Fondi Pensione, stretti tra banche e Inps

06/04/2007
    CORRIERECONOMIA
    di lunedì 2 aprile 2007

      Pagina 2 – Primo piano

      Previdenza e finanza – Sono pochi i lavoratori, e ancor meno quelli giovani, che destinano la liquidazione al vitalizio complementare. Ecco le conseguenze del sistema

        Fondi Pensione, stretti tra banche e Inps

          La fuga dei risparmiatori in Italia. Il processo avviato da Mediobanca. L’Assogestioni e i conflitti d’interesse

            di Massimo Mucchetti

              La previdenza complementare stenta a decollare. Secondo una recente inchiesta di Ipr Marketing per il Sole 24 Ore , solo un lavoratore su quattro ha destinato a un fondo pensione il trattamento di fine rapporto, il 46% ha deciso di lasciarlo in azienda mentre il 29% non ha ancora preso decisioni. Tra quanti hanno scelto i fondi pensione, il 60% si è rivolto ai fondi negoziali, promossi dai sindacati, e solo il 27% ha aderito ai fondi aperti, promossi dall’industria dei fondi. Infine, solo il 16% dei dipendenti fino ai 34 anni di età ha affidato il Tfr alla previdenza complementare. La delusione è grande tra quanti vedono nei fondi pensione la premessa per una riforma anglosassone del capitalismo italiano, anchilosato da forme proprietarie troppo legate alle famiglie o allo Stato. In realtà, i fondi pensione investono poco in azioni e ancor meno in azioni italiane, com’è giusto che sia per diversificare i rischi. Ci dovremo rassegnare a vedere ancora per un po’ i patti di sindacato, le piramidi societarie e le fondazioni bancarie quali investitori istituzionali. Il punto vero, del resto, non è la riforma del capitalismo che langue quanto lo scarso entusiasmo che l’idea della pensione di scorta suscita nel suo mercato naturale, che non è formato dai colletti bianchi che riceveranno i bonus per la gestione dei fondi pensione, ma dai lavoratori che verseranno i soldi.

              Alla base c’è ancora una certa confusione sull’Inps, sulle priorità dei lavoratori e sulla credibilità dell’industria italiana del risparmio. La previdenza pubblica obbligatoria è in difficoltà. Ma si crede davvero che l’Inps possa fallire? Sarebbe un disastro che manderebbe a picco l’intera finanza italiana. Eventualità perciò poco credibile. Più serio, invece, è sapere che l’Inps, a parità di contributi e di età del ritiro, erogherà pensioni più leggere. Per correggere la tendenza si può elevare l’età per ricevere la pensione Inps oppure sottoscrivere piani pensionistici integrativi. Ma per questa seconda opzione bisogna avere la capacità di risparmio. In Italia quella dei lavoratori dipendenti va scemando. Negli ultimi 5 anni la crescita salariale è stata tra le più basse d’Europa e si è accompagnata alla diffusione del lavoro precario. Se la retribuzione è modesta, il Tfr sarà piccolo e darà diritto a una pensioncina integrativa, la cui appetibilità sta nella differenza tra il capitale accumulato per questa via e quello che comunque assicura la tradizionale liquidazione. Detto questo, è scarso anche l’interesse da parte di chi, più abbiente, potrebbe avere maggior interesse ai fondi comuni. Perché anche fra costoro il fondo pensione stenta?

              Dall’industria dei fondi, che al momento è prevalentemente industria dei fondi comuni d’investimento, vengono due spiegazioni. La prima la propone l’economista Luigi Zingales, che insegna a Chicago: c’è un deficit di fiducia verso l’investimento azionario da parte dei risparmiatori. La seconda viene da Alberto Foà, leader di Anima, una delle poche società italiane di gestione di fondi non legate a una sola rete distributiva: l’investitore è privo di cultura finanziaria e le reti di vendita non l’aiutano perché, essendo bancadipendenti, vendono i prodotti della casa non fanno da broker. Si potrebbe aggiungere che il governo non supplisce informando bene i lavoratori sui fondi pensione, perché ha interesse a trattenere i Tfr presso l’Inps, così da poterli portare in detrazione del debito pubblico, come vuole la finanza pubblica creativa del centro-sinistra.

              Zingales ha proposto una soluzione che ha entusiasmato l’assemblea dell’Assogestioni: costruire la fiducia nell’investimento azionario migliorando la protezione legale contro le frodi, accrescere la cura consulenziale delle banche, far leva su istituzioni fidate come la Chiesa e la Scuola nella gestione del risparmio, sfruttare le determinanti culturali che suscitano fiducia: «donne promotrici per donne investitrici: extracomunitari per extracomunitari; veneti per i veneti». Al di là di ogni giudizio sulle relazioni tra marketing, etica e valori, Assogestioni non scava nell’industria italiana dei fondi per vedere se non abbia difetti tali da minare il presente dei fondi comuni e il futuro dei fondi pensione. Quando nel 2006, anno buono per i fondi di tutt’Europa, gli italiani perdono raccolta per 48 miliardi e precipitano all’ottavo posto nel mondo quando ancora nel 2002 erano terzi, il difetto, forse, è nel manico.

              Secondo l’Ufficio studi di Mediobanca, la performance dei fondi, salvo eccezioni, è deludente se posta in relazione agli investimenti alternativi. E questo anche a causa di costi di gestione assai più alti di quelli americani, drogati da oneri di negoziazioni eccessivi dovuti a una movimentazione dei portafogli inutilmente più intensa di quella in uso oltre Atlantico. Piazzetta Cuccia contesta l’utilità dell’industria italiana dei fondi rispetto all’economia del paese se la performance peggiore rispetto all’investimento in titoli di Stato riesce a distruggere valore per 63 miliardi negli ultimi sette anni, senza contare il premio che pure sarebbe stato dovuto per l’esposizione al rischio. Assogestioni, durante la presidenza Cammarano ebbe contrasti feroci con Mediobanca. Il nuovo presidente, Marcello Messori, pur conservando riserve metodologiche sull’analisi, riconosce che Mediobanca ha coperto un vuoto e che servono maggiori approfondimenti e confronti. Sarebbe allora interessante se, oltre a un maggior impegno di Assogestioni, la stessa Banca d’Italia, magari nella forma non ufficiale dei paper dell’Ufficio studi, dicesse la sua.

              Alla fuga dai fondi i gestori dei fondi hanno fin qui reagito in modo assai debole. Criticano, e a ragione il governo, ma quando l’eretico Foà propone alla sessantina di Sgr italiane di metter mano al portafoglio per fare una campagna pubblicitaria come si deve sui fondi pensione, la risposta è stata mezzo milione di euro in tutto. Un aneddoto, si dirà. Ma sufficiente a confermare quanto sia limitata la sovranità dei fondi in un sistema dove banche e assicurazioni posseggono le Sgr e le reti di vendita, che vengono remunerate in base ai quattrini che portano al top management e non in base al servizio reso al cliente. Che, oggi, viene tosato meglio con le obbligazioni strutturate, dai ricchi margini immediati e poco chiari, con buona pace dei fondi.