Fondi, l’aliquota punta ancora al ribasso

08/12/2000

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Venerdì 8 Dicembre 2000
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Previdenza complementare
: Dopo lo stop alla riforma del Tfr, il Governo e la maggioranza studiano un nuovo emendamento.
Fondi, l’aliquota punta ancora al ribasso.
La Finanziaria «riapre» alla riduzione del prelievo dell’11% sui rendimenti netti.
La modifica in Aula al Senato: da trovare 6-700 miliardi

MILANO Alcune soluzioni tecniche, qualche parziale agevolazione per gli iscritti, opportune precisazioni sugli investimenti in fondi italiani. Niente di più. Lo schema di decreto correttivo del Dlgs 47/2000 sulla disciplina fiscale dei fondi approvato martedì dal Governo lascia solo parzialmente soddisfatti gli operatori. Preoccupati, soprattutto, per le occasioni mancate da quella bozza, che avrebbe potuto rendere davvero appetibile la previdenza complementare anche in Italia.

Poteva essere quella, per esempio, la sede adatta per ridurre l’aliquota dell’11% sui rendimenti annui netti maturati dai fondi pensione, considerata come uno dei principali ostacoli al decollo del secondo pilastro previdenziale. E poteva essere quello, ancora, il contenitore giusto per altre correzioni, come sconti fiscali per il riscatto del capitale da parte non soltanto dei pensionati, oppure per allargare i livelli di deducibilità delle quote investite dai lavoratori che aderiscono ai fondi. O, ancora, per eliminare l’acconto dovuto dai datori di lavoro a fine anno sull’imposta sostitutiva sul Tfr, previsto al solo fine di anticipare nelle casse dell’anno precedente il gettito dovuto.

Da quel provvedimento si attendevano almeno delle misure specifiche che semplificassero sostanzialmente il meccanismo di calcolo delle base imponibile e delle aliquote applicabili prima e dopo l’entrata in vigore della riforma. E, poi, modifiche che innalzassero in modo sensibile la riserva speciale in sospensione d’imposta (ora limitata al 3%) prevista dall’articolo 70, comma 2 bis, del Tuir, quale compensazione della perdita di disponibilità della quota di Tfr destinata al fondo pensione. Invece, niente di tutto questo.

Anzi, la bozza di decreto legislativo all’esame delle commissioni parlamentari lascia irrisolti anche dei dubbi. È il caso della base imponibile fiscale delle buste paga. Sino alla fine di quest’anno i contributi ai fondi pensione — nei limiti di legge — non concorrono al reddito di lavoro dipendente. Dal 1º gennaio 2001 questa disposizione viene meno, in quanto tutte le relative regole sono state unificate nell’articolo 10 del Tuir, che tratta degli oneri deducibili dall’imponibile Irpef. Ma nella determinazione del reddito di lavoro dipendente — base di calcolo per le ritenute fiscali — la lettera h) del comma 2 dell’articolo 48 del Tuir dispone che si debbano escludere solo le somme trattenute al dipendente a fronte di oneri. La norma non è applicabile a quanto pagato dal datore di lavoro, tanto più che questa ipotesi è considerata solo per le spese sanitarie.

Per Sergio Corbello, presidente di Assoprevidenza, «se da una parte quel decreto fa pulizia di una serie di problemi tecnici, dall’altra non ne risolve altri di importanza ancora maggiore». Oltre all’aliquota dell’11%, Corbello si riferisce in particolare a «elementi di ulteriore semplificazione, come per esempio l’allargamento dei livelli di deducibilità delle somme versate dagli iscritti ai fondi».

E anche Lucio Francario, presidente della Commissione di vigilanza sui fondi pensione, insiste sulla necessità di ridurre la tassazione sui rendimenti. «Occorre un intervento deciso, rapido e immediato — dice —. Una modifica graduale peserebbe infatti anche sui costi sostenuti dai fondi, costretti in quel caso a riprogrammare i propri budget».

M.Pe.

B.Sa.