Fondi pensione, come evitare cattive sorprese

06/09/2004


            lunedì 6 settembre 2004

            VIZI E VIRTU’ DI DUE SISTEMI A CONFRONTO. FONDAMENTALE PER IL LAVORATORE-RISPARMIATORE LA QUALITA’ DELLA GESTIONE E DELLA CONSULENZA
            Fondi pensione, come evitare cattive sorprese
            Dagli esperti Usa una lezione anticrack per gli esordienti italiani

            PRO: IN BORSA MENO SBALZI E PIÙ TRASPARENZA

            Glauco Maggi


            IN Italia è appena partita l’esperienza dei fondi pensione aziendali, considerati il secondo pilastro della previdenza «complementare» al primo costituito dagli enti obbligatori, Inps anzitutto. Con la recentissima riforma, che favorirà il trasferimento dal Tfr ai fondi pensione con il silenzio-assenso (ancora da definire nei particolari), il numero dei lavoratori aderenti e i volumi dei contributi accantonati sono destinati ad aumentare. Negli Stati Uniti, dove la pensione pubblica offerta dalla Social Security non è mai arrivata a garantire più della metà dello stipendio di fine carriera, la previdenza integrativa è nata molto prima, ed oggi quella realtà può fornire utili elementi di conoscenza sui suoi pregi e difetti.
            Partiamo dai primi, lasciando i secondi all’articolo a fianco. Il mantenimento del regime economico di vita invariato rispetto a prima, una volta che si è in pensione, è l’obiettivo che sta alla base dei fondi pensione complementari. Anche in Italia, come negli Usa, la tendenza è di vedere calare negli anni futuri la percentuale di copertura, e di riflesso il bisogno di un’entrata che punti a colmare quel «vuoto». Grazie al meccanismo di funzionamento, il lavoratore può iniziare giovanissimo a dar vita al fondo con una contribuzione periodica. Non si tratta però solo di una sorta di risparmio auto-disciplinato, perchè, negli Usa come da noi, il versamento volontario del lavoratore genera altri effetti finanziariamente positivi.


            Il datore di lavoro contribuisce di solito con un versamento pari a quello del dipendente, raddoppiando la base iniziale del patrimonio. E’ un incentivo tangibile da non lasciar cadere.


            Il legislatore favorisce con norme precise dipendenti e aziende che accantonano risorse a scopo previdenziale, offrendo dei benefici fiscali più o meno consistenti da Paese a Paese. In Italia, sono deducibili i versamenti fino al 12% del reddito complessivo e con un massimo di 5164,57 euro; i rendimenti sono soggetti a una tassazione ridotta dell’11% sul netto maturato annualmente.


            Il patrimonio dei fondi pensione è sempre investito in titoli azionari od obbligazionari, e quindi le somme tendono a rivalutarsi nel tempo. Di quanto, non è possibile saperlo in anticipo, ma più a lungo il denaro tradotto in valori «lavora» sui mercati finanziari, più è probabile che il fondo pensione sia un «salvadanaio attivo», che può crescere in virtù degli andamenti di tassi e Borse e della professionalità dei gestori.


            I fondi pensione sono considerati l’investitore istituzionale per eccellenza, per i benefici di carattere «macro» che danno ad un sistema socio-economico moderno.


            Per la parte investita in azioni, i fondi pensione si sono affermati come una fonte di finanziamento costante delle attività produttive, di ricerca e di sviluppo delle società quotate. In funzione dell’orizzonte di lungo periodo che questi gestori possono permettersi, i fondi pensione possono operare in controtendenza rispetto alle pressioni dei risparmiatori di breve termine, per esempio quando un trend negativo di Borsa provoca ondate di panico e di riscatti tra i sottoscrittori di fondi comuni.


            La crescita dei fondi pensione, che pesano sempre di più in percentuale di capitalizzazione borsistica «posseduta», è un fattore di tendenziale riduzione della volatilità delle quotazioni, il che è positivo per gli investitori in generale. Anche grazie ai fondi pensione e ai piani individuali, è stato calcolato che il 52% delle famiglie Usa detiene azioni di società quotate. Se la diffusione dell’azionariato popolare può considerarsi un fattore di democrazia economica nelle società capitalistiche liberali, gli strumenti legati al risparmio previdenziale ne sono il fondamento.


            I fondi pensione sono ormai assurti a protagonisti delle assemblee delle società quotate, al fianco e più ancora dei fondi comuni, quali promotori di corporate governance. Vigilando sulla correttezza e sulle scelte imprenditoriali dei consigli di amministrazione delle corporation, infatti, difendono i propri interessi di azionisti, facendo da «avvocati» dei sottoscrittori e da vigilantes della trasparenza del mercato dall’interno, così come la Sec e la Consob lo fanno quali enti di controllo pubblico.

            CONTRO: SE L’AZIENDA NON HA I SOLDI PER PAGARE

            FACENDO tesoro dell’esperienza Usa, ecco cosa può andare storto con i fondi pensione. Il quadro della previdenza complementare è composto da due diverse tipologie: i fondi a «benefici definiti o garantiti» e quelli «a contribuzione definita».

            I primi promettono una pensione di scorta, il cui ammontare è stabilito in funzione degli anni lavorati e calcolato come percentuale dello stipendio. Il principio su cui si fondano gli enti obbligatori, come la Social Security (SS) e l’Inps: quanto deve uscire sotto forma dei singoli assegni non è legato al versamento diretto dei singoli assicurati, ma dai contributi di tutti i lavoratori in attività. Mentre con gli enti obbligatori nazionali il problema è sistemico, e ad andare in crisi sono i conti statali, con i fondi pensione aziendali sono questi ultimi, su base individuale, a potersi trovare con meno risorse di quelle necessarie a rispettare gli impegni. Poiché, per legge, anche i fondi pensione «a benefici garantiti» sono raggruppati sotto l’ombrello semi-ufficiale della Pensions Benefits Guarantee Corp (PBGC), che svolge la funzione di copertura assicurativa dei fondi pensione aderenti, in caso di crisi contemporanea di molti fondi il pericolo di arrivare al salvataggio pubblico a spese dei contribuenti si fa concretissimo. I fondi pensione Usa di questa categoria sono «in bilico sul precipizio», come titola BusinessWeek, essendo passato l’insieme di fondi assicurati dal PBGC da uno squilibrio di 18,4 miliardi del 1999 a 278,6 miliardi del 2004.


            Nella lista dei fondi pensione che hanno nelle casse assets inferiori agli impegni contrattuali, le compagnie aeree e le società dell’acciaio. UAL, 8 miliardi di buco, ha già saltato i 72 milioni di dollari di finanziamenti che doveva in luglio a tre dei suoi piani previdenziali, preannunciando che non potrà versare neppure quelli di settembre e ottobre per 500 milioni. Anche Delta Airlines (quasi 6 miliardi di squilibrio), Northwest Airlines (quasi 4), AMR e US Airways (circa 2) e Continental Airlines (1) sono a rischio. Numerose le ragioni: calo degli occupati e aumento dei pensionati aventi diritto, che hanno portato il rapporto tra lavoratori attivi e pensionati all’assurdo di 1 a 1 in molte realtà; i crolli delle azioni che hanno impoverito i patrimoni dei fondi allargando il buco complessivo. Poiché la creazione dei fondi pensione non è un’imposizione di legge ma una scelta delle aziende queste difficoltà hanno fatto calare i 112 mila della metà degli Anni Ottanta (coprendo il 40% della forza lavoro) ai 31mila piani oggi in essere: un calo che ha dimezzato al 20% dei lavoratori la percentuale dei dipendenti che godono di fondi «a benefici definiti». Parallelamente, è aumentato il favore dei datori di lavoro per i piani previdenziali complementari «a contribuzione definita»: similmente ai fondi pensione italiani recentemente costituiti, offrono una pensione integrativa sulla base di quanto è versato nel corso della vita lavorativa dal dipendente e dal datore, e di quanto rende nel tempo la gestione. I guasti americani in questa seconda categoria sono legati proprio alla qualità degli investimenti.


            Molte aziende, nell’offrire i piani, li usano per piazzare le proprie azioni. Fu così con la Enron: i dipendenti potevano scegliere su base individuale se puntare su fondi, azioni, bond (ma erano invitati a optare per le azioni di casa), mentre l’azienda si riservava il diritto di corrispondere, per la sua parte, solo azioni della società. La Enron, la Worldcom, la Global Crossing e la Lucent sono balzate poi al disonore della cronaca per l’azzeramento (o quasi) del valore dei loro titoli, e ciò ha portato a querele, sotto forma di class action, da parte dei dipendenti iscritti ai piani individuali e a transazioni miliardarie, rispettivamente di 85, 51, 79 e 69 milioni di dollari. In generale, è però la sovraesposizione di qualsiasi portafoglio alle azioni proprie ad essere un grave difetto tipico dei fondi pensione Usa. Dall’ultimo rapporto Ebri/Ici emerge che il fenomeno è ancora presente: i piani previdenziali individuali avevano il 19% in azioni proprie qualche anno fa, ora hanno il 16%. Il resto è investito in fondi azionari (45%), monetari (5%), obbligazionari (10%), bilanciati (9%), e altri fondi garantiti (13%). I fondi pensioni Usa delle due tipologie hanno il 40% di azioni proprie (dato Ewitt Associates). I fondi pensione italiani hanno fatto tesoro dei vizi di quelli Usa: esiste solo la formula a contribuzione definita, e la diversificazione è un principio accettato largamente. Siccome il rischio dell’investimento nel tempo è tutto sulle spalle degli iscritti, diventerà preponderante la qualità della gestione e della consulenza.