Governo che ti vuole mettere
          all’angolo, devi cercare di impedirli. Arrivi,
          però, ad un punto oltre il quale non
          puoi arrenderti alla logica “o isolato o subalterno”.
          Non è un interesse di bottega, è
          per salvare una prospettiva al movimento
          sindacale. Dopo di che, è evidente che
          l’unità sindacale rende il sindacato e i lavoratori
          più forti, che a tutto quello che di
          unitario possiamo costruire la Cgil è e sarà
          disponibile, che tutti i pezzi di lavoro unitario
          che ci sono li manterremo. Non c’è
          dubbio che su alcune questioni di fondo,
          se non si modifica anche l’atteggiamento
          diventerà difficile riprendere un percorso
          unitario».
          Il governo perde tempo con l’art.18
          intanto la Fiat rischia di scomparire
          Epifani: c’è una crisi drammatica, andiamo verso la recessione

          Come per i metalmeccanici?
          «Pezzotta ha dato la colpa alla Fiom per
          la piattaforma separata. Io dico che se, come
          ha chiesto la Fiom, ci fossero state delle regole
          di democrazia, forse non avremmo avuto
          due piattaforme separate. Siamo l’unico Paese
          in Europa in cui se tre sindacati si dividono,
          nessuno sa che cosa succede, perché nessuno
          sa come ci si può comportare e che cosa
          vale, se vale, la firma separata di uno o dell’altro.
          Siamo in un’assenza totale di un minimo
          di riconoscimento di rappresentatività nel
          settore privato. Nel settore pubblico ce l’abbiamo.
          Si può ripartire da qui? Io credo che
          questo potrebbe essere un problema che può
          aiutare, ma non sono convinto che Cisl e Uil
          abbiano ancora una disponibilità a lavorare
          su questo terreno».
          Diceva che Cisl e Uil non hanno chiesto
          di fermare lo sciopero e promuovere
          una iniziativa comune. Se non è
          questo, c’è la possibilità di utilizzare
          gli elementi di disagio, di protesta, di
          ricerca di una via di uscita, che nella
          Cisl e nella Uil ci sono rispetto alle
          difficoltà provocate dalla legge finanziaria?
          «Nessuno in Cgil ha lavorato più per
          l’unità del sottoscritto. Purtroppo, abbiamo
          perso un’occasione, alla metà degli anni Novanta:
          ad un certo punto sembrava che sulle
          regole potessimo trovare quell’accordo dal
          quale poi far scaturire la fase costituente dell’unità
          sindacale. Quindi se vedessi spiragli
          su questo terreno sicuramente non li trascurerei
          perché per me e per la Cgil il valore
          dell’unità è fondamentale. Io credo, però,
          che la discussione interna al movimento sindacale
          italiano, nel suo complesso, sia molto
          più vasta della discussione che riguarda le
          forze dell’Ulivo. Non c’è la stessa simmetria
          tra posizione politica e posizione sindacale.
          C’è un pezzo del sindacato che dice “sì” alle
          scelte di questo Governo. Nell’incontro fatto
          con il Governo quando ho esposto le critiche
          della Cgil, Pezzotta ha detto i suoi “sì” i suoi
          “ma”. Angeletti ha detto solo “sì”. E’ complicato,
          a questo punto, ascoltare uno che dica:
          “Fermatevi”. A differenza che sulla guerra
          nell’Ulivo, sulla Finanziaria , penso che ci
          sarà un voto contrario. Quindi, paradossalmente,
          è più ristretta l’area della discussione
          tra le forze dell’Ulivo, è più facile costruire lì
          l’unità. Oltretutto, invece, sulla pace abbiamo
          una Cgil ed una Cisl che hanno la stessa
          opinione ed una Uil che ha un’opinione opposta».
          Sui problemi del lavoro l’Ulivo ha una
          piattaforma largamente unitaria e
          condivisa. Come lo spiega?
          «Per le cose che dicevo prima. Non c’è
          più simmetria come una volta tra le posizioni
          dell’uno e le posizioni dell’altro. Il punto
          di vista unitario dell’Ulivo può non corrispondere
          alle posizioni che ci sono tra Cgil,
          Cisl e Uil. Mi pare tradizionale lo schema per
          il quale se Cgil, Cisl e Uil fanno l’unità, anche
          per l’Ulivo è più facile, perché dipende da
          cosa fanno. Se noi firmavamo il Patto per
          l’Italia, facevo l’unità con Cisl e Uil. Ma aiutavo
          l’Ulivo? Uso il paradosso, per confermare
          la tesi in base alla quale non si può prescindere
          dal merito».
          Il Centrosinistra per 45 anni ha lavorato sulla
          legge della rappresentatività. È possibile
          riprendere in questa legislatura questo discorso?
          «Se dovessi fare un suggerimento a chi ci chiede di stare
          più uniti direi questo: visto che in Parlamento
          si può fare un’attività legislativa anche dall’opposizione,
          perché non si prendono le forze dell’Ulivo a lavorare,
          a ragionare in ordine ad una legge sulla rappresentanza,
          le regole, magari unificando il settore privato con quello
          pubblico, magari riducendo il tasso di radicalismo
          contenuto nella vecchia legge Smuraglia,
          e provi a dare un quadro di cornice unitaria?
          Questo sì che può essere un modo anche strategico per
          riprendere un rapporto con le Organizzazioni sindacali
          su questo tema. Su questo, invece, nulla».
          Tornando alla sordina imposta alle iniziative
          della Cgil, come vede oggi la situazione dei giornali
          e delle tv?
          «Vedo una grande difficoltà dei mezzi di comunicazione
          di massa, vedo un grande conformismo, soprattutto lo vedo
          sul versante economico-sociale molto, molto forte.
          Mai una voce critica vera, tutti a spiegarci perché la
          flessibilità era fondamentale, perché l’articolo 18 non reggeva
          più, perché c’era il “co-co-co”, senza dire che
          contemporaneamente il Paese perdeva tutti i suoi
          insediamenti industriali. Che non c’era la capacità
          di sviluppare un sistema imprenditoriale
          sano non l’abbiamo visto da nessuna parte.
          Con l’assenza di grandi soggetti non si va
          molto lontano, anche perché in tutto il mondo
          la ricerca la fanno i grandi gruppi industriali
          ed i servizi. Da noi non la fa l’Università,
          non la fa il Cnr che viene smantellato, non
          ci sono i grandi gruppi. Chi la fa? Da anni è la
          qualità dello sviluppo il vero problema del
          Paese, diventato più grave dopo l’ingresso
          nella moneta unica. Con tassi di crescita così
          bassi noi continuiamo ad avere dei saldi occupazionali
          positivi, il che vuol dire che c’è una
          flessibilità altissima in questo Paese, non bassissima.
          Tutto questo non mi sembra venga
          registrato con la necessaria autonomia criti-
          ca. Altro esempio. Ho letto sul Corriere della
          Sera che il paese è in declino. Quando un
          anno fa Tremonti, Fazio e D’Amato dicevano
          che eravamo alla vista di un miracolo
          economico, perché nessun giornale ha detto
          che così non era, quando era evidente che
          così non sarebbe stato? Perché fino al 5 luglio
          tutti a dire che con il Patto per l’Italia era la
          svolta? Quando tra un po’ avremo gli esuberi
          cosiddetti alla Fiat, i cassintegrati o peggio
          delle concentrazioni bancarie, il rallentamento
          nel Mezzogiorno e si vedrà che anche sull’occupazione,
          purtroppo, il Patto per l’Italia
          aveva torto che cosa si dirà?»
          Da cittadino dove vede L’Ulivo? Può
          fare la dea Calì con tante braccia in
          modo da non perdere nessuno dei
          suoi pezzi? Può avere delle posizioni
          che vadano verso questi fatti inconfutabili
          e nello stesso tempo tener conto
          di quei sindacati che se ne sono andati
          per un’altra parte, assieme al governo?
          «Se penso al Sindacato, dico che incorpora
          una pluralità politica molto forte, questo è
          sempre stato, ma oggi ancora più che nel
          passato. Nelle elezioni dell’anno scorso 1/3
          degli operai ha votato per il centro-destra,
          tradizionalmente noi abbiamo molti operai
          del Nord che votavano Lega Nord. Questo
          per dire come il voto si è reso molto più
          autonomo, Questo provoca difficoltà per il
          sindacato, figuriamoci per l’Ulivo. Quello
          che noi avvertiamo è che se di fronte alla
          realtà si prova ad avere un atteggiamento
          coerente, anche se non nel coro, si riesce a
          trasmettere un sentimento di veridicità e coerenza.
          È la cosa migliore, è la vera forza,
          perché se le cose che uno dice poi si avverano,
          si ha il riconoscimento di avere svolto un
          ruolo. Poi c’è il paradosso che noi stiamo
          vivendo oggi: le nostre ragioni – cioè avere
          avuto ragione – sono esattamente la causa dei
          nostri problemi, cioè noi oggi non possiamo
          essere contenti di avere avuto ragione, perché
          la nostra ragione vuol dire che cominciano
          i problemi. E questa situazione rende tutto
          più difficile. Lo sciopero andrà bene, ma
          se dovesse rallentare l’economia, se dovesse
          esserci una pressione forte sull’occupazione
          noi sappiamo che storicamente il sindacato
          sarà più debole, come sempre quando le cose
          vanno male, perché pesa sui lavoratori il ricatto
          dell’occupazione».
          Durante gli ultimi mesi di segreteria
          di Cofferati ambienti governativi diffondevano
          questa “vulgata”: Cofferati
          è un signore che si prepara a fare il
          salto in politica, quindi ha delle posizioni
          molto dure, non è questa la Cgil
          del dialogo. Ma quando arriverà Epifani
          le cose cambieranno. C’è questo
          cambiamento?
          «No, credo che sia una tecnica comunicativa.
          Come quando ho letto un’affermazione
          del ministro del Lavoro, che diceva che mi
          sentiva tutti i giorni. Ma io in due anni non
          l’ho mai sentito. È l’uso della propaganda per
          distorcere i fatti. Io credo che la Cgil sia saldamente
          ancorata ad una prospettiva riformista
          perché questa è la sua storia. Non vedo
          rigurgiti di massimalismo. Penso che nelle
          condizioni date teniamo una linea – sì – rigorosa,
          ho anche detto radicale, ma esattamente
          per salvaguardare questa prospettiva riformista
          al Paese ed alla Cgil. Oggi abbiamo un
          governo che fa queste politiche, una Confindustria,
          purtroppo, inaffidabile, con cui è
          complicato fare accordi. In questo quadro
          come si tiene una prospettiva riformista? Secondo
          me, come stiamo facendo noi. Io spero
          che cambi, cioè spero che si sia toccato
          con mano che questa alleanza non porta da
          nessuna parte. Oggi c’è l’impresa del Mezzogiorno
          che è in rivolta, ha ragione, ma con
          chi se la deve prendere? Se non anche con
          una Confindustria che ha sostenuto acriticamente
          tutte le scelte del governo e con il
          governo? Di certo non ce la può avere con la
          Cgil. Anzi io so che questo pezzo di industria
          dice: meno male, almeno la Cgil ha tenuto
          una sua posizione lineare, riconoscibile. Per
          questo dico che alla fine se tu tieni una posizione
          sei credibile, perché se poi la tua posizione
          non regge, non regge, così come – non
          ho difficoltà a dirlo – noi dobbiamo tenere
          una linea chiara sulla crisi Fiat e chiedere un
          quadro sul progetto futuro. Il nostro profilo
          è questo: non la lotta per la lotta, non lo
          sciopero per lo sciopero, non l’accordo per
          l’accordo. Se c’è il merito si fa l’accordo, se
          non c’è si fa lo sciopero».
          E il giorno dopo lo sciopero generale
          che cosa succede?
          «Continueremo con una iniziativa sui temi
          del Mezzogiorno, della scuola, della sanità
          e dell’informazione».
          Proprio nei giorni in cui si dovrebbe
          parlare dello sciopero generale, per
          non parlarne c’è questo lancio de «Il
          giornale» e dei radicali su come ci si
          lega individualmente al sindacato.
          Non dovrebbe un atteggiamento simile
          apparire contro tutti e tre i sindacati
          e comunque tutti e tanti i Sindacati?
          «Io credo che quando si attacca non questo
          o quello, ma si attaccano i fondamenti
          delle libertà sindacali la risposta dovrebbe
          essere quella di tenersi uniti. In realtà questo
          doveva valere anche quando Confindustria
          voleva isolare la Cgil, così come io penso
          avremmo dovuto o dovremmo difendere gli
          altri da un attacco di altri. Abbiamo un po’
          perso questo comune sentire. Quando noi
          fummo attaccati l’altra volta dai referendum,
          sempre radicali, sull’automaticità dei rinnovi
          delle deleghe, noi rispondemmo accettando
          la verifica periodica delle deleghe. Noi dovremmo
          essere uniti anche di fronte ad
          un’idea istituzionale e sociale che ha questo
          governo. Esso ha dentro di sé un’idea di riduzione
          della complessità degli istituti della democrazia,
          dei poteri istituzionali e dei legami sociali.
          È l’idea di un modello istituzionale in cui, da un
          lato, tutto si accentra, dall’altro tutto si risolve
          nel rapporto tra chi governa e il cittadino».
          Lei è il primo segretario di origini socialiste.
          Come viene vissuto questo passaggio?
          «Vale anche qui quello che dicevo prima
          nel rapporto tra rappresentanza sindacale e
          rappresentanza politica. La vicenda socialista
          è impressionante. I socialisti vanno da An
          fino ai Comunisti italiani, a Rifondazione.
          C’è qualcosa che non quadra in questo percorso.
          La cosa di cui ho sempre sofferto è
          questa schizofrenia incredibile di un pezzo
          del vecchio gruppo dirigente, soprattutto di
          una parte. C’è un pezzo di filone legato a
          Riccardo Lombardi, penso a Fabrizio Cicchitto,
          uno dei delfini di Lombardi. La sinistra
          socialista come si trova a fare le battaglie con
          questo governo? Il riferimento alla Cgil è diverso
          e importante. C’è una parte di persone
          che ha lavorato in Cgil in condizioni difficili
          e che vede in questa mia segreteria anche il
          compimento di una speranza, di un senso di
          riscatto, di una cittadinanza più piena e, dall’altra,
          una parte dei compagni che ha una
          provenienza comunista, i quali vedono la
          mia segreteria come un fatto importante e
          mi salutano esattamente come un socialista
          che diventa Segretario generale della Cgil, un
          uomo di cultura e formazione socialista che
          diventa Segretario generale della Cgil, a compimento
          di una fase, di un percorso. Questo
          visto dall’interno della Cgil. Fuori, ripeto, è
          più complicato, perché la dinamica politica
          ha delle logiche molto diverse da quelle sindacali.
          Il rapporto tra sindacati e partiti non va
          più letto come l’abbiamo letto anche noi negli
          anni passati».

          A cura di
          Bianca Di Giovanni
          Felicia Masocco
          Bruno Ugolini
          I Forum pubblicati dall’Unità sono realizzati
          con il supporto tecnico della Sabras Meeting srl.