Formazione, divario Nord-Sud

01/08/2002

1 agosto 2002

1) Formazione, divario Nord-Sud

2) Standard comuni, proposta sindacale


Indagine Isfol: cresce la partecipazione dei giovani ai corsi ma restano gli squilibri territoriali – Si cerca un’intesa con le Regioni
Formazione, divario Nord-Sud
Poco conosciute le attività legate agli obblighi formativi
(NOSTRO SERVIZIO)

ROMA – Obbligo formativo, studenti e docenti lo conoscono appena. E anche se cresce la partecipazione ai corsi, il divario Nord Sud rimane una realtà ancora troppo pesante. Lo dicono i dati del monitoraggio Isfol sulle attività realizzate dalle regioni nel corso del 2001 e su quelle programmate per i primi mesi di quest’anno. Aumenta, rispetto alle precedenti rilevazioni, la partecipazione dei ragazzi ai corsi di formazione. I dati parlano di 57mila iscritti per l’anno 2001-2002, contro i 18mila dell’anno precedente: una performance che dovrebbe risollevare le sorti di una riforma partita con non poche difficoltà. L’obbligo di «frequenza di attività formative fino al diciottesimo anno di età» è stato istituito dall’articolo 68 della legge 144/99, cioè il collegato-lavoro alla Finanziaria per il 2000, per garantire un adeguato livello di istruzione a quei ragazzi che, compiuti i 15 anni, scelgono di non continuare la scuola. L’obbligo può essere assolto nell’istruzione professionale regionale, nell’apprendistato o in percorsi integrati scolastici e professionali. Alla fine di ogni anno, le scuole devono comunicare gli elenchi dei giovani soggetti ad obbligo ai Centri per l’impiego, i quali, a loro volta, organizzano le attività di orientamento, tutoraggio e formazione. Spetta dunque agli istituti scolastici e agli ex uffici di collocamento informare docenti, studenti e famiglie sulle modalità dell’obbligo di formazione. Ma, secondo i dati Isfol, il livello di diffusione delle notizie è ancora troppo scarso e male organizzato. Solo il 14,3% dei giovani e il 21% delle famiglie, infatti, sa che non si può smettere di studiare prima dei 18 anni, mentre per i docenti questa percentuale supera di poco il 32 per cento. Addirittura 21 insegnanti su 100 non sanno fino a che età i ragazzi hanno l’obbligo di frequentare attività formative. Tra gli studenti e le famiglie, poi, le percentuali di chi risponde «non so» salgono, rispettivamente, al 55 e al 43 per cento. Resta, inoltre, l’antico problema del divario Nord Sud. I Centri per l’impiego del Nord-Ovest hanno attivato i servizi nel 77% dei casi, quelli del Nord-Est nel 66%, mentre al Sud il dato precipita al 47 per cento. Va meglio, invece, nel Centro Italia: qui la percentuale degli adempimenti realizzati si attesta intorno al 74 per cento. «La disomogeneità territoriale e lo scarso livello di informazione – afferma Giorgio Allulli, dirigente Isfol – rappresentano i punti ancora deboli del sistema. Ma è positivo notare che nel secondo semestre del 2001 sono partite materialmente le attività programmate dalle Regioni dopo il regolamento attuativo della riforma, pubblicato nel 2000». Altro nodo da sciogliere è quello delle anagrafi regionali, gli elenchi, cioè, dei giovani soggetti all’obbligo formativo, che risultano ancora «in fase di costituzione e di rodaggio». Per questo «sarebbe opportuno – dice l’Isfol – confrontare i dati provenienti dalle scuole con le anagrafi comunali» in modo che nessun quindicenne abbandoni gli studi prima dei 18 anni. Sul fronte dei Centri per l’impiego, l’indagine parla di «risultati apprezzabili». Il 13,2% dei Centri fornisce servizi di tutorato, quasi il 30% offre programmi di orientamento individuale mentre le attività di «prima informazione» sono disponibili nel 57% delle strutture.

Alessia Tripodi





Standard comuni, proposta sindacale
ROMA – Si cerca l’accordo tra Regioni e parti sociali sulla formazione. Le premesse ci sono, almeno a giudicare dall’esito dell’incontro dei giorni scorsi tra Cgil, Cisl e Uil e il coordinamento degli assessori regionali e provinciali al lavoro e alla formazione. L’obiettivo, lanciato unitariamente dai sindacati, è quello di creare con gli enti locali un sistema di standard formativi minimi e "comuni" per evitare ulteriori diversità tra mercati territoriali. La proposta sindacale sarà estesa anche alle imprese, già alleate con le organizzazioni dei lavoratori sulla rilevazione dei fabbisogni formativi. La riunione tecnica dei giorni scorsi precede il via libera politico dei presidenti delle Regioni, che forse potrà esserci già a settembre. «Puntiamo – spiega Pietro Gelardi, responsabile della formazione per la Cisl – ad allestire un circuito nazionale della formazione in cui gli standard formativi, le competenze, la certificazione siano comuni su tutto il territorio. Già esiste un forte divario tra i mercati locali che rischia di essere ulteriormente esasperato dalla riforma della Costituzione che affida alle Regioni la legislazione sulla formazione. Se ogni governo locale procede per proprio conto, il rischio è di avere una formazione "arlecchino" diversa in ogni Regione». Insomma, se già la distanza Nord-Sud è ampia, se già la mobilità del lavoro è uno dei problemi del nostro sistema, una formazione gestita senza un comune denominatore diventa un ostacolo in più e un motivo di divisione ulteriore. Il modello a cui guarda la proposta sindacale è quello di altri Stati caratterizzati da un forte assetto federale: la Spagna, la Germania e anche la Gran Bretagna che hanno già adottato gli standard e la certificazione "comuni" per garantire la qualità dell’offerta formativa e la mobilità di studenti e lavoratori. Con il nuovo articolo 117, la formazione professionale è stata riservata alla legislazione esclusiva delle Regioni: si pone, dunque, anche nel nostro Paese il problema di creare un raccordo tra i diversi governi locali. Cgil, Cisl e Uil propongono, allora, la definizione di standard minimi di competenze che diventano la condizione per il rilascio della certificazione dei percorsi formativi valida su tutto il territorio nazionale e, in prospettiva, anche in ambito comunitario. «La nostra proposta – aggiunge Gelardi – è quindi quella di creare un linguaggio comune su un tema come la formazione che è già in larga parte disatteso nelle politiche del lavoro. Soprattutto vorremmo trovare una logica nazionale altrimenti si corre il rischio che la certificazione e i crediti formativi del lavoratore di Reggio Calabria non valgano a Bolzano o a Milano». La formazione diventa strategica a maggior ragione ora, con le nuove misure del Governo sul mercato del lavoro. La riforma degli ammortizzatori sociali, infatti, scritta nel disegno di legge delega all’esame del Senato, prevede uno stretto collegamento tra percezione del sussidio di disoccupazione da parte del lavoratore e i percorsi formativi. Nella delega è prevista, infatti, una sanzione per il disoccupato che non segua i corsi offerti dagli uffici di collocamento: la perdita dell’indennità.

Li.P.