Formazione, ora una riforma condivisa

01/02/2010

In Italia il lavoro cresce troppo poco. Si è introdotta più flessibilità ma il lavoro continua a non crescere. Cos’è che non funziona?
«Nell’Angelus il Papa ha fatto appello al senso di responsabilità di tutti- ci risponde il professor Michele Tiraboschi, giuslavorista e collaboratore del ministro del Welfare Maurizio Sacconi-. Invece abbiamo un sistema di relazioni sindacali molto litigioso, poco umile a capire le ragioni dell’altro. Un governo votato dalla maggioranza degli italiani per andare in una direzione, e ci sono gli altri attori sociali che sono in grado di paralizzarne l’azione».
Un esempio?
«La disoccupazione giovanile è un problema grandissimo, che si risolve solo con l’integrazione scuola-lavoro, attraverso l’apprendistato come forma di utilizzo più forte dell’azienda come luogo di formazione. Questi strumenti non funzionano per veti incrociati».
Sta dicendo che l’emendamento di settimana fa al “Disegno di legge lavoro” per considerare un anno di apprendistato in azienda come un anno di scuola, deve camminare?
«E’ l’esempio di come invece di cercare di capire la proposta, che non significa abbassare a quindici anni l’obbligo scolastico, si cominci subito a litigare. Invece di sperimentare la novità, di chiedersi se è questa la ricetta buona per i giovani, si dice subito di no. Negli altri paesi si litiga ma non così tanto. Non si fa la critica a prescindere, si va a vedere nel merito. Il nostro è un clima di relazioni industriali molto, molto negativo».
Però delle cose sono successe nel mercato del lavoro, la situazione non è così fossilizzata..
«Abbiamo fatto la flessibilità in entrata ma non quella in uscita. Siamo il paese con la normativa più rigida sui licenziamenti. Siamo un paese con 500 mila cause di lavoro ogni anno. Anche le riforme già fatte su contratto a termine, lavoro interinale, sullo staff leasing, sono rimaste sulla carta perchè chi le usa rischia un contenzioso. E da esperto della legge Biagi le dico che quella legge è stata attuata dal 2003 ad oggi solo al 40-50 per cento».
L’emendamento di una settimana fa di cui parlavamo prima sarebbe un’applicazione della Biagi?
«La regola di fare l’apprendistato come diritto dovere di istruzione e formazione è nella Legge Biagi. Però vede, il problema è anche un altro. Il legislatore fa la legge poi ci sono le competenze delle Regioni, delle Province, dei Comuni. E il sindacato che fa i contratti collettivi. Posso avere una legge che introduce flessibilità ma se poi il contratto collettivo non la recepisce, resta ferma».
Per questo l’Italia crea meno lavoro, e anche meno prodotto?
«Perché invece di pensare a come rendere più grande la torta si comincia a litigare, nemmeno a come spartirla, ma a come cucinare questa torta. Il primo problema da risolvere quindi è sistemare le relazioni industriali. E il secondo riguarda scuola e università. Vanno potenziate per avere un buon mercato del lavoro».
A questo proposito Sacconi ha annunciato per dopo le elezioni la riforma della formazione, ha qualche anticipazione da darci?
«C’è la volontà di raggiungere nelle prossime settimane un accordo condiviso tra Stato, Regioni e parti sociali su come usare i 2,5 miliardi di euro a disposizione per tutte le tipologie di formazione. Su questo si sta già lavorando».
Il Papa ha parlato a tutti, e lei?
Sorride, «valgo meno del Papa… ma anche il mio messaggio è per tutti. Basta con i pregiudizi, bisogna trovare soluzioni condivise, ben sapendo che l’indirizzo politico spetta al governo».