Fondi pensione: Troppi vincoli per i dipendenti

15/05/2001

Il Sole 24 ORE.com

Martedì 15 maggio 2001 – Pagina 23




    Troppi vincoli per i dipendenti
di Marco Fabio Rinforzi

Una casuale, quasi simbolica coicidenza ha condotto il decreto corretivo delle regole fiscali sui fondi pensione e il Tfr alla pubblicazione in «Gazzetta Ufficiale» mentre le urne disponevano il cambio della maggioranza di Governo. La disciplina delineata nell’ambito della «riforma Visco» trova, così, il suo assetto definitivo (il consueto, inqualificabile ritardo dell’amministrazione finanziaria fa entrare in vigore a fine maggio disposizioni che si devono applicare retroattivamente dal 1° gennaio scorso) proprio mentre la situazione politica ne rimette in discussione i presupposti. O, quanto meno, riapre la possibilità di affrontare a tre nodi fondamentali rimasti irrisolti sul tappeto del confronto politico-sindacale, che – a giudizio di gran parte degli esperti – limitano l’auspicabile efficacia della riforma per lo sviluppo della previdenza complementare e integrativa.
Il primo problema è quello dell’aliquota di tassazione dei rendimenti finanziari degli investimenti cui il fondo pensione destina le entrate contributive. Il sistema attuale la fissa all’11%, contro il 12,5% della misura ordinaria prevista dalla disciplina dei capital gain. Si tratta di una piccola agevolazione, che tutti giudicano insufficiente per costituire un incentivo adeguato e che lo stesso Governo uscente intendeva incrementare.
La seconda questione riguarda l’utilizzazione per la formazione della previdenza complementare degli accantonamenti che i datori di lavoro eseguono mensilmente come trattamento di fine rapporto. Chi punta su queste somme (almeno 25mila miliardi l’anno) come massa d’urto per lanciare la previdenza complementare fonda il suo ragionamento sulla funzione previdenziale che già riveste il Tfr, cui sarebbe data una veste più moderna. D’altra parte, le imprese hanno fatto sempre conto su queste risorse come fonte di autofinanziamento, considerandole proprie fino all’erogazione per cessazione del rapporto di lavoro.
Il terzo nodo dell’attuale disciplina, che rischia di risultare una palla al piede per il decollo della previdenza complementare, è costituito dall’obbligo imposto ai lavoratori dipendenti di destinare quote del Tfr ai fondi pensione (quindi a quelli "chiusi", costituiti in seguito ad accordi sindacali) per poter ottenere sgravi fiscali sui contributi volontari. Quest’obbligo preclude, di fatto, ai lavoratori dipendenti la possibilità di costruirsi una previdenza integrativa privata fiscalmente agevolata, fuori da quella "sindacale".
Di là da questi tre nodi che attendono di essere risolti dopo la sospensione pre-elettorale del confronto tra le parti sociali, e che, quindi, vanno considerati come l’obiettivo minimo del prossimo Governo, l’esito delle elezioni politiche consente di riaprire il dibattito sui pilastri della riforma fiscale dei fondi pensione, realizzata nell’ambito della «riforma Visco».
Il sistema si fonda sulla detassazione Irpef parziale dei contributi, sulla tassazione sostittiva ad aliquota fissa dei rendimenti di anno in anno maturati presso il fondo pensione, sulla tassazione Irpef al momento della percezione della rendita della sola quota corridpondente ai contributi detassati all’origine. Un’articolazione complessa, che mira ad agevolare fiscalmente i fondi pensione senza compromettere più di tanto gli incassi erariali nel periodo di formazione della rendita. Un’articolazione imperniata, inoltre, sulla tassazione annuale dei rendimenti "maturati" presso il fondo, sul modello di quanto previsto per la fiscalità del risparmio gestito.
A parte, quindi, le conseguenze che potrebbero ricadere sul sistema qualora il nuovo Governo decidesse di eliminare la tassazione dei capital gain solo maturati (e, quindi, il connesso equalizzatore) – come ventilato in qualche occasione nel corso della campagna elettorale – c’è da riflettere sull’efficacia incentivante di un meccanismo troppo complesso e condizionato per essere compreso immediatamente da coloro che dovrebbero utilizzarlo. La convenienza fiscale discende da troppi fattori per poter essere calcolata preventivamente ed è poco percepibile da chi dovrebbe essere invogliato a rinunciare a quote di reddito immediato in vista di un beneficio sfalsato di qualche decina di anni.
In questo senso la riforma fiscale dei fondi pensione soffre anzitutto di un difetto di comunicazione, cioè di una difficoltà di farsi apprezzare dai suoi destinatari. Il che ne svilisce l’effetto incentivante.

 
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