Fondi pensione, nel mondo persi 1.400 miliardi

15/01/2003




Martedì 14 gennaio 2003
Fondi pensione, nel mondo persi 1.400 miliardi

Il 2002 ha chiuso in «rosso» per il terzo anno consecutivo. Italia più prudente nell’investimento in azioni

      ROMA – La quota di risparmio mondiale destinata alle pensioni è diminuita nel 2002 di 1.400 miliardi di dollari: cifra paragonabile a quella che rappresenta l’intero Prodotto interno lordo dell’Italia. Lo ha calcolato la società di consulenza Watson Wyatt, autrice di uno studio che è stato pubblicato ieri dal quotidiano britannico Financial Times . Ed è forse il numero che più di ogni altro descrive quello che si deve considerare l’ annus horribilis dei fondi pensione.
      LA FLESSIONE – Basti pensare che nel 2002 le attività dei fondi previdenziali sono scese a 10.800 miliardi di dollari, con un calo dell’11%. E’ una flessione senza precedenti negli ultimi anni, che per giunta è risultata la terza consecutiva. Nel 2000, quando le Borse internazionali hanno iniziato a perdere colpi, la crescita dei fondi pensione, che durava ininterrottamente dal 1992, si è bruscamente interrotta. Quell’anno le attività dei fondi hanno registrato una prima, contenuta, contrazione del 3%, che è però salita al 7% l’anno successivo per raggiungere l’11% nel 2002.
      In tre anni la riduzione è stata quindi superiore al 20%, pari a 2.685 miliardi di dollari. E lo studio della Watson Wyatt denuncia che la diminuzione delle attività, unita all’aumento delle passività determinato dalla forte flessione dei rendimenti degli investimenti, ha causato un «buco» di 2.500 miliardi di dollari nei patrimoni dei fondi.
      IL CASO ITALIANO – Spiega Marcello Messori, presidente del Mefop, società fondata dal Tesoro per favorire lo sviluppo dei fondi pensione: «La causa di questa situazione è solo in parte legata all’andamento delle Borse mondiali. C’è stata anche la crisi di alcune grandi imprese, come la Enron, che ha coinvolto anche i fondi pensione che avevano investito nel loro capitale quote rilevantissime del loro patrimonio. Anche più del 50%».
      E anche se il responsabile della divisione investimenti della Watson Wyatt, Roger Urwin, ha detto al
      Financial Times che «con la ripresa dei mercati azionari la situazione non potrà che migliorare» e che «molto probabilmente nei prossimi dieci anni vedremo rendimenti dell’8% all’anno», quello che sta accadendo adesso a livello mondiale viene osservato dall’Italia con comprensibile preoccupazione.
      Infatti il governo di Silvio Berlusconi punta sul fortissimo sviluppo della previdenza complementare per risolvere le crescenti difficoltà della spesa previdenziale. E nonostante la questione, aperta esattamente dieci anni fa dal governo di Giuliano Amato, sia ancora al palo, incagliata sul problema dell’utilizzo delle liquidazioni nei fondi pensione, anche i sindacati premono in questa direzione.
      IL PATRIMONIO – «In Italia – precisa Messori – la situazione è certamente diversa da quella dei fondi pensione mondiali». Il presidente del Mefop argomenta che «per prima cosa il patrimonio dei fondi pensione italiani, che sono ancora giovanissimi, si incrementa naturalmente anche se diminuisce il valore patrimoniale degli investimenti patrimoniali, dato che le uscite sono pochissime e i versamenti sono di gran lunga superiori ai pagamenti. Inoltre gli investimenti in azioni non superano di norma il 20% del patrimonio, contro punte del 60% nel Regno Unito».
      Ma se la situazione italiana non è preoccupante come quella che si registra a livello mondiale, nemmeno in Italia il 2002 è stato certamente un anno positivo per i fondi pensione. E anche questo è il segnale che chi considera la previdenza complementare come la soluzione di ogni problema dovrà forse rivedere un po’ il suo punto di vista. A cominciare dalla stessa struttura dei fondi italiani.
      LE PRESTAZIONI – «Nei Paesi Bassi – spiega Messori – dove il sistema è a prestazione definita (il pensionato incassa sempre la stessa somma indipendentemente dal rendimento del fondo, ndr) quando va male ci rimette l’impresa "madre". Come, per esempio, è avviene anche negli Stati Uniti e il caso della General Motors ne è un esempio. I fondi italiani sono invece a contribuzione definita: il rischio dipende quindi dal rendimento». Di conseguenza, se è vero che i fondi italiani non potranno mai fallire, ma al massimo pagheranno rendite insoddisfacenti, è pur vero che a rischiare sono gli assicurati e non le imprese.
Sergio Rizzo