«Fondi regionali, una scommessa da verificare»

02/12/2002




            sabato 30 novembre 2002

            ITALIA-POLITICA

            Pensioni integrative



            «Fondi regionali, una scommessa da verificare»

            Il presidente della Commissione di vigilanza Francario: attenzione ai «mercatini» territoriali


            ROMA – «Il ruolo che i fondi pensione regionali possono avere in un nuovo Welfare a più gambe è sicuramente positivo». Da Lucio Francario, presidente della Covip (la Commissione di vigilanza sui fondi pensione), arriva un sostanziale via libera alla previdenza integrativa "federale". Anche perché i fondi regionali sono già una realtà: "Laborfonds" in Trentino Alto Adige e "Solidarietà Veneto" sono stati autorizzati da Covip «sulla base della legislazione previgente prima ancora che entrasse in vigore il nuovo Titolo V della Costituzione». E per Francario proprio quello del Trentino è un modello da adottare, anche a livello legislativo. Il presidente della Covip è convinto che ai fondi regionali non è collegato il rischio di nuovi squilibri Nord-Sud, anche se è consapevole che il processo dovrà fare anche i conti con la situazione finanziaria delle Regioni. Ma avverte: «Occorre fare molta attenzione alle tentazioni di mercatini regionali», che vanno assolutamente scongiurate. E aggiunge: «Non si può tornare ai municipi nell’epoca del mercato europeo e del mercato mondiale». Un via libera, insomma, ma a condizioni precise. Intanto resta da capire come sarà modellato il nuovo sistema dei fondi pensione regionali annunciato dal ministro del Welfare, Roberto Maroni. Una decisione sembra già presa: la previdenza integrativa potrà essere definita in prima persona (o di concerto) dalle Regioni tenendo conto del costo della vita e delle diversità delle stesse Regioni. Un meccanismo che, se non ben tarato, potrebbe creare una situazione di trattamenti integrativi differenziati a livello territoriale. Il piano Maroni. A confermare che Maroni intende spingere sull’acceleratore per attivare il sistema di previdenza complementare regionalizzato è il "rapporto-Cazzola" sulle pensioni italiane presentato nelle scorse settimane a Bruxelles: «Va ricordato che la riforma dell’articolo 117 della Costituzione conferisce alle Regioni potere legislativo in materia di previdenza complementare e che un maggiore intreccio tra forme di categoria nazionale ed esperienze intercategoriali nel territorio (specie nel comparto delle piccole e medie imprese) potrebbe consentire al sistema una maggiore flessibilità e quindi una più estesa penetrazione». Obiettivi che, secondo Maroni, potrebbero essere realizzati a breve attuando le misure previste dalla delega pensioni. Il sì "condizionato" di Covip. Secondo il presidente della Covip, nella legge delega occorre «seminare i principi fondamentali» del nuovo sistema di previdenza complementare. Quanto agli strumenti legislativi di attuazione, per Francario esiste già un modello da seguire, quello del Trentino dove è stato attivato Laborfonds: «Esiste già un’esperienza di definizione dell’attività concorrenziale della legislazione nazionale e di quella regionale ed è quella del Trentino». Esperienza che «tiene conto dei princìpi di trasparenza, sicurezza, vigilanza e controllo» che per la Covip sono assolutamente inderogabili. Anche in passato – sottolinea Francario – «siamo stati sempre contrari a quelle proposte che ritagliavano spazi di azione ai fondi pensione soltanto nella logica dei mercati regionali con ipotesi parossistiche quali quelle che prevedevano che si dovesse concepire un obbligo di reinvestimento delle allocazioni finanziarie nei mercati regionali di riferimento». Nord-est in vantaggio. Francario esclude rischi di squilibri tra Nord e Sud. Ma i dati sulla distribuzione degli iscritti ai fondi pensione negoziali dimostrano che la previdenza complementare è una realtà prevalentemente "settentrionale": il 42% delle adesioni è concentrato nel Nord est; il 26% nel Nord ovest; il 18% nell’Italia centrale; solo il 14% nel Mezzogiorno. I fondi regionali esistenti. Laborfonds e Solidarietà Veneto sono i due fiori all’occhiello dello sparuto drappello di fondi regionali già esistenti. Il primo spinge quasi a pieni giri: raccoglie ben il 38% degli iscritti fra aziende di piccole dimensioni e, includendo anche le medie, si arriva al 58 per cento. Il secondo ha superato la quota delle 55mila adesioni con un patrimonio da gestire pari a oltre 50 milioni €.
            MARCO ROGARI