Formazione? Giovani fuori strada

15/04/2004



 
 
 
 
ItaliaOggi Focus
Numero 090, pag. 4 del 15/4/2004
Autore: di Chiara Cinti
 
Formazione? Giovani fuori strada
 
Rapporto dello Iard e Adecco sui lavoratori tra i 18 e 30 anni .
Solo il 37% ha un impiego stabile.
Per chi lavora basta inglese e pc. Le aziende chiedono di più
 
Aggiornamento professionale? Un optional per i giovani occupati, fuoristrada sulle competenze da sviluppare per la crescita delle imprese. È quanto emerge dalla ricerca ´I giovani e il lavoro’, promossa da Adecco, agenzia per il lavoro, e realizzata dall’istituto Iard Franco Brambilla e dall’università degli studi di Milano-Bicocca su un campione di 1.400 giovani tra i 18 e 30 anni. A parte la lingua straniera, i lavoratori di questa età ritengono di dover sviluppare competenze totalmente opposte a quelle che, invece, richiedono le aziende.

Anziché migliorare le capacità trasversali, come la comunicazione, l’organizzazione e il lavoro di squadra (come richiesto dalle imprese), per i giovani lavoratori è sufficiente studiare una lingua straniera, avere buone competenze tecniche e saper usare il pc. Inoltre, solo un occupato su due si dichiara disponibile a seguire corsi di aggiornamento professionale in ufficio. E la quota scende al 24% se lo deve pagare di tasca propria. La differenza di prospettive tra giovani e imprese si spiega così: ´È frutto di una visione ancora troppo burocratica della formazione’, afferma Antonio de Lillo, presidente dell’istituto Iard Franco Brambilla, ´nella convinzione che il diploma di laurea serva come titolo d’accesso per trovare un impiego e sia sufficiente per il resto della vita lavorativa’. La necessità di aggiornarsi, invece, è più sentita tra studenti e disoccupati, che, una volta senza impiego, avvertono l’inadeguatezza della preparazione ricevuta e dichiarano che più spesso frequenterebbero i corsi, anche pagandoli di tasca propria.

Ma l’accesso al mondo del lavoro per i giovani si fa sempre più difficile, colpa di un bagaglio formativo che non basta più. Secondo lo Iard, è il Nord a rappresentare il principale bacino di impiego. Hanno un contratto a tempo indeterminato il 54% dei giovani del Nordovest e il 44% nel Nordest, contro il 35% nell’Italia centrale e il 24% nel Sud.

La percentuale di occupati con un posto stabile scende al 17% per i giovani tra i 18 e i 20 anni e al 36% tra i 21 e i 24 anni. La prima esperienza avviene presto: il 40% dei giovani tra i 18 e i 30 anni inizia a lavorare con impieghi occasionali e saltuari, il 37% con un contratto a tempo indeterminato. Il 23%, invece, non ha ancora maturato alcuna esperienza. ´Già negli anni 90 i giovani esploravano il mondo del lavoro con i cosiddetti lavoretti; oggi il modello si è esteso al 40% degli intervistati’, aggiunge il presidente dell’istituto Iard. ´Anche l’uscita dei giovani dal nucleo familiare intorno ai 30 anni è dovuta a una scelta razionale ed economica che permette di mantenere un certo tipo di vita. Visto che è più difficile trovare un lavoro e iniziare a costruire la propria vita in maniera indipendente e autonoma’.

E chi ha trovato un posto lo ritiene definitivo. Infatti, nove giovani su dieci considerano stabile la propria situazione, pur essendo all’inizio della carriera lavorativa. Solo uno su dieci è sicuro che in futuro cambierà professione o posto di lavoro. ´Negli anni 80 chi trovava un lavoro si considerava sistemato a vita’, spiega De Lillo, ´dopo l’incertezza degli anni 90, oggi il 62% considera la propria occupazione sicuramente definitiva’. Trovare lavoro, infatti, resta un’impresa difficile.

Lo dice il 64% degli intervistati e per il 42% tra dieci anni lo sarà ancora di più.

La formazione

È poco sentita la necessità di aggiornamento delle proprie conoscenze e competenze professionali. Solo un giovane occupato su due (51%) è disponibile a seguire dei corsi di formazione in orario di lavoro, ma questa quota scende al 24%, nel caso in cui il giovane occupato debba pagarli di tasca propria. Migliora, invece, la situazione tra disoccupati e studenti, che più spesso li frequenterebbero (rispettivamente 69% e 76%), anche dovendo pagare (rispettivamente 47% e 62%).

Se si chiede, poi, di quali competenze avvertono maggiormente il bisogno, l’esigenza più urgente è l’apprendimento della lingua straniera (ritenuta utile per il 44% degli occupati e per il 58% dei non occupati); seguono le competenze tecniche (utili per il 32% degli intervistati occupati e per il 53% degli inattivi) e l’uso del pc (utile per il 29% degli occupati e il 42% degli inattivi).

Decisamente sottovalutate le capacità cosiddette trasversali, soprattutto per coloro che già lavorano. È utile acquisire capacità quali lavorare in gruppo solo per il 19% degli occupati, organizzare il proprio lavoro e comunicare solo per il 16%. L’8% degli occupati, infine, dichiara di non aver bisogno di corsi di formazione per migliorare o acquisire competenze di base.

Pare convinzione diffusa che le competenze vincenti siano quelle di tipo tecnico, informatico e linguistico, piuttosto che le abilità organizzative o di tipo relazionale.

Invece, secondo Claudio Poli, presidente Asfor, associazione per la formazione aziendale, sono proprio queste ultime la chiave d’accesso per il mondo delle imprese e della p.a. ´Le aziende si trovano in un mercato estremamente competitivo, per questo chiedono ai giovani neolaureati due o tre competenze di base: lingua inglese, uso del pc e qualche rudimento di costi aziendali. Ma poi sono indubbiamente le capacità di comunicazione, leadership e di lavorare in gruppo che fanno la differenza sia per le imprese sia per la pubblica amministrazione’.

Sì alla flessibilità, ma solo all’inizio

I giovani si dichiarano sempre più aperti alle nuove formule di lavoro. Soprattutto per entrare nel mercato, ma, una volta occupati, vogliono sicurezza lavorativa e una buona retribuzione. Infatti, nonostante il 53% del campione intervistato si sia dichiarato disponibile al lavoro a tempo determinato e il 46% aperto alla possibilità di rendere più facili i licenziamenti, il 73% è contrario a ridurre le retribuzioni in caso di calo della produzione.
´Una volta il lavoro e la famiglia erano condizioni essenziali per costruire la propria identità sociale’, dichiara De Lillo, ´oggi invece la famiglia rimane sempre al primo posto, ma subito dopo c’è la vita di relazione (affetti e amici) e il lavoro compare solo al terzo posto. Insomma, di fronte all’incertezza del mondo del lavoro i giovani mettono in atto dei meccanismi di difesa: si chiudono nella famiglia e nelle relazioni interpersonali. Tanto che sul posto di lavoro chiedono buone relazioni. Quindi, se i giovani dimostrano di adeguarsi alla società che cambia, allo stesso tempo si riscontra anche una chiusura, che può portare fino al loro estraniamento’.
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