Forum. Angeletti, Epifani e Pezzotta: patto e contratti

06/09/2002



          6 settembre 2002


          LA PARTITA D’AUTUNNO
          FORUM
          Faccia a faccia fra i tre leader, dopo quel 5 luglio


          ROMA – L’ultima volta che si erano seduti accanto e discusso insieme di lavoro, Mezzogiorno, fisco, è stata a luglio. Per l’esattezza, la mattina del 5 luglio quando si chiuse la trattativa sul Patto per l’Italia. Gli esiti sono noti: il no della Cgil, la firma di Cisl e Uil, le polemiche che sono seguite all’accordo separato. Tra di loro, in questi mesi, non c’è stato del tenero. L’accusa di aver siglato un Patto scellerato per un piatto di lenticchie e, di rimando, la critica alla Cgil di aver scelto una strada tutta politica, hanno segnato il solco più profondo della storia sindacale. Per Cisl e Uil aver spuntato risorse aggiuntive sugli ammortizzatori sociali, riduzione della pressione fiscale per i redditi bassi, un rilancio degli investimenti e interventi nel Mezzogiorno non giustificano le accuse al Patto che ritengono, a maggior ragione oggi, l’unico strumento anti-ciclico. Da luglio per i tre leader sindacali non ci sono stati più incontri diretti in cui si sono scambiati, apertamente, le opinioni su quello che li divide e quello che, forse, può avvicinarli di nuovo. L’occasione c’è stata con il Forum organizzato dal Sole-24 Ore a cui hanno partecipato Savino Pezzotta, segretario generale della Cisl, Luigi Angeletti, numero uno della Uil e Guglielmo Epifani ormai nel ruolo di leader della Cgil visto che il 20 settembre succederà a Sergio Cofferati. Le distanze sono emerse tutte, nel profondo, non solo nel merito degli accordi siglati e non siglati ma anche nella strategia di fondo delle tre organizzazioni. Nel differente approccio con il Governo e le sue politiche: trattare a tutti i costi oppure opporsi con ogni mezzo? Nella discussione si sono, poi, già intraviste future divisioni. Sulla riforma della contrattazione, per esempio, i tre leader rispondono in maniera diversa al presidente di Confindustria che li ha invitati a un confronto. Voler cercare punti di contatto è, ora, impresa disperata (nonostante Savino Pezzotta continui a citare San Paolo) ma qualcosa c’è. Sul Mezzogiorno, innanzitutto, che è l’unico capitolo del Patto su cui la Cgil non diverge del tutto. E sul tasso d’inflazione programmata giudicato troppo basso da tutti e tre anche se non basterà a ricondurli su una stessa strada.
          Patto per l’Italia, scommessa di Cisl e Uil

          Angeletti, Epifani e Pezzotta a confronto su conti e situazione economica – Accolto l’invito di D’Amato a discutere di nuove regole


          Il Patto per l’Italia è stato firmato due mesi fa e già si mette in dubbio la possibilità di attuarlo. La Uil ha perfino minacciato lo sciopero…

          Pezzotta: «Dubbi che non ci siano le risorse per attuare questo Patto ne ho pochi. Sarebbe innanzitutto un errore politico del Governo se rimanesse una pura dichiarazione di intenti. A maggior ragione oggi, in una situazione congiunturale così difficile, il Patto per l’Italia è l’unico strumento che mette in campo misure anti-cicliche. Ci sono le riforme sul mercato del lavoro che continuano il percorso intrapreso dal pacchetto Treu. C’è la riforma fiscale che ridurrà le tasse ai redditi più bassi: questo vuol anche dire stimolo ai consumi».

          Angeletti: «Noi abbiamo fatto quello che un sindacato deve fare: chiedere al Governo in un momento di difficile congiuntura, di agire sugli investimenti e sulla domanda. Il Patto risponde esattamente a questa logica».

          Pezzotta: «Non dimentichiamo il Mezzogiorno che viene affrontato come una delle questioni centrali. Si mettono in fila tutti gli interventi necessari per invertire un ciclo: utilizzando le risorse che ci sono a disposizione, razionalizzando tutti gli interventi che l’Europa ci mette a disposizione, rilanciando la programmazione negoziata, intervenendo sulle infrastrutture. Il capitolo-Sud è molto simile a quanto convenuto anche con la Cgil: basta fare una comparazione fra i documenti unitari».

          Epifani: «Noi abbiamo detto che era la parte del documento dove, in termini di impostazione, avevamo meno difficoltà. C’è però il problema, evidente, dell’assenza di risorse supplementari».
          Pezzotta: «Allora non è tutto scellerato il Patto?».

          Epifani: «Ma il nostro giudizio negativo investe la parte centrale del Patto. Poggia, infatti, su un obiettivo di crescita al 2,9% per il 2003: un traguardo che non era e non è raggiungibile. Sfido a trovarci tra un anno e vedere se questo è avvenuto o no. Il Patto parte da questa idea di sviluppo molto forte e incorpora dentro di sè quello che è il vero errore di strategia economica di questo Governo: l’idea che abbiamo alle porte un tasso di crescita così forte. Un’impostazione che sta già mostrando tutti i suoi limiti: quest’anno ci si avvia a un tasso di crescita sotto l’1 per cento. Vorrei ricordare che nell’agosto scorso il Governatore della Banca d’Italia parlava di nuovo miracolo economico alle porte. Continuò poi il presidente di Confindustria che lo chiamò turbo-sviluppo, poi il ministro dell’Economia che annunciò che eravamo di fronte a una svolta epocale nello sviluppo di questo Paese. Ma già prima e, dopo l’11 settembre in maniera clamorosa, era evidente che l’analisi era sbagliata».

          Angeletti: «Ma scusa, la questione non è se il Governo è credibile o meno. Questa è un’affermazione da partito d’opposizione. Un sindacato si deve porre un altro problema, cioè qual è la politica che posso contrattare per conseguire l’aumento dello sviluppo? È questo il senso del Patto». Epifani: «Ma forse sarebbe convenuto fare un’operazione mista: riduzione delle imposte per i redditi bassi e fiscalizzazione di una parte di contributi, che non danneggi i lavoratori e dia più possibilità di occupazione ai giovani. Se l’economia rallenta questa mi pare già una scelta più opportuna: non a caso è quella che sta facendo il Governo francese». Ci spiega le ragioni del no a una riforma fiscale che prevede una riduzione a partire dai redditi bassi?

          Epifani: «Quello che non ci convince è l’architettura della riforma fiscale, che è troppo rigida, perché prevede sostanzialmente una sola aliquota che non c’è nessun Paese al mondo. In questo modo non c’è più certezza della progressività, perché la fai dipendere dalle detrazioni e dalle deduzioni che sono un meccanismo imperfetto di governare le condizioni di reddito. Contemporaneamente si dà un quadro incerto alle imprese, ai cittadini che non sanno oggi esattamente quello che succederà nel 2003 e negli anni prossimi. Ma soprattutto vorrei far notare che non possiamo parlare della riduzione del prelievo fiscale come se gli impegni assunti nella scorsa legislatura non fossero stati soppressi. La riduzione di un punto dell’Irpef per il 2002 e 2003, erano già impegni presi nella scorsa legislatura, definiti con il sindacato. Se fossero stati assolti, avremmo avuto una curva di riduzione della pressione fiscale già a partire dal 2002. Quindi quello che si prevede per il 2003, viene dopo che sono stati incamerati benefici fiscali già definiti dalle precedenti Finanziarie.

          Angeletti: «C’è un piccolo problema: ci sono state delle elezioni, il Governo è cambiato. Il sindacato può solo dire: noi vorremmo avere gli stessi benefici».
          Epifani: «Ma la pressione fiscale di quest’anno è aumentata sul lavoro dipendente, invece doveva diminuire. È un problema che mi pongo in rapporto alle scelte di questo governo. Noi dal primo gennaio 2002 dovevamo avere un punto in meno».

          La riforma dell’articolo 18, le nuove flessibilità, possono portare più posti di lavoro?

          Pezzotta: «Innanzitutto va detto che con quella modifica non si toccano i diritti di alcun lavoratore. Non so se raggiungerà l’obiettivo di una maggiore occupazione e di far crescere la dimensione d’impresa. Lo verificheremo. So che abbiamo trovato un compromesso gestibile, vedremo se darà i frutti attesi. Sulle flessibilità dico che dobbiamo avere coraggio e regolare quello che oggi è nascosto».

          Angeletti: «La Uil aveva fatto una proposta alcuni anni fa, per certi versi peggiore perché limitava la modifica dell’articolo 18 solo al Sud. Quando faremo la verifica si dimostrerà che non è accaduto nulla. Che è una misura assolutamente marginale. Sulle flessibilità dico che per la prima volta si supera la logica fordista dando regole alla nuova realtà del lavoro».

          Epifani, per voi invece è un attacco ai diritti. Ma con la raccolta di firme che avete promosso, proporrete l’estensione dell’art.18 alle imprese sotto i 15 addetti?»

          Epifani: «Con la riforma dell’articolo 18 abbiamo la riduzione di un diritto fondamentale. Toccare la legge sui licenziamenti non ha alcuna relazione con i tassi di crescita dell’occupazione ma, semmai, con i tassi di sostituzione al lavoro. È quindi una misura che riduce la difesa individuale dei lavoratori, li mette in concorrenza tra loro. Del resto, si è creato un sentire comune molto forte nel Paese contro questo provvedimento. Per quanto riguarda la nostra proposta, la mia opinione personale è che dobbiamo fare ipotesi a due stadi: cioè avvicinare le sanzioni nei casi di comportamento illegittimo dell’impresa tra un lavoratore assunto in una piccola azienda o in un’impresa con più di 15 addetti. In una seconda fase, invece, puntare all’allargamento delle tutele».

          Contratti, primi sì alla riforma ma sulle pensioni solo no


          Con il Governo vi state scontrando sul tetto di inflazione programmata per il 2003: per il sindacato, l’1,4% è troppo basso. Può mettere in crisi l’attuazione del Patto per l’Italia?

          Pezzotta: «Il patto va rispettato. E il tetto dell’1,4% è oggettivamente basso. La politica dei redditi deve tenere insieme tre aspetti: politica fiscale, politica tariffaria e dei prezzi (il blocco varato dal Governo non è una politica seria), tetto di inflazione, e quindi potere d’acquisto delle retribuzioni. È questo il problema, non un punto o mezzo punto in più di inflazione programmata. Noi vogliamo rispettare l’accordo del 23 luglio. Se il differenziale tra programmata e reale è troppo alto, quando si farà il conguaglio, avremo una spinta inflazionistica. La vicenda, però mette a nudo un altro problema: la debolezza del sistema contrattuale italiano».

          Il presidente della Confindustria, Antonio D’Amato, rilancia la necessità della riforma della contrattazione per mantenere la politica dei redditi. È necessario intervenire e come?

          Pezzotta: «Sono per discuterne. Il modello attuale fa fatica a recuperare gli aumenti di produttività. Deve essere valorizzato di più il secondo livello, territoriale o aziendale, rispetto a quello nazionale».

          Epifani: «Tornando all’inflazione, osservo a Savino che nella prima pagina del Patto per l’Italia c’è scritto che la riduzione del tasso di inflazione è destinata a continuare nel 2003. Avendo accettato questo, probabilmente il tasso dell’1,4% a lui va bene. Il problema è che il Governo non onora la politica dei redditi, non tutela i redditi da lavoro dipendente».

          E sulla riforma contrattuale qual è la posizione Cgil?

          Epifani: «Le regole non si cambiano fino a che non vengono stipulati i contratti in scadenza. Il sottosegretario al Welfare, Maurizio Sacconi, sbaglia quando sostiene che, in questa tornata, per il pubblico impiego si debbano mantenere i vecchi accordi, mentre per i privati vanno cambiati subito. In questo modo il Governo si inserisce in un tema proprio delle parti. Il modello del 23 luglio ha difeso le retribuzioni al netto degli aumenti della pressione fiscale, ma gli incrementi di produttività sono andati alle imprese. La riforma deve rafforzare il contratto nazionale, nella prospettiva di un contratto europeo: a livello nazionale dovrà essere distribuita parte della produttività media di sistema, l’altra parte di produttività andrà destinata, con strumenti da definire, a livello aziendale e territoriale. Altrimenti solo il 20% dei lavoratori che fanno contrattazione aziendale riusciranno ad avere gli incrementi di produttività. La contrattazione provinciale di categoria, poi, è la balcanizzazione delle relazioni contrattuali, la confusione più totale. A questo risultato ci opporremo in tutti i modi, democratici e partecipativi. Non accetteremo mai un solo livello di contrattazione, né un contratto nazionale leggero con un livello decentrato più pesante».

          Pezzotta: «Non ho mai detto di puntare ad un solo livello. Il modello attuale apre un problema: gli incrementi di produttività non sono andati ai lavoratori, ma alle aziende. Questa situazione va affrontata, dando un maggiore peso alla contrattazione decentrata, altrimenti il risultato è che aumenta la contrattazione individuale e il nero».

          Epifani: «Ma se si recupera parte della produttività media a livello nazionale, avvicino le situazioni, non le allontano!»
          .
          Angeletti: «Il sistema contrattuale del 23 luglio non sopravviverà, perché non esiste più la premessa: creare un meccanismo, dopo la fine della scala mobile, per realizzare una politica antinflazionistica. Oggi non c’è un rapporto tra modello contrattuale, politica salariale e inflazione. I salari sono aumentati in linea con l’inflazione, che non è più un male da combattere: in questo senso il dibattito sull’1,4% è molto marginale. Piuttosto il problema è distribuire la produttività e quindi riformare la contrattazione. Vanno mantenuti i due livelli: quello nazionale, per tutelare il salario reale, mentre il secondo livello deve distribuire in modo generalizzato la produttività o in azienda o sul territorio».

          Epifani: «Quindi tre livelli: nazionale, aziendale, territoriale Di cui due attivi».

          Angeletti: «Devono anche cambiare le scadenze: il contratto nazionale va rinnovato ogni tre anni, proprio per evitare il problema del conguaglio. Non ha senso, visti i livelli dell’inflazione, continuare a fare guerre per aumenti che non arrivano a 10 euro lordi».
          Allora perché chiedete la modifica del tetto per il 2003?

          Angeletti: «Il Governo sta creando un motivo di conflitto senza una sostanza economica: rendere più realistico il tasso è una cosa di buon senso. Se nel 2004 dovremo recuperare uno scarto tra inflazione reale e programmata di 1,5 o 2 punti, si potrebbe creare una bolla inflazionistica. E questo sarebbe negativo».

          Pezzotta: «La vicenda del tasso di inflazione evidenzia la necessità della riforma della contrattazione. Quello attuale fa fatica a recuperare gli aumenti di produttività. Deve essere valorizzato di più il secondo livello, territoriale o aziendale, rispetto alla centralità del contratto nazionale. Sono per discuterne».

          Il Governo nega tagli alla spesa sociale nella manovra. Ma su pensioni e sanità bisognerà intervenire.

          Pezzotta: «Per adesso dobbiamo difendere le pensioni.

          Angeletti: «Guai a toccare la previdenza».

          Epifani: «Abbiamo già indetto uno sciopero generale anche su questo. Piuttosto il Governo deve fare chiarezza sulla situazione dell’economia e dei conti, su quali misure intenda prendere per evitare che la crisi si aggravi. Il rallentamento sull’economia c’è ed è grave: è visibile, come alla Fiat, alla Piaggio, alla Telecom, in certe piccole imprese, nella siderurgia. Non è un caso che il presidente della Confindustria abbia chiesto al premier "un atto di chiarezza", invitandolo ad andare in Parlamento a "dire la verità"».

          Dunque ci si deve aspettare un autunno caldo?

          Pezzotta: «È evidente che Berlusconi deve fare chiarezza, ma non so prevedere se sarà caldo o meno. Il nostro impegno è quello di incalzare il Governo nell’attuazione del Patto per l’Italia. Tutto dipenderà dalle scelte del Governo. Vedremo, noi non abbiamo proclamato scioperi generali in anticipo sui tempi».

          Angeletti: «Io non sono né ottimista, né pessimista. L’autunno dipende da Berlusconi, questo è chiaro».

          Una manovra da 20 miliardi di euro, condono-concordato compreso. Che ne pensate?

          Pezzotta: «Ci sono solo voci, per ora. Aspettiamo le scelte del Governo per la finanziaria, poi valuteremo. Quanto ai condoni non mi sono mai piaciuti. Premiamo solo i furbi».

          Epifani: «Noi rappresentiamo per lo più il lavoro dipendente, gente che paga fino all’ultima lira di tasse. Non possiamo non essere contrari».

          Angeletti: «Sarebbe l’ennesimo regalo a chi evade. È ora di finirla con i condoni, pensavamo di esserceli lasciati alle spalle: perché non cambia mai nulla nei comportamenti etici di questo Paese?».

          A proposito di comportamenti etici. Una inchiesta del "Giornale" ha aperto una polemica sui sindacalisti percettori di doppio assegno di pensione. Siete favorevoli o contrari a pubblicare i nomi?

          Pezzotta: «Non abbiamo problemi all’eventuale pubblicazione, ma è una scelta che compete all’istituto. Non devo essere io ad autorizzarlo».

          Epifani: «C’è un polverone sul nulla. Quei trattamenti sono frutto di una legge fatta per rendere più trasparente il vecchio sistema dei contributi figurativi. Quanto ai nomi, l’istituto faccia ciò che crede. Ma queste persone non hanno fatto nulla di male o di illegale».

          Sul no ai condoni e sul «guai a chi tocca le pensioni» torna l’unità sindacale…

          Pezzotta: «Le battute sono battute: l’unità sindacale è una cosa diversa. La verità è che noi abbiamo tre culture sindacali, molto forti, radicate, sulle cui differenze non abbiamo mai avuto il coraggio di andare fino in fondo. L’unità verrà solo quando saremo in grado di assumere il pluralismo come un valore. Lo stesso problema che ha l’Ulivo».

          È pensabile che riprenda il confronto tra le confederazioni per superare le difficoltà che finora vi hanno diviso?

          Pezzotta: «È difficile che ciò accada fino a che tutti non si libereranno dall’ossessione di fare politica».

          Epifani: «Abbiamo perso un’ottima occasione quattro o cinque anni fa. Eravamo a un passo dallo scrivere le regole sull’unità, avevamo anche trovato un compromesso sulla democrazia sindacale. Il problema più delicato resta quello della rappresentanza. Non ci convince l’idea che i soggetti possano riconoscersi vicendevolmente, perché allora ciascuno potrebbe riconoscere un interlocutore solo perché gli conviene. Per questo penso che avremo bisogno di una legge».

          Pezzotta: «Non sono d’accordo, preferisco norme pattizie o se proprio ci si deve arrivare, una legge successiva di sostegno e non di attuazione dell’articolo 39 della Costituzione. Il sindacato deve restare una libera associazione di persone».

          Angeletti: «Sono convinto anch’io della necessità di fissare regole generali che tengano assieme Cgil, Cisl e Uil, le loro diverse culture, pur scontando episodicamente opinioni diverse. È una cosa possibile metterci d’accordo, siamo a un passo da questo obiettivo. Basta che la Cgil accetti l’idea che può finire in minoranza».

          A cura di
          Massimo Mascini
          Lina Palmerini
          Nicoletta Picchio