Fondi integrativi d’élite

17/09/2004

            del lunedì

            lunedì 13 settembre 2004
            sezione: PRIMO PIANO – pag: 4

            Fondi integrativi d’élite
            Poco diffusi – È alta l’età media degli iscritti

            ARTEMIO RUGGERI

            Può darsi che le misure previste nella recente riforma favoriscano lo sviluppo della previdenza complementare. Per adesso, però, il settore non solo è gracile, ma costituisce un’esperienza sostanzialmente elitaria nell’ambito del mondo del lavoro.

            Poco diffusi. I dati parlano chiaro. Alla fine del 2003 aderivano a forme integrative 2.634.819 lavoratori. Di questi ben 554.691 avevano sottoscritto piani individuali: avevano scelto, cioè, il "fai da te", nonostante gli alti costi commerciali di questa formula. Altri 673.143 lavoratori erano iscritti ai 648 fondi preesistenti, i quali vantavano riserve destinate alle prestazioni per oltre 36 miliardi di euro contro i 6,2 miliardi detenuti dai fondi, chiusi e aperti, di nuova istituzione.

            In sostanza, rispetto ai 364mila aderenti ai fondi aperti, ai 43 fondi negoziali autorizzati (con riserve per 4,5 miliardi di euro) era iscritto poco più di un milione di persone, le quali rappresentano il "cuore pulsante" dell’esperienza del secondo pilastro di natura collettiva in Italia, a fronte di un bacino potenziale di utenti (di lavoratori dipendenti e autonomi coperti, cioè, dalle fonti istitutive) di oltre 12 milioni.

            Se poi ci si volesse rapportare ai 22 milioni di occupati, il ruolo della previdenza integrativa (il 2% circa del Pil) risulterebbe ancor più modesto.

            È vero: non basta una decina di anni — per di più in mercati finanziari asfittici come quelli italiani — per diffondere e consolidare la previdenza a capitalizzazione, quando i regimi obbligatori sono tanto onerosi da drenare gran parte delle risorse disponibili. Inoltre, vi sono fondi — come il Cometa e il Fonchim, i fondi complementari rispettivamente dei metalmeccanici e dei lavoratori dell’industria chimica e farmaceutica — che hanno acquisito dimensioni assolutamente competitive con le migliori esperienze europee.

            Tutto ciò premesso, però, le performance restano visibilmente inadeguate. I fondi attecchiscono — sia pure con tanti limiti — nei posti di lavoro organizzativamente "collegati" alle parti sociali e toccati dal sistema delle relazioni industriali (le aziende con oltre 250 dipendenti sono il 2,2% del totale, ma occupano il 51,3% degli aderenti ai fondi).

            In età avanzata. Stupisce soprattutto un dato poco noto, che è una diretta testimonianza del carattere elitario della previdenza complementare: l’età degli aderenti ai fondi è più elevata di quella dei lavoratori e delle lavoratrici iscritti alle gestioni della previdenza obbligatoria. Una considerazione che vale tanto per i fondi negoziali quanto per quelli aperti. Il 61,3% degli iscritti ai fondi negoziali ha un età compresa tra i 40 e i 59 anni. Quanto ai fondi aperti, gli aderenti compresi in quella fascia d’età è pari al 52,4 per cento. Il dato non cambia di molto se si tratta di uomini o di donne.

            Concentrando l’attenzione sui dati complessivi, si nota che il picco degli iscritti ai regimi obbligatori si addensa intorno alla fascia d’età compresa tra i 30 e i 34 anni, mentre quello degli aderenti ai fondi negoziali si attesta nella fascia compresa tra 45 e 49 anni (si veda il grafico). Nel caso dei fondi aperti, i picchi si collocano, rispettivamente, a fasce d’età più basse, ma è ugualmente presente il divario tra le adesioni ai regimi obbligatori e ai fondi. In sostanza, la previdenza complementare raccoglie settori del mercato del lavoro di età più elevata, rispetto a quanti sono necessariamente iscritti agli enti della previdenza obbligatoria.