Fondi pensione: Perché faticano a imporsi sul tfr

09/03/2007
    8 marzo 2007 – ANNO XLV N.10

      Pagina 98/99/100 – Economia

        OLTRE LA LIQUIDAZIONE – IL LENTO DECOLLO DELLA PREVIDENZA INTEGRATIVA

          Fondi pensione.
          Perché faticano a imporsi sul tfr

            di Edmondo Rho

              I lavoratori non si fidano
              e difficilmente si centrerà
              l’obiettivo del 40 per cento
              di adesioni indicato dal governo.
              Le ragioni? Costi e trasparenza
              da migliorare. E poi incombe
              una trappola fiscale.

              Un decollo lento e con numerosi problemi aperti. A cominciare dalla necessità di maggiore trasparenza, fino al futuro dell’autorità di controllo e dell’aspetto fiscale. I fondi pensione stanno raccogliendo nuovi iscritti grazie al conferimento del tfr (trattamento di fine rapporto, ovvero la vecchia liquidazione) partito il 1° gennaio e con traguardo il prossimo 30 giugno. Ma sembra molto difficile che riescano a raggiungere quel 40 per cento di adesioni fra i lavoratori indicato come obiettivo dal ministro del Lavoro Cesare Damiano. «Noi presumiamo che la vera partenza cominci a marzo e si potrà arrivare entro l’anno al 25-30 per cento di lavoratori aderenti» dice a Panorama Luigi Scimia, presidente della Covip, la commissione di vigilanza sui fondi pensione.

                Finora la crescita di iscritti ha riguardato solo i fondi chiusi, chiamati anche negoziali perché istituiti con il negoziato fra lavoratori e imprese: per esempio il Cometa, fondo dei metalmeccanici, ha raccolto 9 mila nuove adesioni al mese di gennaio. Secondo Scimia «la raccolta dei fondi negoziali a gennaio è soddisfacente con un incremento di circa il 2 per cento degli iscritti, cioè oltre 20 mila lavoratori, e fa presumere un buon risultato a fine anno».

                  Rimangono al palo, per ora, i fondi aperti e le polizze che, ricorda il presidente della Covip, «sono più costose». Pesa una certa sfiducia dei lavoratori verso i fondi pensione. «Purtroppo l’operazione del conferimento del tfr non decolla nella piccola impresa» afferma l’economista Giuliano Cazzola, uno dei maggiori esperti italiani di previdenza. E i sondaggi lo confermano: nelle piccole imprese, fino a 50 dipendenti, il 58 per cento dei lavoratori preferisce mantenere il tfr in azienda, secondo un monitoraggio della Gpf Eurisko per conto dell’Assogestioni, l’associazione dei gestori italiani che ha al suo interno anche i fondi pensione aperti. «Certo, così si spiega il fatto che Assogestioni non sia particolarmente soddisfatta» commenta Scimia, ricordando invece che «i fondi chiusi hanno fatto un’azione molto convincente all’interno delle aziende. E sono favoriti dal fatto che il costo delle loro adesioni è bassissimo».

                    Già, ma quanto rendono i fondi pensione? Panorama ha messo a confronto i rendimenti dell’ultimo triennio utilizzando la banca dati della società d’analisi indipendente Consultique: nelle tabelle a pagina 99 sono indicati i migliori fondi chiusi e aperti di alcune categorie.

                      Monetari a parte, i rendimenti vanno bene e in particolare i fondi aperti hanno sfruttato meglio il rialzo di borsa dell’ultimo triennio. Invece i fondi chiusi sono solitamente più prudenti negli investimenti, ma ciononostante il comparto azionario del Fopen, fondo dei dipendenti del gruppo Enel, ha reso il 37 per cento nel triennio e oltre il 9 per cento nell’ultimo anno.

                        I rendimenti vanno confrontati con i costi. Giuseppe Romano, direttore dell’ufficio studi della Consultique, ricorda che «con i nuovi prospetti informativi da gennaio tutti i fondi devono indicare il Ter, total expense ratio, che comprende le commissioni ricorrenti ma non quelle d’ingresso, e l’Isc, indice sintetico dei costi, che ipotizza un investimento di 2.500 euro l’anno e un rendimento teorico del 4 per cento».

                        Non c’è il rischio, con questi due indicatori, di confondere le idee? «Sono tutti e due importanti» risponde Romano «ma è meglio considerare l’Isc che comprende anche le commissioni di sottoscrizione. Per esempio, sui 10 anni l’Isc dei fondi aperti azionari è mediamente l’1,52 per cento, mentre quello dei fondi negoziali è lo 0,51. Quindi se il rendimento è il 4 per cento annuo vuol dire che il rendimento effettivo è di quasi il 3,5 per cento sui fondi chiusi e di meno del 2,5 sui fondi aperti».

                        I fondi chiusi sono ben visti anche dai sindacati: i loro consigli d’amministrazione sono composti per metà dai rappresentanti dei lavoratori e per metà da quelli degli imprenditori. «Noi comunque siamo favorevoli ai fondi negoziali, anche perché i costi sono assai inferiori» dice Domenico Proietti segretario confederale Uil e responsabile previdenza. In termini di trasparenza, però, Proietti ammette che «c’è un lavoro di affinamento da fare. Ogni iscritto avrà una password per controllare la sua posizione online».

                          Ma come funziona l’informazione dei fondi su internet? Romano accusa: «Spesso abbiamo riscontrato valori non corretti dei dati riportati nelle schede pubblicate sui siti internet dei fondi, speriamo che la Covip faccia controlli più accurati». E Scimia osserva che «sarebbe importante che tutti i fondi comunicassero il rendimento almeno ogni mese, è un nostro suggerimento. I fondi negoziali in genere danno il loro risultato su base annua, noi li richiameremo a essere più trasparenti. Dipende dagli statuti, ma molti fondi aperti danno il rendimento anche tutti i giorni».

                          Tra i problemi aperti c’è la proposta di sopprimere la Covip: cosa succederebbe? La trasparenza passerebbe alla Consob e la stabilità alla Banca d’Italia, «ma l’idea di dividere tra due autorità rende meno confrontabili i fondi: è l’errore maggiore che ha fatto il governo, la proposta di soppressione della Covip fa sentire i lavoratori meno tutelati» sostiene Scimia.Proietti della Uil si dichiara favorevole a «un’autorità unica per i fondi pensione, la decisione del governo di abolire la Covip è sbagliata, va in direzione opposta all’Europa. Noi non diamo per persa la battaglia, il governo ha posticipato la data di scioglimento della Covip al 1° luglio 2008: vedremo».

                            Ma Cazzola avverte che «i rischi più seri sono di natura fiscale. Cosa succederà della tassazione sui rendimenti visto che il governo ha in corso una revisione in aumento delle plusvalenze?». L’economista ricorda che una parte del sindacato e della maggioranza critica il regime fiscale favorevole delle prestazioni dei fondi pensione, cioè la tassazione separata e con aliquota ridotta al 15 per cento. «Il documento conclusivo del vertice di Caserta ha accolto tale istanza. C’è il rischio allora che i lavoratori siano invogliati a conferire il tfr da un regime fiscale favorevole ma destinato a mutare: un classico specchietto per allodole».