Fondi pensione: non va favorita l’industria del risparmio (Amato/Marè)

27/07/2007
    venerdì 27 luglio 2007

    Pagina 26 – Economia

    L’INTERVENTO

      Fondi pensione, non va favorita
      l’industria del risparmio

        «Dall’obbligatorietà il timore che la Spectre sia segretamente all’opera»

          di Giuliano Amato e Mauro Marè

            Marcello Messori si era schierato come noi per l’adesione volontaria alla previdenza complementare ma poi si è convertito all’obbligatorietà. Questo è il senso del suo commento alla proposta di rendere l’adesione almeno una volta reversibile contenuta nel nostro libro «Il gioco delle pensioni». Eppure la tesi che esponiamo è molto semplice e crediamo ben argomentata. Dal libro, di sicuro in modo più esauriente che dai resoconti di cui è stato oggetto, è facile capire che il messaggio è molto chiaro e diverso. Nella prefazione scriviamo «comunque rendendo l’adesione in parte reversibile, almeno una volta, anche se in momenti prefissati e concordati»; più in là esprimiamo alcuni dubbi sul volontarismo e affermiamo perfino che vanno «garantite le condizioni minime efficienti di partecipazione a un piano di investimento finanziario » (p. 82).

            Certo che la forza dei fondi pensione è permettere un accantonamento che riduca il rischio sull’orizzonte lungo. Ma vi sono diverse ragioni per dare un’opzione di exit. Innanzitutto, una ragione di rassicurazione psicologica, per facilitare l’ingresso in un mondo finanziario sconosciuto. E poi la riduzione del rischio politico, offrendo ai risparmiatori una protezione da possibili modifiche del regime di tassazione o delle regole del gioco; quindi il rafforzamento dei diritti di proprietà, fino a una «semplice» questione di metodo: si è scelta la soluzione volontaria, e allora essa lo deve essere fino in fondo, con libertà di entrata ma anche di uscita. Altrimenti si affermi con chiarezza la preferenza per l’obbligatorietà. Con la cortesia però di specificare le vere ragioni di questa preferenza e le implicazioni in termini di costi per la finanza pubblica. Una forzatura era necessaria (il silenzio assenso) ma preferiamo una scelta consapevole, senza che ciò renda l’intera adesione obbligatoria. Altrimenti è preferibile l’automatic enrollment con una clausola di opting out, come proposto dal Rapporto Turner. Siamo coscienti — e sarebbe davvero strano che non lo fossimo — del rischio di possibili comportamenti prociclici dei risparmiatori, ma la volontarietà delle scelte fa premio anche sulle conseguenze finanziarie dell’investimento. Non da ultimo perché il Tfr è retribuzione del lavoratore e l’obbligatorietà equivarrebbe inevitabilmente a una forma di tassazione. Ma quali sono le correzioni «meno distorsive» proposte da Messori? Gli ammortizzatori sociali e uno schema solidaristico, come scritto nel libro, non rispondono al punto in questione. Si dovrebbe inoltre spiegare come l’irreversibilità si coniughi con l’impostazione del governo a favore del consumatore (misure Bersani) per la mobilità dell’utenza, per la libertà di recesso senza costi dai contratti con operatori di telecomunicazioni, con compagnie assicurative, con le banche per mutui immobiliari e la portabilità dei contratti. Più che una finalità di tutela dei risparmiatori noi vediamo nell’irreversibilità una forma di protezione dell’industria del risparmio.

            Infine anche noi poniamo alcune domande: l’irreversibilità assicura ai lavoratori che hanno aderito ai fondi pensione che la tassazione non verrà mai modificata? Sono credibili le promesse dei governi a distanza di 5-10 anni? La vicenda dello scalone non dovrebbe convincerci definitivamente dell’inevitabile incoerenza temporale nella politica economica e nell’azione dei governi? Si può assicurare ai risparmiatori che il fondo pubblico a capitalizzazione, che sta per essere lanciato, non finisca per competere in modo sleale con i fondi pensione? Non lo crediamo. L’obbligatorietà fa sorgere il timore che la Spectre sia segretamente all’opera, che una trappola ci aspetta dietro l’angolo. Perciò riteniamo l’opzione di exit decisiva, per limitare le tentazioni dirigiste e dare al risparmiatore una clausola di salvaguardia, il diritto di uscire se lo ritiene opportuno, visto che in fin dei conti sono soldi suoi!

          Giuliano Amato, ministro dell’Interno
          Mauro Marè, presidente Mefop-sviluppo mercato fondi pensione